Apocrifo di Giovanni

APOCRIFO DI GIOVANNI

a cura di Luigi Moraldi

Situazione testuale

Con I’Apocrifo  di  Giovanni  siamo  in  una  situazione particolarmente   privilegiata;  

è   un   testo   fondamentale   per   la conoscenza dello gnosticismo e  di esso ci sono giunti ben quattro codici attestanti due recensioni.

Quattro codici importanti dal punto di vista della ricostruzione del testo originale, ma assai più per l’esame letterario  del  testo  e  per  la  constatazione  di  quelle  forme  di gnosticismo sulle quali si esercitò la «cristianizzazione», cioè di quei testi  gnostici  non  cristiani  che  furono  in  modi  e  tempi  diversi «cristianizzati» o, più sottilmente, posti su di una linea di facile lettura cristiana gnostica:

un problema, questo, sospettato da tempo, ed ora resosi chiaro e acuto con la scoperta dei testi di Nag Hammadi.

È appunto dalla scoperta di Nag Hammadi che ci sono giunti tre codici.

Il primo testo si trova nel II cd. di Nag Hammadi al primo posto seguito dal celebre Vangelo di Tommaso, Vangelo di Filippo, Natura degli arconti, Origine del mondo — o «Scritto senza titolo» —  Exegesi  sull’anima, Libro dell’atlante Tommaso seguito dal colophon dell’amanuense:

«Ricordatevi di me, miei fratelli, nelle vostre preghiere!

Pace ai santi e ai pneumatici»;

i due scritti la Natura degli arconti e l’Origine del mondo sono strettamente collegati al primo, per molti versi.

Il secondo testo è contenuto nel cod. IlI di Nag Hammadi al primo posto ed è seguito da altri testi non meno significativi di quelli del cod. II, cioè: il Vangelo degli Egiziani, la Lettera di Eugnosto, la Sofia di Gesù Cristo , e il Dialogo del salvatore, scritti che gli studiosi non tardarono a riconoscere come compositi e «cristianizzati».

Il terzo testo ci è tramandato dal cd. IV di Nag Hammadi, ed ancora una volta si trova all’inizio del codice seguito da un’altra recensione del Vangelo degli Egiziani.

Finalmente il quarto testo è contenuto nel Papyrus Berolinensis:

la sua scoperta fu annunziata da Carl Schmidt fin dal 1896, ma la pubblicazione per un complesso di sfortunate vicende subì rinvii fino al 1955 quando erano già parzialmente noti i testi di Nag Hammadi, onde l’editore Walter C. Till tenne conto del testo del cd. III (secondo una delle numerazioni allora correnti, il Till lo designa come cd. I);

il nostro testo è qui preceduto dal Vangelo di Maria e seguito dalla Sofia di Gesù Cristo e dagli Atti di Pietro.

Di questi quattro  testi abbiamo da tempo le edizioni critiche (in copto).

Ueditio princeps del papiro di Berlino fu curata, come s’è detto, da W. C. Till con un apparato critico più che buono anche se limitato a interventi sul testo copto con l’ausilio del cd. III di Nag Hammadi;

in una seconda edizione (1972) Hans-Martin Schenke rivede corregge e completa l’opera del Till.

I testi che non erano ancora accessibili al Till, sebbene li conoscesse, furono pubblicati da Martin Krause e Pahor Labib nel 1962 e con essi anche il testo del cd. III;

sicché il volume dei due studiosi contiene il testo dei cdd. II. III. IV in copto con vasto apparato critico (tenendo conto soprattutto  del cd. II e IV) e la versione in tedesco.

Le due edizioni principes (Till, Krause-Labib) si completano dunque perfettamente e ci mettono in una condizione di privilegio nello studio di quest’opera gnostica così importante, della quale ormai possediamo l’insostituibile Facsimile edition del 1974 per il cd. II, del 1975 per il cd. IV, e del 1976 per il cd. III.

Una menzione particolare è dovuta al volume di Soren Giversen che  rappresenta  finora  lo  studio  più  accurato del testo:

ne dà il testo copto del cd. II, in ricostruzione critica, con a lato  la  versione  inglese, e  abbondanti  note;  

il  Giversen esaminò direttamente  il  testo  nel  Museo del  Cairo  (inverno  1957-58),  ma siccome le pagine non erano numerate, nella sua edizione seguì la numerazione  di  una  edizione fotografica pubblicata, nel  1956, dal Direttore del Museo Pahor Labib:

questa numerazione è da modificare in base alla Facsimile edition.

I quattro testi non ci danno la stessa recensione, ma due recensioni:

una breve e una lunga, ed è quasi il doppio della precedente.

Né le versioni brevi né le lunghe concordano tra loro alla lettera, ma vi sono differenze, anche se il fondo è rispettivamente uguale.

Se questa relativa abbondanza —  unica tra i testi gnostici — ci pone in una situazione veramente di privilegio sia per il controllo del testo sia per la sua storia e per la valutazione del contenuto, fa tuttavia sorgere non pochi problemi:

qual è la relazione che intercorre tra queste quattro recensioni?

quale delle quattro è più vicina all’originale  e  soprattutto  è  la  breve  o  la  lunga?

oppure  il problema è più complesso e sia nella recensione lunga sia nella breve abbiamo parti che ci riferiscono l’originale e parti aggiunte?

le due brevi  si  possono considerare  due  versioni di  uno  stesso originale (come, verosimilmente è  il caso delle due  lunghe) oppure  di due originali greci molto vicini?

A questi e altri interrogativi non è data finora alcuna risposta soddisfacente e qui direttamente non ci interessano.

Nelle pagine seguenti il lettore troverà la versione del ed. II: cioè il testo più accurato e più lungo dei quattro.

La tesi del Giversen secondo la quale questo è anche il testo più vicino all’originale è poco convincente.

Il principio, avanzato  dal Kasser, secondo il quale  è molto raro che un testo sacro venga abbreviato non regge davanti ai fatti, fatti constatati anche nella letteratura apocrifa del Nuovo Testamento;

Tuttavia una volta che si è constatato  che la dottrina,  la sostanza nei suoi vari aspetti, è identica in tutte  e quattro  le recensioni, ritengo normale scegliere il testo più ampio e più curato, e abbandonare la presunzione di additare una recensione come la più vicina all’originale.

Abbiamo quindi scelto un testo, quello lungo, e messo in nota tutte le varianti dei due codici della recensione breve giudicate di notevole interesse;

a questi stessi codici qua e là abbiamo fatto ricorso in caso di letture dubbie, avvertendo sempre in nota.

Si tratta, infatti, di un testo troppo importante  per  lo  gnosticismo, per  permettersi  di  trascurare  ogni apporto di un qualche interesse.

Il cammino  percorso da  questi testi  gnostici è  tortuoso  e  poco chiaro.

Come quella apocrifa neotestamentaria,  la trasmissione dei testi  gnostici non  ebbe  mai  il  rigore  scientifico di  una  tradizione letterale dei testi (come nello stesso periodo lo aveva invece la trasmissione dei testi biblici), ma accolse largamente riedizioni, inserzioni, ritocchi, adattamenti, ecc. già nelle forme originali greche.

Un buon numero di testi gnostici sono proprio il risultato di questo genere di trasmissioni;

Lo scopo è generalmente quello di «cristianizzare» un testo o renderlo accettabile in ambienti cristiani propagando ideali gnostici.

La parte  più  recente  verosimilmente è  l’inizio    —  il  prologo — sull’apostolo Giovanni e il Risorto, e la fine;

probabilmente il dialogo tra il rivelatore e Giovanni sul destino delle anime  è una rielaborazione di un testo antico:

se Ireneo l’avesse  conosciuto non avrebbe mancato di scagliarsi contro un testo che attribuiva al Cristo tali insegnamenti.

Pur essendo una compilazione di testi della più antica importanza, a renderla unitaria, almeno nelle sue grandi linee, è proprio l’importante inquadratura   nel  dialogo  tra  il  rivelatore  (Cristo)  e  l’apostolo Giovanni.

Lo stesso fatto, assolutamente unico nella tradizione manoscritta gnostica, che ci sia giunto in quattro documenti e che nei tre codici di Nag Hammadi sia costantemente al primo posto, ha certo un significato.

Si concorda perciò nel ritenerlo uno degli scritti più importanti sullo gnosticismo, un’opera  basilare per introdursi nei suoi segreti, l’opera che prepara alla comprensione delle questioni particolari, che sono argomento di altri scritti gnostici e li rende accessibili al lettore dopo che avrà letto le linee gnostiche fondamentali della teologia, della cosmogonia, dell’origine degli esseri celesti e terrestri, la spiegazione della caduta e del peccato, la rivelazione delle forze quaggiù contrastanti, l’attività salvatrice degli esseri celesti fin dai primordi e le sue conseguenze nell’umanità presente.

Ha ben ragione il Kasser allorché paragona l’importanza del testo, nella letteratura gnostica, a quella che ha la Genesi per la comprensione dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Ed è proprio questo che suggeriscono gli scritti di Nag Hammadi ponendola in testa ai tre codici.

Ma al di là di tutto ciò, il testo è ancora di fondamentale importanza per i difficili problemi riguardanti la trasmissione di testi gnostici e per la stessa storia dello gnosticismo.

Solo uno scrittore (gli scrittori) altamente qualificato poteva mantenere sempre in onore e aggiornare un testo come questo nell’ambito delle dottrine gnostiche, arricchirlo e completarlo e farne una  sintesi di tutti  gli essenziali miti  gnostici.

«Come si vorrebbe sapere in nome  di quale  dei grandi profeti dello gnosticismo…  fu presentata per la prima volta in pubblico la parte più antica di questo libro venerato!»

Sintesi

Un  preambolo  pseudo-storico presenta  l’apostolo  Giovanni  che, poco dopo la morte di Gesù, mentre sale al tempio, incontra il fariseo Arimanios che  l’apostrofa  brutalmente: 

«Dov’è  il tuo  maestro?…».

L’apostolo dà la solita risposta: «è ritornato… donde era venuto»;

ma, sconvolto, si ritira con la sua angoscia:

perché fu mandato un salvatore, perché lo mandò suo padre, chi è suo padre, in quale eòne andremo?

Una luce improvvisa lo scuote:

vede un fanciullo, un vecchio, una donna;

davanti alla sua meraviglia egli dichiara a Giovanni di essere il padre — la madre — il figlio, venuto per insegnare a Giovanni i segreti dell’universo  visibile e invisibile, il passato, il presente, il futuro, e la generazione dell’uomo perfetto.

L’insegnamento esoterico inizia con la descrizione dell’Essere supremo — il vero Dio il padre del tutto, lo spirito invisibile, irrappresentabile (alla maniera della filosofia ellenistica) — con una serie di espressioni negative (è illimitato, non è perfetto né beato, ma molto di più, non è corporeo né  incorporeo, non è grande  né  piccolo) e positivo (è vita, è gnosi, è buono, è misericordia, è grazia);

lo può fare conoscere solo colui (il rivelatore) nel quale il padre si è manifestato.

L’Essere supremo volge lo sguardo in se stesso:

il suo pensiero è creativo e nel mare di luce che lo circonda vede la sua immagine, si manifesta la prima  énnoia, la prònoia, lo spirito vergineo, ecc., la Barbelo, la madre del tutto, la madre-padre (metropàtor), il primo uomo, lo spirito santo, ecc.:

così procedette il primo pensiero dell’universo.

All’invisibile vergineo spirito la Barbelo chiede, successivamente, la prima conoscenza (prognosi), l’immutabilità, la vita eterna, la verità:

insieme con Barbelo, queste costituiscono l’eterna pentade del padre, l’immagine  del  padre  e  il  prototipo  dell’uomo;  

essendo bisessuati costituiscono pure la prima decade.

Il padre  primordiale, guardò  la  Barbelo, essa  rimase  incinta,  e generò  il  «figlio unico»;

l’invisibile  vergineo  spirito,  cioè  l’Essere supremo, ne gioisce, lo unge con la sua propria bontà, versa su di lui «un po’ del suo spirito», e così lo rende perfetto;

il «figlio unico» chiede e ottiene l’intelligenza.

Il padre primordiale volle creare la parola;

alla volontà seguì la realizzazione:

apparve la parola, ed è per mezzo di essa che «il divino autoghenes» — il Cristo — creò tutto;

il padre primordiale rese perfetto il suo figlio sorto dalla prònoia (cioè da Barbelo), l’onorò e lo pose al suo fianco, gli diede ogni autorità e conoscenza;

il suo nome è al di sopra di tutti gli altri ed è soltanto per quanti «ne sono degni».

Per volere di Cristo e della incorruttibilità (che insieme alla volontà, al  pensiero  [ènnoia]  e  alla  vita  formano  la  seconda  pentade), apparvero quattro luminari e quattro forze;

le forze sono la comprensione, la grazia, la percezione, la saggezza;

i luminari sono Armozel, Oriel, Daveithai, Eleleth:

ogni forza ha un luminare e due eòni, in modo che  ogni forza più i suoi due eòni rappresenta  un insieme di dodici eòni:

la grazia, con la verità e la forma;

l’epinoia, con la percezione e la memoria;

l’intelligenza, con l’amore e l’idea;

la perfezione, con la pace e Sofia.

I dodici eòni appartengono all’autoghenes, al figlio;

ma, tutto, accade per volere dello spirito, cioè del padre primordiale e per mezzo dell’autoghenes .

Per volere dello spirito invisibile e dell’autoghenes, la prima conoscenza (=la prognosi = Barbelo) e l’intelligenza  perfetta producono l’uomo perfetto;

lo spirito gli dà il nome Adamas, lo pone sul primo eòne con l’autoghenes Cristo, nel primo luminare;

gli conferisce  potere  intellettuale;   

Adamas  onora  l’autoghenes   e  gli «eterni tre».

Suo figlio Seth è collocato sul secondo eòne, «nel secondo luminare» ;

nel terzo eòne è collocata la discendenza di Seth, le anime dei santi;

nel quarto eòne furono poste le anime ignoranti e ostinate che in fine si pentirono.

Inizia a questo punto la vicenda mitologica di Sofia e del mondo inferiore del quale essa ha la responsabilità.

L’ultimo dei dodici eòni, vuole creare come il padre primordiale, cioè da sola, senza l’assenso dello spirito, suo compagno, cioè lo spirito verginale maschio, il primo uomo;

ma non le riesce, e tuttavia il suo pensiero non fu inefficace:

partorì un essere odioso e stupido che non le assomigliava, era un drago con la faccia di leone.

Sofia lo allontana da sé, lo cela in una nube splendente affinché nessuno ne abbia notizia a eccezione dello spirito santo, madre dei viventi, e gli dà il nome Jaldabaoth.

Lungi da sua madre e dalla regione in cui nacque, Jaldabaoth (che è il Dio dell’Antico  Testamento), il primo  arconte  incomincia la sua attività creando dodici potenze (tra esse: Adonaiu, Cain, Abel, Belias, ecc.);  

pone  un  re  su  di  ognuno  dei  sette  cieli, e  cinque  re  sulle profondità dell’abisso,  cioè:

la creazione con arconti e angeli fino al numero di 365 (o 360);

seguono qui i nomi dei già menzionati sovrani dei sette cieli, e le fantastiche figure che li caratterizzano;

Jaldabaoth dominava  tutti  quanti  e,  seduto  tra  i  serafini, si  ritenne  «dio» ;

proseguendo ancora la sua attività  l’archighenetor, cioè Jaldabaoth, combina nove potenze con le sette su ricordate sicché ognuna ha due nomi:

uno dato da lui (e dà gloria e forza), l’altro dato dal mondo superiore  (e  ne  limita  il  potere  fino  alla  distruzione).

Nelle  sue creazioni Jaldabaoth scimiottò il mondo superiore, in virtù della forza ricevuta dalla madre;

circondato dalle sue creature si proclamò un «dio geloso», come il Dio dell’Antico Testamento.

Alla visione del grande male che aveva avuto origine dal suo fallo, Sofia incominciò ad agitarsi, comprese l’errore della sua azione solitaria, pregò e pianse;

gli altri invisibili intercedettero per lei, e lo spirito fece scendere su di lei un po’ della loro pienezza (pleroma);

ma il suo compagno non andò  da  lei e  non fu portata  nel suo eòne;

tuttavia dall’alto le venne una voce:

«L’uomo esiste e il figlio dell’uomo»;

l’uomo = primo uomo, prodotto della prognosi e dell’intelligenza:

il figlio dell’uomo = l’autoghenes o monoghenes, che sarà pure il salvatore.

L’espressione suona, dunque, come rassicurazione e promessa:

il salvatore verrà per ricuperare le parti della forza di Sofia passate in Jaldabaoth, e lei sarà restaurata:

sulle acque  sovrastanti  la  materia  apparve  l’immagine  riflessa del primo uomo sotto forma umana circonfusa di luce.

Per carpire la luce di quell’immagine  riflessa, Jaldabaoth, le sue potenze e i suoi angeli decisero di creare l’uomo a immagine di quello e a somiglianza loro, e di dargli il nome del primo uomo, Adam;

attorno a lui lavorarono tutti, ognuno per la sua parte;

è importante notare che si tratta  di un essere psichico cioè non  materiale:  

è  ripetuto  per  sette  volte  che ognuna delle sette potenze gli dà un’anima commisurata al proprio essere, si tratta insomma di sostanze psichiche, non di un corpo materiale;

ma il «corpo» realizzato rimase immobile.

Allora il metropàtor, pregato da Sofia, ebbe compassione:  

mandò l’autoghenes e quattro luminari nelle sembianze di angeli di Jaldabaoth (per trarlo meglio in inganno) e gli dissero di soffiare su quell’essere psichico affinché si muovesse;

Jaldabaoth, caratterizzato dall’ignoranza, soffiò sul «corpo» e questo divenne potente e splendente, più forte del primo arconte:

nel soffio del grande arconte c’era la potenza che aveva assunto da sua madre.

Il divino autoghenes con i suoi quattro luminari compie così la sua prima  opera salvatrice, e  dà  inizio al dramma redentivo.

Pieni  di  invidia  e  gelosia, il  grande  arconte  e  i  suoi  presero quell’uomo  e lo gettarono  «nella più bassa regione della materia;

ma il metropàtor, buono e misericordioso mira a quella parte  di Sofia nascosta nell’uomo  e gli manda  in aiuto  una «epinòia di luce», cioè Zoe, che l’informa sulla sua origine e gli indica la strada del ritorno, desta il pensiero dell’uomo psichico.

In una forma alquanto complicata e non del tutto chiara è descritta una nuova creazione dell’uomo.

Mossi dalla solita invidia, arconti e angeli presero i quattro elementi (fuoco, terra, acqua, vento) e con essi plasmarono finalmente  un  corpo materiale  per Adamo (ignoranza, desiderio, spirito di opposizione) e qui lo rinchiusero:

esso è la sua grotta, la sua catena di oblio;

l’uomo  questa volta è materiale, e si realizza la prima caduta, «la prima separazione»;

tuttavia la luce che era in lui «destò il suo pensiero».

Importante osservare che il primo uomo è luce, il secondo è psichico, il terzo è materiale (ilico).

Dalla mancanza di Sofia e dalla reale situazione dell’uomo quaggiù prende le mosse l’operazione di salvezza.

Di qui in avanti si fa più acuta la lotta, per il dominio sull’uomo, tra gli esseri superiori e gli arconti.

Questi mettono Adamo nel paradiso affinché mangi dell’albero della vita;

ma in realtà è l’albero dell’oblio, della morte, dell’odio, del desiderio;

l’albero proibito è quello buono.

L’uomo mangia dell’albero proibito sospinto dalla luce che è in lui, non dal serpente il quale, invece, insegnò all’uomo la bramosia della procreazione.

L’arconte vistosi beffato, deciso d’altronde a togliere dall’uomo la forza che gli aveva insufflato e la luce dall’alto, velò la sua percezione;

ma la luce è inafferrabile, e l’arconte estrasse dall’uomo soltanto una parte  della sua forza, e  la trasformò in una  donna;

riacquistata  la propria  percezione, Adamo  riconosce subito  la  sua  immagine:  

qui abbiamo l’identificazione di Eva-Sofia-Zoe;

ed ecco il significato gnostico dell’abbandono del padre e della madre per seguire la sua immagine;

il rivelatore si pose, nelle sembianze di aquila, sull’albero della  conoscenza, fece  sì  che  ne  mangiassero  e  riconoscessero la propria nudità (= bisogno di conoscenza) e gustassero la conoscenza.

Constatando che si allontanavano sempre più da lui, Jaldabaoth li scacciò dal paradiso, maledisse la terra, li circondò di tenebre, e si accostò sessualmente a Eva, violentandola;

con questa unione il grande arconte  diede  inizio  alla  unione  sessuale, instillò  negli  uomini  il desiderio  della  procreazione e  con  esso lo  spirito  di  opposizione;

l’arconte  voleva violentare  Eva-Zoe, ma  messaggeri divini asportarono Zoe, e rimase solo Eva, e da questa unione con l’arconte nacquero due figli Caino e Abele, cioè Eloim e Jave.

Anche Adamo, divenuto cosciente dell’autentica sua identità, cioè del suo prototipo, l’Adamo celeste, e dell’immagine della sua conoscenza, cioè Eva-Zoe, generò l’immagine  del figlio dell’uomo, cioè Seth:

da questa generazione di Seth doveva venir preparata una dimora per la discesa degli eòni;

ma l’arconte fece bere all’umanità l’acqua  dell’oblio:

così visse l’umanità in attiva, ma inefficace attesa della salvezza.

Il testo del nostro mitografo adombra in tal modo un piano divino per la salvezza della generazione di Seth.

Il testo, anche quello breve, ha qui ancora una interruzione, che per il suo stile e contenuto si stacca dal resto.

Giovanni pone al rivelatore sette domande accentrate sulla salvezza:

1. Elemento determinante è lo spirito di vita;

2. Coloro  sui  quali  c’è  questo  spirito  sono  protesi  verso  la salvezza, mentre quanti hanno lo spirito di opposizione si smarriscono;

3. Ma se in essi vince la forza divina, andranno al riposo eterno;

4. Se invece ignorarono la loro origine e vissero nell’oblio, dopo la morte peregrineranno fino a quando accoglieranno la conoscenza;

5. Non avranno  la reincarnazione, ma si assoceranno ad altri dotati di spirito di vita;

6. La punizione eterna è serbata alle anime che abbandonarono la conoscenza;

7. Lo spirito di opposizione ebbe origine dall’invidia degli arconti e dalle loro volontà di dominare sul pensiero dell’uomo;

ed è per lo stesso motivo che Jaldabaoth e i suoi crearono l’ultima delle «catene», cioè «il complesso e illusorio» destino, causa di ignoranza, iniquità, violenza, paura:

così tutta la creazione visse ignorando Dio e anche i propri peccati.

La   risposta   all’ultima   domanda   introduce   alla   ripresa   della narrazione principale, che si avvia ormai alla conclusione.

Prima ci è presentato un diluvio senza acqua:

sperimentando la vanità dei suoi tentativi, Jaldabaoth decide di distruggere l’umanità;

ma «la luce della prònoia» avverte Mosè e molti altri uomini della generazione di Seth, i quali sfuggirono alle tenebre stese dal grande arconte e furono accolti in una grande luce.

La parte eletta dell’umanità, quindi, sfuggì alle tenebre di Jaldabaoth.

Vistosi ancora beffato, l’arconte  prova la carta del sesso:

mandò i suoi angeli («figli di Dio») dalle figlie degli uomini («figlie discendenti da Seth») affinché ne prendessero a piacere e dessero origine a una generazione  derivante  dalle  tenebre. 

All’inizio  questi  angeli  non ebbero successo.

In secondo tempo si prepararono meglio, e riuscirono nell’intento:

crearono uno  spirito di opposizione imitante  lo spirito superiore;  

presero l’aspetto  dei loro mariti;  

le corruppero con doni (oro, argento,  ecc.);  

accoppiandosi con  esse  infusero  il  loro  spirito tenebroso  e  malvagio. 

L’umanità  non  ebbe  più  requie,  divenne schiava;

generò figli dalle tenebre, chiuse il proprio cuore, moriva senza trovare la verità.

Abbiamo qui l’arricchimento gnostico di una tradizione assai diffusa.

Il testo termina con una solenne autopresentazione del Metropàtor, o prònoia — ricordo della prònoia, cioè della madre del tutto — Barbelo;

il tratto manca nella recensione breve avente un testo  abbreviato e  corrotto.

Il Metropàtor attesta  che non  ha  mai abbandonato il mondo delle tenebre e svela il suo triplice contatto per salvare gli uomini:

la prima volta giunse in incognito, e si ritrasse davanti a tanto male;

la seconda andò fino al caos, e si ritrasse affinché non perissero tutti, compresi quelli che dovevano essere salvati, prima del tempo;

la terza  volta portò  la sua luce nella prigione, destò i dormienti dal sonno, suscitò in loro il ricordo e la volontà di liberarsi, farsi segnare con i cinque sigilli per eliminare il potere della morte.

L’inno  ha  carattere  liturgico, è  ricco di dottrina  gnostica e  si può inquadrare sia nel prologo del quarto Vangelo sia in certi interrogativi assai diffusi nella prima letteratura cristiana;

ma qui le discese per la salvezza non sono attribuite  a Gesù Cristo, bensì al Metropater:

e questo potrebbe essere un segno di arcaismo.

Nella conclusione il rivelatore spiega il motivo della rivelazione diretta alla generazione che non vacilla, cioè alla discendenza di Seth;

ordina (a Giovanni) di scriverla, ma mantenerla segreta e tramandarla assolutamente gratis;

poi il rivelatore si allontana, diventa invisibile e ritorna «all’eòne perfetto».

Tra le parti più originali si noterà la presentazione dell’uomo nel suo triplice aspetto di anthropos divino, psichico, terreno, nel suo aspetto di microcosmo, nella sua vicenda quaggiù come tra catene, in una tomba, in una caverna, in una sede di oblio e di sonno, come vittima dei briganti.

L’immaginazione con la quale è presentata la duplice formazione dell’uomo quaggiù, oggetto della lotta tra cielo e terra, gli stratagemmi per legarlo alla materia, l’immissione in lui dello spirito di opposizione, ecc.

Non meno originale è la presentazione degli alberi del paradiso e l’acuta interpretazione gnostica di narrazioni bibliche anticotestamentarie.

Tra le molteplici oscurità che lo distinguono, lo scritto ha ancora a suo vantaggio, di presentare — senza tante sottigliezze teologiche — la continua presenza del divino quaggiù e il suo intervento salvatore.

Riassumendo le linee essenziali, lo scritto si può delineare così:

1. Come mai in questo mondo c’è il male?

2. Come può  l’uomo  liberarsi da  questo  mondo  e  dal male?

Questi interrogativi non sono mai espressi chiaramente, ma la loro sostanza rappresenta la tela che regge tutto il contenuto;

formulati in maniera  teologica, costituivano  i  motivi dell’angoscia  dell’apostolo Giovanni sul monte degli Ulivi.

La dottrina gnostica non è per tutti (pensiero comune qui come in altri testi), ma soltanto per quelli che appartengono alla «generazione che non vacilla» e anche a costoro deve essere comunicata in segreto.

Questo mondo contiene troppo male, troppi disordini, troppa incompletezza, troppi motivi di angoscia all’interno e all’esterno dell’uomo.

Un Dio che si crede onnipotente e buono come può avergli dato origine, come può sopportarne l’esistenza?

Il rivelatore che appare a Giovanni e gli spiega tutto questo sciogliendo i suoi interrogativi, nella redazione presente (ma anche nelle altre), è  senza alcun dubbio Gesù Cristo risorto;

a  livello di composizione la cosa è ben diversa, come s’è visto.

Al discepolo angosciato, il Cristo, presentandosi come padre-madre e figlio, espone il passato, il presente e il futuro dell’universo.

L’Essere supremo è presentato con la terminologia filosofica ellenistica:

egli è perfezione e  non  implica alcuna  relazione col mondo  di  quaggiù, perfezione che si esplica con una serie di emanazioni di esseri luminosi —  strettamente ordinati in coppie —, tra i quali è compreso Cristo e Sofia.

Uno di questi esseri luminosi, Sofia, volle produrre un altro essere (un doppio di se stessa) senza il concorso e l’approvazione del suo compagno, lo spirito:

una  parte  di lei (della sua forza luminosa) si staccò e andò nella sua creatura, che era un mostro.

Qui ha inizio la triste vicenda che coinvolse, in maniera diversa, tutto l’universo.

Il mostro, Jaldabaoth, il Dio dell’Antico Testamento, è un mostruoso dio creatore di angeli, di arconti, del mondo, ecc.

Sofia comprende e piange il suo errore;

ma ormai è nella deficienza e non può venire reintegrata fino a quando non riacquisterà quella parte di forza luminosa passata da lei alla sua creatura mostruosa.

Dall’alto le giunse la promessa di liberazione con una voce e con il riflesso dell’uomo divino, Adamo, sull’acqua primordiale.

Sulla scorta di questo riflesso, Jaldabaoth,  i suoi arconti e i suoi angeli formano l’uomo di quaggiù, prima psichico poi terrestre, apportatore della forza luminosa di Sofia soffiatagli in corpo dall’ignorante capo degli arconti.

Segue una  catena  di lotte  tra  le potenze della luce e  quelle delle tenebre  per  il  dominio  sull’uomo  cioè  riavere  (o  conquistare)  le scintille di luce divina nell’uomo.

Il sottile mitografo che scrisse questi passi era un profondo conoscitore dell’animo umano e della società.

All’uomo giunge aiuto dal regno della luce, ma a essa si contrappone l’azione di Jaldabaoth:

l’uomo è incatenato in un corpo, sepolto nella tomba, immerso in una caverna;

non solo, ma viene infuso in lui il desiderio sessuale che gli fa moltiplicare gli esseri umani e dilata il regno di Jaldabaoth;

inoltre contro lo spirito di vita, contro la tensione verso la patria, l’arconte mette nell’uomo un altro spirito, quello di contrapposizione che imita lo spirito superiore, ma in senso contrario.

Se l’uomo, immerso in tali lotte, riesce a mantenere il divino spirito vitale datore della conoscenza (di se stesso e del mondo), una volta liberatosi dalla materia, va nel regno della luce, sua patria.

Ma se l’uomo si lascia dominare dallo spirito di contraddizione peregrinerà nella materia fino a che sarà libero per opera della conoscenza.

Se poi rinnega la conoscenza avrà la stessa fine della materia: la distruzione.

Il giusto comportamento umano consiste nello sforzo continuo verso il regno della luce, nella tensione verso la retta conoscenza.

Tuttavia la madre primordiale (per il lettore, il Cristo) dalla quale tutto ebbe origine, nella sua terza venuta portò la grande illuminazione salvatrice.

 

INTRODUZIONE 

L’insegnamento e le parole del Salvatore.

Questi misteri nascosti, egli li rivelò in un silenzio, cioè Gesù Cristo, e li insegnò a Giovanni, il quale vi prestò attenzione.

Mentre  Giovanni, fratello  di  Giacomo, —  questi  sono  i  figli di Zebedeo —,  saliva al tempio, un giorno gli si fece incontro un fariseo di nome  Arimanios, il quale gli domandò:

«Dov’è  il tuo Maestro, quello che tu seguivi?».

Egli rispose:  «Se n’è  ritornato  nel luogo d’onde era venuto»

Il fariseo gli disse: «Questo Nazoraios vi ha indotto in errore con un inganno… egli ha… ha chiuso i vostri cuori e vi ha distolto dalle tradizioni dei vostri padri».

Udito ciò, io, Giovanni, mi allontanai dal tempio verso il Monte, in un luogo deserto;

in cuor mio ero molto triste, e dissi:

Perché mai fu decretato il Salvatore ?

Perché mai fu mandato nel mondo da suo Padre  ?

E chi è  suo  Padre  che  lo ha  mandato?  

Di che  genere  è quell’eòne al quale noi andremo?

Perché, infatti, egli ci disse: «Questo eòne corruttibile ha ricevuto il tipo dell’eòne incorruttibile» ?

Ma non ci insegnò di che genere sia».

Allorché, in cuor mio, pensavo a questo, improvvisamente si aprirono i cieli, tutto il creato risplendette di una luce venuta dal cielo, e tutto il mondo si scosse.

Io ebbi paura, e mi gettai a terra allorché vidi, nella  luce, starmi  di  fronte  un  fanciullo;  

tuttavia  allorché  lo guardavo aveva l’aspetto di un vecchio;

ma cambiò (di nuovo) forma divenendo come una donna.

Davanti a me, nella luce, c’era come una unità  dalle  molte  forme;  

e  le  forme  si  manifestavano  in  modo alternato.

Dato che era uno, come poteva avere tre forme?

Egli mi disse: «Giovanni, Giovanni, perché tu dubiti?

Perché hai paura?

Eppure tu non sei alieno all’apparizione.

Non essere timoroso!

Io sono colui che è con voi in ogni tempo.

Io sono il padre, io sono la madre, io sono il figlio.

Io sono l’incomprensibile e l’immacolato.

Sono venuto per annunziarti ciò che è, ciò che era e ciò che sarà, affinché tu conosca le cose che non  sono manifeste  e  quelle manifeste  e  per ammaestrarti sull’uomo perfetto.

Ora alza il tuo volto, vieni e ascolta, affinché tu possa sperimentare quanto oggi ti dirò per narrarlo a quanti hanno il tuo spirito, a coloro che  sono  di  questa  generazione  che  non  vacilla, la  generazione dell’uomo perfetto».

Io gli disse: «Dimmelo, di modo ch’io lo possa comprendere».

Alla narrazione dei misteri esoterici l’autore premette le circostanze di luogo e di tempo, inquadra abilmente le persone —  Giovanni apostolo e il fariseo Arimanios — contrapponendo anche la concezione che ognuno dei due aveva su Gesù;

pone subito in risalto il dato psicologico del turbamento,  che sorge in Giovanni, non appena viene sfiorata dal dubbio la sua fede «comune».

Dopo il turbamento scaturisce tutta una serie di interrogativi tutt’altro che secondari:

questi preparano alla rivelazione seguente, e attestano  la  necessità dell’insegnamento  esoterico per  comprendere  Gesù  e  la  sua missione nel mondo.

Non meno importanti sono altri dati: il simbolismo di Arimanios;

il fatto che Giovanni non prosegue la salita al tempio, ma si ritira in solitudine con i suoi dubbi;

la polimorfía di Gesù; 

la manifestazione piena che ha luogo solo dopo la vita terrestre di Gesù.

«Insegnamento segreto rivelato da Gesù con parole segrete in silenzio.

Il Salvatore le insegnò a Giovanni, e Giovanni le scrisse» 

L’autore, che dimostra di conoscere bene i Vangeli e il Nuovo Testamento in genere, è attento a che il lettore non confonda questo Giovanni uno dei dodici apostoli con Giovanni Battista;

inoltre, come si deduce dal testo copto, si riallaccia alle parole degli Atti:

«E ogni giorno frequentavano unanimi il tempio…», presentando la salita al tempio come una pratica abituale di Giovanni.

Arimanios  è  un  nome  simbolico e,  secondo fonti  greche,  nella religione di Zoroastro è il nome dello spirito cattivo.

Se n’è ritornato… Ancora una allusione a testi evangelici:

Gesù «sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che egli era venuto da Dio e a Dio ritornava…»;

«Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo;

di nuovo lascio il mondo e me ne vado  dal  Padre».

Nelle righe  seguenti,  l’accenno  all’abbandono  delle «tradizioni» e al supposto «inganno» di Gesù verso il popolo è ancora un richiamo a un costante tema evangelico:

«… altri dicevano: — No, inganna la gente — .

Come è noto, una tradizione del cristianesimo — comune alla fede ufficiale e alle varie correnti eterodosse —  ritenne che Gesù si manifestò pienamente soltanto dopo la sua risurrezione:

ed è appunto a questa tradizione che si ricollega il testo seguente come molte altre opere gnostiche.

Perché mai fu mandato… pur nella frammentarietà del testo  i dubbi teologici soteriologia e cosmologici di Giovanni, sono:  

perché fu decretata la salvezza;

perché il salvatore fu inviato dal Padre;

chi è questo Padre;

che tipo di eòne è quello nel quale andranno i fedeli:

questi interrogativi rappresentano la base del presente scritto.

fanciullo…  vecchio… donna:  

il testo, presentato solo parzialmente, è ricostruito in modo non uniforme dai diversi studiosi pur restando sostanzialmente concordi.

«Io ebbi paura e mi gettai a terra.

Ed ecco mi apparve un fanciullo.

Ma rimasi irrigidito allorché vidi che nell’apparizione luminosa (improvvisamente) c’era un vecchio.

Non comprendevo questa meraviglia, allorché (improvvisamente) nella luce c’era una donna

Io sono colui…:

sottile riferimento al testo evangelico:

«Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo»;

donde si può dedurre che anche la triade «padre, madre, figlio» corrisponda sostanzialmente alla Trinità:

«…  battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo…» ;  

la stessa triade è menzionata appresso come «gli eterni tre».

L’incontro del Gesù risorto con i suoi è un tema ricorrente, così il dubbio di questi e l’assicurazione del Risorto.

ciò che è, ciò che era  e ciò che sarà:  

l’espressione  sintetizza le tre  parti  della rivelazione:

la parte primordiale, l’essere supremo («il padre»);

la produzione del sistema cosmico, il mondo della luce («la madre»);

fasi della redenzione («il figlio»), generazione  che  non  vacilla,  cioè  stabile,  ferma,  nella  monade  e  nella  fede;

 

L’ESSERE SUPREMO 

Egli mi disse:

«La monade è una monarchia, al di sopra della quale non c’è nessuno.

Essa è il vero Dio e il Padre dalle molte forme.

Le sue forme erano visibili in modo alternato.

Pensavo:

se è  una,  come può  constare  di  tre  persone?»

Janssens  giudica verosimile che la terza forma sia «la luce» e che le tre forme corrispondano al carattere  trinitario  del rivelatore.

Questa polimorfìa del Cristo risorto, ma anche del Cristo durante la vita pubblica, è un tema di estremo interesse e abbastanza comune anche nella letteratura  apocrifa del Nuovo Testamento;

non ritengo si possa spiegare con l’analogia Gesù = sole nascente (fanciullo), sole al tramonto (vecchio),  e con quella di selene (luna —  Iside), quasi che abbracciando tutto lo spazio e il tempo attesti la sua continua permanenza con i suoi;

il significato è molto più vasto e, anche psicologicamente, profondo.

Tutto,   è   lo   spirito   invisibile,  è   al   di   sopra   del   tutto,   è nell’immutabilità la quale è nella luce pura, nessuna luce degli occhi lo può vedere:

egli è lo spirito invisibile.

Non è lecito rappresentarselo come gli dèi o come qualcosa del genere:

egli, infatti, è più grande degli dèi.

Nessuno è al di sopra di lui, nessuno è signore al di sopra di lui.

Egli non ha bisogno di alcuno, poiché prima di lui non ci fu nessuno.

Egli non ha bisogno di vita, perché è eterno.

Egli di nulla manca, poiché è totalmente perfetto.

Egli, essendo imperfettibile, non ha bisogno di nulla che lo renda perfetto, bensì in ogni momento è assolutamente perfetto, nella luce.

Egli è illimitato, poiché non ci fu alcuno prima di lui che gli possa porre dei limiti.

Egli non può essere scrutato, poiché non c’è alcuno prima di lui che lo possa scrutare.

Egli è incommensurabile, poiché non ci fu alcuno prima di lui che lo possa misurare.

Egli è invisibile, poiché nessuno l’ha visto.

Egli è eterno, egli esiste eternamente.

Egli è indicibile, poiché nessuno ha potuto giungere a parlare di lui.

Egli è  innominabile, poiché nessuno  è  esistito prima  di  lui  per potergli dare un nome.

Egli è  la  luce  incommensurabile, purificata,  santa,  tersa,  indescrivibile, perfetta nella intramontabilità.

Egli non è perfetto, né beato, né divino, bensì molto di più.

Egli non è corporeo, né è incorporeo.

Egli non è grande, ma neppure piccolo.

Egli non appartiene al genere (di cose) delle quali diciamo:

«Come è grande !» ;

non è una creatura, e non è possibile che uno lo comprenda.

Egli non è nulla di quanto esiste, ma è di gran lunga più eccellente.

Non quasi che (in sé) abbia qualcosa di più eccellente, bensì perché quanto costituisce la sua natura, non ha parte alcune con gli eòni né con i tempi.

Colui, infatti, che  partecipa di un  eòne, altri  l’hanno preparato, prima di lui.

Egli non è racchiuso nel tempo, poiché nulla egli può ricevere da un altro.

Poiché ciò che è ricevuto è un prestito.

Poiché non c’è alcuno anteriore  a  lui dal quale  possa ricevere qualcosa: 

questi, infatti, guarda piuttosto a lui nella sua pura luce.

Egli, infatti, è una grandezza, e ha una dimensione incommensurabile, egli è l’eòne perché dà l’eòne, egli è vita perché dà la vita, egli è beato perché dà la beatitudine, egli è gnosi perché dà la conoscenza, egli è buono perché dà la bontà, egli è misericordia perché dà la misericordia e la salvezza, egli è grazia perché dà la grazia non perché  l’ha  bensì  perché  egli  dà  una  incommensurabile, una intramontabile grazia.

Ti parlerò di lui.

Il suo eòne è intramontabile, egli tace e riposa nel silenzio;

egli è anteriore a tutte le cose;

egli è la testa di tutti gli eòni e, per mezzo della sua bontà, egli dà loro la stabilità.

Infatti noi, non siamo noi che lo abbiamo conosciuto;

noi ignoravamo tutto su di lui, a eccezione di colui nel quale egli — cioè il padre — si è manifestato.

È lui, infatti, che ce ne ha parlato.

Lungo discorso sull’essere  supremo, padre di tutto  e immutabile.

L’inconoscibilità dell’essere supremo — che non si può dire «dio» perché superiore a ogni essere al quale si dà questo nome —  è un tema comune a tutti i testi gnostici.

L’autore abbonda perciò nell’enumerazione  di ciò che il padre  primordiale non è;  

non mancano  gli attributi positivi, derivanti non dalla conoscenza che si ha di lui, ma da certi aspetti che lo gnostico scorge nell’azione dell’essere supremo nel mondo e in se stesso.

Gesù stesso non ha le parole per descriverlo, e Giovanni non ha i requisiti per comprenderlo.

Il passo presente illustra e amplifica il testo paolino:

«O abisso della ricchezza, della sapienza, della scienza di Dio!  

Quanto impenetrabile i suoi decreti e inesplorabili le sue vie…

In realtà tutto viene da lui, tutto accade per opera di lui, tutto tende a lui».

nella luce pura…:

si sentono qui gli echi delle espressioni paoline:

«Colui che, solo, possiede l’immortalità, colui che abita una luce inaccessibile, colui che nessun uomo ha visto né può vedere».

Non quasi che (in sé)… non ha nulla in comune con altri, perciò non può essere paragonato o messo a confronto con altri.

un eòne perché dà l’eòne oppure «… perché dà l’eternità».

Ti  parlerò  di  lui…  acqua  luminosa  che  lo  circonda.  

«Che cosa ti posso io dire di lui, l’incomprensibile, dell’aspetto della luce, secondo quello ch’io posso comprendere — chi  mai,  infatti,  lo  può  comprendere?  —,   come  te  ne  parlerò?  

Il  suo  eòne  è intramontabile, è nel riposo e riposa nel silenzio; 

egli esiste prima del tutto:

egli è, dunque, la testa di tutti gli eòni;

seppure c’è ancora qualcosa [o — qualcuno —] presso di lui.

Nessuno di noi, infatti, conosce ciò che è dell’incommensurabile, a eccezione di colui che abitò in lui.

È lui che ci ha detto questo, lui che si comprende nella sua propria luce che lo circonda, lui che è la fonte della vita, la luce pura.

La fonte dello spirito scaturì dall’acqua viva della luce, ed egli dispose tutti gli eòni e i mondi di ogni genere.

Egli comprese la sua propria immagine, guardando nella luce pura che lo circonda»

Gesù non ha le parole per dire a Giovanni quanto egli può afferrare, né gli è possibile descriverlo in modo che Giovanni comprenda. 

IL MONDO DELLA LUCE 

Poiché è lui che volge lo sguardo in se stesso, nella luce che lo circonda, la quale è la sorgente dell’acqua di vita, e produce tutti gli eòni, d’ogni tipo.

Barbelo

Egli conosce la propria immagine vedendola nella sorgente dello spirito;

egli la vede nella sua acqua luminosa, cioè nella sorgente della pura acqua luminosa che lo circonda.

Il suo pensiero compì un’azione:

essa apparve, stette ritta e si presentò davanti a lui nello splendore della sua luce, che è la forza anteriore a tutti loro, manifestatasi nel suo pensiero, che è la pronoia del tutto, la sua luce splendente, l’immagine della luce, la forza del perfetto, l’immagine  dell’invisibile  virgineo spirito perfetto;

essa è la forza, la gloria della Barbelo, la gloria perfetta  tra  gli eòni, la gloria della manifestazione, la gloria dello spirito virgineo:

ed essa lo lodò, poiché fu per opera di lui che fu manifestata.

Questa è la prima ennoia, la sua immagine.

Essa divenne la   «madre   del   tutto»,   avendo   preceduto   tutto:    

è   il «metropàtor», il «primo uomo», lo «spirito santo», «il maschio triplo», la «forza tripla», il «nome triplo», il «bisessuato» e l’«eòne eterno» tra gli invisibili.

E la prima apparizione, cioè Barbelo, chiese all’invisibile virgineo spirito  di darle  una  prima  conoscenza:  

e  lo  spirito  gliela accordò.

Allorché gliela ebbe accordata, apparve la prima conoscenza e stette su presso la pronoia —  la quale proviene dal pensiero dell’invisibile  e virgineo spirito —, e lodò lui e la sua forza perfetta, la Barbelo, essendo venuta all’esistenza per la di lei domanda.

Nuovamente essa gli chiese di darle  l’immutabilità:

ed egli gliela accordò.

Allorché egli gliela ebbe accordata, apparve l’immutabilità;

stette su presso il pensiero e con la prima conoscenza, e lodarono l’invisibile e la Barbelo per mezzo della quale vennero all’esistenza.

La Barbelo gli chiese di darle  una  vita  eterna:

e  l’invisibile  spirito gliela accordò.

Allorché gliela  ebbe  accordata,  apparve  la  vita  eterna;  

esse  stettero  su  e lodarono lo spirito invisibile e la Barbelo per mezzo della quale vennero  all’esistenza.  

Essa gli  chiese  ancora  di  darle  la  verità:  

e l’invisibile spirito gliela accordò.

Apparve la verità; esse stettero su e lodarono l’invisibile, eccelso spirito e la sua Barbelo, per la domanda della quale esse vennero all’esistenza.

Questa è la pentade degli eòni del Padre, cioè il primo uomo, l’immagine dello spirito invisibile;

la pronoia, che è Barbelo, il pensiero, la prima conoscenza, l’immutabilità, la vita eterna, e la verità.

Questa è la pentade degli eòni bisessuati, cioè la decade degli eòni, cioè il Padre.

Il mito  gnostico dell’Apocryphon  inizia con la  apparizione di  Barbelo.

L’essere supremo, il padre primordiale, il virgineo spirito perfetto riflette se stesso nella tersa acqua splendente che lo circonda e appare così il primo essere, Barbelo;

essa loda l’essere supremo che l’ha voluta madre di tutto perché anteriore a tutto, «madre-padre», perfetta nella sua dipendenza.

La Barbelo chiede al supremo quattro doti:

la prima conoscenza, l’immutabilità, la vita eterna, la verità;

e ognuna appare, secondo uno schema fisso, costituendo così (con Barbelo) la pentade (decade in quanto ognuno è bisessuato) eterna del padre.

Il padre volge uno sguardo alla Barbelo:

questa resta incinta e genera «uno splendore luminoso», «il figlio unico del padre», presentato con singolare solennità:

dà gioia a Barbelo, è unto con bontà dallo spirito il quale versa su di lui un po’ di se stesso, e lo loda a  gran  voce. 

La triade  è  completa:  padre  —   madre  —   figlio.

il  figlio chiede  un collaboratore: l’intelligenza;

e gli viene accordata.

L’invisibile spirito crea la parola per il figlio, cioè per il Cristo che con essa — preceduta dalla volontà — compirà tutta la sua missione;

la vita eterna, l’intelligenza, e la prima conoscenza lodano lo spirito e la Barbelo.

Lo spirito rende perfetto il figlio, lo pone affianco a sé, gli conferisce autorità su tutto, gli dà un nome superiore a tutti, cioè lo stesso nome di Dio.

La luce, cioè il Cristo per iniziativa dello spirito, manifesta quattro luminari che si pongono con lui e con i tre (cioè la volontà, il pensiero, la vita);

al servizio nei luminari la volontà e la vita emanano quattro forze (la comprensione, la grazia, la percezione, la saggezza), ognuna delle quali ha tre eòni, per un totale di 12 eòni, sistemati nei quattro luminari (Armozel, Oriel, Davithai, Eleleth):

tutto appartiene al figlio, ma fu consolidato dallo spirito invisibile.

Dalla prima conoscenza e dall’intelligenza perfetta, per volere dello spirito e la volontà del figlio, scaturisce l’uomo perfetto, Adamas:

lo spirito, che gli diede il nome, lo pone sul primo eòne, nel primo luminare, con il figlio (cioè col Cristo) e gli dà un invincibile potere intellettuale;  

ed egli —  Adamas —  loda la triade (padre-madre-figlio) alla quale deve la  propria  esistenza;  

con notevole anticipazione è assegnato il posto alla discendenza di Adamas, in scala decrescente negli altri luminari:

Seth nel secondo eòne, nel secondo luminare;

la discendenza santa di Seth nel terzo eòne, nel terzo luminare;

ma la discendenza ostinata e ignorante è posta nel quarto eòne, nel quarto luminare, ove si trova anche la Sofia.

virgineo spirito è l’essere supremo, il padre primordiale;

ma ricorre pure di Barbelo, in quanto emanata da lui; 

Essa divenne…: seguono i nove attributi della Barbelo: madre del tutto, metropàtor (emanata dal padre primordiale, partecipa della sua natura), primo uomo («poiché la sua immagine fu manifestata in un aspetto umano»), spirito santo, maschio triplo (l’uomo ideale, perfetto), forza tripla e nome triplo (cioè forza e nome alla massima potenza), bisessuato (alla lettera «maschio-femmina» cioè androgino:  duplice aspetto della Barbelo), eòne eterno-, la prima apparizione, che prendo come soggetto della frase seguente, può anche essere intesa come ultimo attributo, ma ritengo sia meno corretto.

chiese all’invisibile, virgineo spirito…-, cioè la domanda, la concessione, la apparizione, la presentazione, la lode.

tutto fa credere che la prònoia sia qui uguale al pensiero e che «la pentade degli eòni» o «la pentade eterna» sia così composta:

1. Barbelo (prònoia ed ennoia);

2. la prima conoscenza ;

3. l’immutabilità;

4. la vita eterna;

5. la verità.

Tutti  provengono dall’invisibile,  virgineo spirito:  

la Barbelo per iniziativa dello spirito, le altre accondiscendendo alle domande di Barbelo.

Il figlio

Egli  guardò  Barbelo  nella  luce  pura  che  circonda  lo  spirito invisibile e il suo splendore:

essa rimase incinta di lui;

egli generò uno splendore luminoso simile alla luce beata, ma non uguagliava la di lui grandezza:

questo è l’unico figlio del Metropàtor che fu manifestato, cioè la testa, l’unica generazione, il figlio unico del Padre, la luce pura.

L’invisibile virgineo spirito gioì della luce venuta alla esistenza, che egli aveva precedentemente manifestato dalla sua prima forza, dalla sua pronoia, cioè da Barbelo.

Egli la unse con la sua bontà, sicché divenne perfetta e non mancò di nulla, quanto alla bontà, poiché egli l’aveva  unta  con la bontà  dello spirito invisibile.

Egli si era posto davanti a lei, e aveva versato su di lei un po’ dello spirito santo.

Subito dopo aver ricevuto questo dallo spirito, essa lodò lo spirito santo e la pronoia perfetta —  [per mezzo dello spirito, essa lodò lo spirito santo e la pronoia perfetta] — a motivo della quale ella si era manifestata.

Lei gli chiese di darle un collaboratore, cioè l’intelligenza;

ed egli gliela accordò.

Allorché lo spirito invisibile gliela ebbe accordata, si manifestò l’intelligenza, e stette su con la bontà:

lodò lui e Barbelo.

Ora  tutto  questo  venne  all’esistenza  per  mezzo del silenzio e  del pensiero.

Egli volle creare  una  cosa per  mezzo della parola  dello spirito invisibile:

e il suo volere divenne una  realtà  che si manifestò con l’intelligenza e con la luce, e lo lodò.

La parola venne dopo la volontà, poiché per mezzo della parola, egli il Cristo, il divino autoghenes, ha creato tutto.

La vita eterna, insieme alla sua volontà, all’intelligenza e alla prima conoscenza stettero su:

lodarono lo spirito invisibile e Barbelo, poiché per mezzo di lei erano venute all’esistenza.

Lo spirito  santo  completò il  divino  autoghenes, suo  figlio, con Barbelo;

in tal modo affianco del grande, invisibile e vergineo spirito egli pose il divino autoghenes, Cristo, che a gran voce egli aveva onorato;  

egli fu manifestato  per  mezzo  della  prònoia.  

L’invisibile vergineo spirito pose al di sopra di tutto il vero, divino autoghenes;

pose sotto di lui ogni autorità e la verità, che è in lui, affinché egli conosca il tutto;

colui che è nominato con un nome al di sopra di ogni nome:

poiché è questo nome che sarà detto (soltanto) di coloro che ne sono degni.

Quattro luminari, quattro forze, dodici eòni

È, infatti,  dalla  luce, cioè da  Cristo, e  dalla  incorruttibilità,  per iniziativa del Dio dello spirito, che dal divino autoghenes (derivarono) i quattro luminari.

Egli guardò che si ponessero davanti a lui.

I tre sono: la volontà, il pensiero e la vita;

e al servizio nei quattro luminari, la volontà e la vita manifestarono ancora quattro forze.

Le quattro  forze sono: la comprensione, la grazia, la percezione, e  la saggezza.

La grazia è con l’eòne luminare Armozel, che è il primo angelo, e insieme a questo eòne ci sono altri tre eòni: la grazia, la verità, la forma.

Il secondo luminare è Oriel, che è posto sopra il secondo eòne; e con esso sono altri tre eòni: l’epinoia, la percezione, la memoria.

Il terzo luminare è Daveithai, che è posto sopra il terzo eòne; e  altri  tre  eòni sono con esso:  la comprensione, l’amore,  l’idea.

Il quarto eòne è posto sopra il quarto luminare, Eleleth;

insieme a esso sono altri tre eòni: la perfezione, la pace, la Sofìa.

Questi i quattro luminari posti davanti al divino autoghenes;

questi sono i dodici eòni installati davanti al figlio, il grande autoghenes, Cristo, per volere e dono del divino, invisibile spirito.

I dodici eòni appartengono al figlio, all’autoghenes, ma il tutto fu consolidato secondo il volere dello spirito santo, per mezzo dell’autoghenes.

«Lei volse uno sguardo intenso verso di lui; Barbelo — la luce pura — si volse verso di lui;

lei generò uno splendore luminoso di luce beata;

ma non uguagliava la di lei grandezza:

è l’unigenito che si è manifestato al padre

«che si è manifestato nel padre», il dio generato da sé,  il figlio primogenito del tutto  dallo spirito della luce pura»

«il figlio primogenito tra tutti [i figli] del padre, la luce pura».

il figlio «non eguagliava la di lui grandezza», cioè quella dello spirito (cioè del padre primordiale)

«non uguagliava la di lei grandezza», cioè della Barbelo.

la unse…: qui e in seguito il femminile si riferisce alla «luce», cioè al «figlio, ecc.» e il maschile allo spirito. bontà,., bontà…:  «eccellente  — buono» che ha certo un riferimento al «Cristo»

non si tratta  di «Cristo» ma di «bontà».

Il padre — lo spirito invisibile — unge il figlio con la sua bontà in modo da identificarlo con se stesso.

per mezzo del silenzio e del pensiero o «nel silenzio…», in quanto non è la circostanza della emanazione che è rilevata, bensì gli esseri che la causarono, cioè lo spirito  invisibile (il silenzio) e  la Barbelo (il pensiero).

Nel contesto della singolare solennità con cui è presentata l’emanazione del figlio, egli chiede un cooperatore (o un «amico»)

«chiese che le fosse data una sola cosa: l’intelligenza»

«L’invisibile spirito volle fare una cosa per mezzo di una parola, e la sua volontà divenne una cosa» 

per mezzo della parola… il soggetto è lo spirito;

autoghenes, non equivale a «autogenerato» ma voluto, creato da un atto indipendente dello spirito.

egli fu manifestato per mezzo…-, dunque il figlio, cioè Cristo, ha una posizione unica nella  triade  in  quanto  affianca direttamente  l’invisibile  spirito,  e  come  —   alla  sua emanazione —  lo spirito si rallegrò, così qui è ancora lo spirito che loda questa sua emanazione 

«Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni nome»

«… divenuto tanto superiore agli angeli quanto più augusto del loro è il nome che egli ha ereditato»

i tre sono… con questi tre e i due (il Cristo e l’incorruttibilità) che diedero origine ai luminari si ha la pentade. 

i dodici eòni e i loro luminari sono:

con Armozel: verità ;

con Oriel:  memoria; 

con Daveithai:  intelligenza;  

con  Eleleth: perfezione .

 

Adamas, l’uomo perfetto

Dalla prima conoscenza e dall’intelligenza perfetta, attraverso la manifestazione della volontà dello spirito invisibile e la volontà dell’autoghenes, (scaturì) l’uomo perfetto:

la prima manifestazione e il vero, che lo spirito vergineo chiamò Pighera-Adaman;

e lo pose sul primo eòne con il grande autoghenes, Cristo, nel primo luminare Armozel, e  con  lui  sono  le  sue  forze. 

L’invisibile  gli  diede  un invincibile, intellettuale potere.

Ed egli parlò, onorò e benedisse lo spirito invisibile;

e disse: «Il tutto venne all’esistenza grazie a te, e il tutto si volgerà a te.

Io, poi, onorerò e loderò te, e l’autoghenes, e gli eterni tre:

il Padre, la Madre, il figlio: la potenza perfetta».

Collocò suo figlio Seth sul secondo eòne, nel secondo luminare, Oriel.

Nel terzo eòne fu posta allora la discendenza di Seth;

nel terzo luminare, Daveithai, furono poste le anime dei santi.

Nel quarto eòne furono poste le anime di coloro che ignoravano il plèroma, che non si pentirono sollecitamente, ma persistettero per un certo tempo e dopo si pentirono:

esse andarono nel quarto luminare, Eleleth.

Queste sono le creature; esse lodarono lo spirito invisibile.

1. Pighera-Adaman sta per «il nome è proprio Adamas»;

 l’uomo perfetto è il prodotto di prognosi (= prima  conoscenza) e  di nous (= intelligenza) con l’assenso  dello spirito invisibile e dell’autoghenes;

mentre Sofia volle agire da sola.

Collocò suo figlio Seth…: il soggetto è lo spirito invisibile; 

LA CADUTA 

Ma la Sofìa dell’epinoia,  essendo essa un  eòne, con la considerazione dello spirito invisibile e  (con) la prima  conoscenza, concepì da se stessa un pensiero:

volle manifestare una immagine di se stessa senza il volere dello spirito, nonostante che egli non approvasse, senza  il  di  lei  compagno  e  senza  il  di  lui  pensiero;

nonostante il suo elemento maschile non approvasse, nonostante non avesse  trovato  l’assenso  (del  suo  compagno);  

nonostante  avesse pensato senza l’approvazione  dello spirito e la conoscenza del suo compagno, lei lo produsse.

A motivo della potenza invincibile che è in lei;

il suo pensiero non fu inefficace, e da lei si manifestò un’opera  imperfetta:  

era (un essere) diverso dal di lei aspetto —  avendolo lei creato senza il suo compagno —,  non  aveva  alcuna  somiglianza con la  figura  di  sua madre, aveva un’altra forma.

Tutto fin qui è organico e piramidale, ogni essere coordinato all’altro, gli inferiori ai superiori, ognuno era proceduto in perfetta assonanza con il superiore, ringraziato e lodato dopo ogni singola manifestazione.

Ora l’ultimo degli eòni, il più lontano dalla sorgente del tutto, cioè Sofia («la nostra consorella Sofia»), volle manifestare una immagine di se stessa, ma senza l’approvazione dello spirito, senza l’assenso e la cooperazione del suo compagno.

Il suo pensiero divenne una  realtà,  ma non era la sua immagine, bensì un  essere odioso e stupido;

essa lo allontanò da sé, dagli immortali;

lo pose su di un trono tra le nuvole, affinché nessuno lo vedesse, gli diede il nome Jaldabaoth, e lo mandò lontano.

L’azione indipendente di Sofia dà inizio a tutta una catena di eventi:

il mondo inferiore delle tenebre, il male, la lotta e, in fine, la redenzione umana.

Sofia con  l’aiuto  che  le  deriva  dallo  spirito  e  dalla  prima  conoscenza può realizzare il suo pensiero perché è un eòne;

ma non ha l’assenso dello spirito e del suo compagno;

la sua colpa è dunque volontaria e da attribuire soltanto a lei:

volle procreare senza il suo compagno.

La potenza invincibile le derivò dallo spirito che le diede origine;

una porzione di questa potenza la trasferì nel figlio (Jaldabaoth) il quale, pur ignorando di averla, è in forza di essa che dominava gli altri arconti;  

potenza che il figlio non diede agli altri arconti, ma trasferirà involontariamente  in  Adamo.

l’azione di Sofia prese le mosse dal fatto che in lei c’è un impulso lascivo , una forza sensuale, libidinosa, passionale.

Il peccato di Sofia è, qui, la volontà di procreare da sola senza l’assenso e la partecipazione del suo compagno

«Essa (Sofia) ignorava che  l’ingenerato  essendo principio del tutto… ha capacità di generare da solo, mentre essa generata e nata dopo molti, non poteva avere la potenza dell’ingenerato.

Infatti nell’ingenerato tutto è raccolto insieme, mentre  negli  esseri  generati  l’elemento   femminile  emette  la  sostanza e l’elemento  maschile dà la forma alla sostanza emessa dall’elemento femminile.

Perciò Sofia emise quello che poteva:

una sostanza priva di forma e di perfezione» 

Chi sia il compagno di Sofia non è detto espressamente;  

dal contesto si può dedurre  che il suo compagno è il vergine spirito tre volte maschio, aspetto della prònoia divenuta il primo uomo (quello celeste);

l’aborto di Sofia manca di spirito.

Quando le è detto che «l’uomo esiste» si tratta del primo uomo;

mentre «il figlio dell’uomo» è l’autogenito o monogenito, che sarà il suo salvatore.

Jaldabaoth

Allorché essa vide che (l’oggetto) della sua volontà era di un tipo diverso — (aveva) il tipo di un drago, la faccia di leone dagli occhi di fuoco fulminanti e fiammeggianti —,  lo allontanò da sé, da quei luoghi, affinché non fosse visto da alcuno degli immortali, avendolo lei creato nell’ignoranza.

Lo avvolse in una nube lucente, e in mezzo alla nube dispose un trono affinché nessuno lo potesse vedere, ad eccezione dello spirito santo, detto «la madre dei viventi».

Ella gli diede il nome «Jaldabaoth».

 

IL MONDO DELLE TENEBRE 

Questo è il primo arconte;

egli ricevette da sua madre una grande forza, si allontanò da lei e abbandonò i luoghi nei quali nacque.

Egli si affermò.

Si creò altri eòni in una fiamma di fuoco splendente — nella quale tuttora si trova —,  inebetito nella sua follia, e produsse delle potenze.

A motivo della irregolare azione di Sofia, suo figlio Jaldabaoth dà origine al mondo inferiore che si contrapporrà al mondo superiore e ne scimiotterà l’ordinamento servendosi della forza (cioè della luce) ricevuta da sua madre.

«egli ricevette da sua madre… una grande forza»

«egli (fece scaturire) una possente e abbondante scintilla dalla madre» 

Lungi da sua madre, in luoghi inferiori, il protarconte Jaldabaoth crea dodici potenze ():  

a  sette  di  costoro  (arconti,  re)  egli affida la  sovranità  sopra  ognuno  dei  sette firmamenti  celesti, mentre  agli  altri  cinque  assegna la  sovranità  al  di  sopra  delle «profondità dell’abisso».

A tutti questi arconti Jaldabaoth partecipò «del suo fuoco», ma non di quella forza luminosa ricevuta da sua madre;  

gli arconti crearono sette potenze, ognuna delle quali si creò sei angeli, fino al numero complessivo di 365;

l’autore — che segue, naturalmente, un sistema astrologico — dà i nomi dei sette che sovrastano i sette cieli e formano «l’ebdomade della settima» (o «la settimana del sabbato»).

Al di sopra di tutta questa catena di esseri sovrasta solitario Jaldabaoth:

avvolto in una nuvola e seduto tra i serafini Jaldabaoth raffigura bene per questi gnostici il Dio ebraico (o dell’Antico Testamento) che si manifesta tra le nuvole e siede tra i serafini.

Jaldabaoth dà a ognuno la forma che vuole;

ai sette su menzionati assegna diverse qualità sicché ognuna di queste potenze ha due nomi:

uno dato dalla gloria celeste per la distruzione;

l’altro dato dall’archigennetor per opere grandiose.

Tutto è compiuto a immagine del mondo celeste, imperituro;

non perché il primo arconte lo avesse visto, ma a motivo della forza inconsciamente ricevuta dalla madre Sofia.

Di fronte  alla moltitudine  che  lo  circondava, venuta  all’esistenza  per  opera  sua, Jaldabaoth fa sue — le parole del Dio dell’Antico Testamento: «Io sono un dio geloso…».

Il mondo delle tenebre è così completo: l’autore spiega chi sia Jaldabaoth (il dio degli ebrei), quale sia il significato che ha per lui l’Antico Testamento (codice del mondo delle tenebre), come da tale significato ne fosse lontano Giovanni anche dopo la risurrezione di Gesù, allorché si recava al tempio, e avvia in tal modo l’insegnamento gnostico.

Egli si affermò  «prese possesso di altri luoghi»,  

«Egli si accoppiò alla follia che era con lui e generò le potenze, che sono sotto di lui, come dodici angeli, ognuno dei quali è nel proprio eòne, secondo il tipo degli eòni incorruttibili.

 Per ognuno di essi creò sette angeli, e gli angeli di tre forze, sicché sotto di lui ci sono 360 schiere angeliche con la sua terza forza, a somiglianza del primo tipo che è davanti a lui.

 Apparvero dunque le potenze dal primo generatore (Archigennetor), dal primo arconte dell’oscurità, dell’ignoranza di colui che le generò;

i loro nomi sono:…»

I nomi delle dodici potenze (corrispondenti ai segni dello zodiaco) sono alquanto diversi nei tre codici : Athoth = Iaoth;

 Harmas = Hermas  (Harmas,  III);

 Kalila-Umbri —  Galila;

 label  =  Iobel;

 Adonaiou-Sabaoth    = Adonaios;

 Kain — Sabaoth;

 Abel = Kainan-Kae  (Kainan-Kasin,  III);

 Abri-sene = Abiressine (Abiressia, III);

 Iobel = Iobel;

 Armoupieel = Harmoupiale;

 Mei-cheir Adonein = Adonin;

 Belias = Belias.

 queste dodici potenze hanno due nomi: qui è dato, di tutte, il nome segreto, non quello comune proveniente da Saklas.

«Tutte queste hanno pure altri nomi (derivanti) dal desiderio e dalla collera;

 hanno i nomi doppi che furono dati loro.

 Gli uni furono dati loro dalla gloria del cielo: questi sono conformi alla verità, rivelano la loro natura.

 Saklas li chiamò con nomi conformi alla sua fantasia e alla loro forza.

 Nel corso dei tempi (da una parte), si allontanano e si indeboliscono;

 ma (dall’altra) riprendono forza e crescono» 

 Si tratta, naturalmente, del corso delle costellazioni.

 

Le dodici potenze

La prima  ha  nome  Athoth,  e  le  generazioni chiamano  …

La  seconda è  Harmas:  egli è  Vecchio dell’invidia.

La terza  è  Ka-lila- Umbri.

La quarta è Jabel.

La quinta è Adonaiu, detta Sabaoth.

La sesta è Kain, che le generazioni umane chiamano «il sole».

La settima è Abel.

L’ottava è Abrisene.

La nona è Jobel.

La decima è Armupieel.

L’undicesima è Melcheir-Ado-nein.

La dodicesima è Belias, che è sulla  profondità  dell’Amente.

Pose  sette  re  —   uno  su  di  ogni firmamento del cielo — fino al settimo cielo, e cinque sulla profondità dell’abisso affinché regnassero.

Egli partecipò loro del suo fuoco, ma non mandò loro nulla di quella forza di luce che aveva ricevuto da sua madre: poiché egli è una tenebra ignorante.

del suo fuoco cioè di quello che lo circonda ma non comunicò «la grande forza» avuta da sua madre il fatto che Jaldabaoth  ignorasse la propria forza è molto importante per la tematica redentiva del presente testo:  la  forza  della  madre  è  indivisibile e  solo  temporaneamente  ne  è  partecipe Jaldabaoth 

Jaldabaoth diede loro del suo fuoco e della sua forza, ma soggiunge subito: «però non diede loro della luce pura della forza derivatagli da sua madre».

Debolezza e orgoglio

Ma allorché la luce si mescolò con la tenebra, fece della tenebra luce;

 mentre allorché la tenebra si mescolò con la luce, indebolì la luce;

 divenne né luce né tenebra: ma divenne malato.

 Ora l’arconte malato ha tre  nomi: il primo è Jaldabaoth, il secondo è Saklas, il terzo è Samael;

 nella sua ignoranza, egli è empio.

 Disse, infatti: «Io sono dio, e non v’è alcuno altro dio all’infuori di me» ;

 ignorava, infatti, la sua forza, il luogo dal quale era venuto.

 Gli arconti si crearono sette potenze e ogni potenza si creò sei angeli: il numero degli angeli fu 365.

 lo sono dio…: 

 la bestemmia consiste nel proclamarsi «dio»;

«Jahveh  sono io, e non ce n’è altri, all’infuori di me non v’è alcun dio»

«… io sono dio, non ce n’è alcun altro».

Si tratta di un testo molto sfruttato dai gnostici trattando della cosmogonia;

danno così un giudizio altamente negativo del Dio dell’Antico Testamento presentandolo come un essere inferiore, ignorante, creatore del disordinato mondo di quaggiù;

naturalmente non gli riconoscono mai la divinità e sottolineano che è proprio lui —  nella sua demenza —  a credersi e proclamarsi «dio», donde il soprannome di Authades

Il numero degli angeli si riferisce, di certo, ai giorni dell’anno;

 

Le forme dei sette e di Jaldabaoth

Questi sono i corpi dei nomi:

il primo è Athoth, dall’aspetto di pecora;

il secondo è Eloaiu, dall’aspetto d’asino;

il terzo è Astafaios, dall’aspetto di iena;

il quarto è Jao, dall’aspetto di drago a sei teste;

il quinto è Sabaoth, dall’aspetto di drago;

il sesto è Adonin, dall’aspetto di scimmia;

il settimo è Sabbede, dall’aspetto  di fuoco splendente.

Questa è l’ebdomade della settimana.

Jaldabaoth aveva una moltitudine di aspetti e dimorava al di sopra di ognuno di essi per potere conferire a ognuno una  forma corrispondente alla sua volontà.

Stando in mezzo ai serafini partecipava loro il suo fuoco;

perciò signoraggiava su di loro in forza della gloriosa luce che era in lui da sua madre.

Per questo si chiamò «dio»;

ma non obbediva al luogo dal quale era venuto.

E si unì con le potenze che erano al di sotto di lui, con le sette potenze che erano nel suo pensiero, sicché quando egli parlò esse vennero all’esistenza, e diede il nome a ogni potenza, iniziando dall’alto.

La prima è la bontà, presso il primo, Athoth;

la seconda è la prònoia, presso il secondo, Eloaio;

la terza è la divinità, presso il terzo, Astrafaio;

la quarta è la dominazione, presso il quarto, Jao;

la quinta è il regno, presso il quinto, San-baoth;

la sesta è il fuoco, presso il sesto, Adonein;

la settima è la sapienza, presso il settimo, Sabbateon.

Questi hanno un firmamento per ogni eòne celeste.

Questi nomi furono dati loro in conformità della gloria celeste per sconfiggere la loro potenza;

ma con i nomi dati dal loro Archigennetor essi compiono opere grandiose.

Mentre i nomi dati loro in conformità della gloria celeste, erano per la distruzione e per l’impotenza.

Essi, dunque, hanno due nomi.

i corpi dei nomi-, equivale a «tipo — forma».

 «Ora i nomi della gloria di coloro che sono al di sopra dei sette cieli, sono…» 

 

Essi, dunque, hanno due nomi:  i nomi dati in conformità della gloria sono i primi menzionati.

Il mondo inferiore fu creato da Jaldabaoth secondo il modello del mondo superiore, non perché l’Archigenitor abbia visto questo mondo ma a motivo della forza posseduta da Jaldabaoth e trasmessagli dalla madre;

 è su di essa che ha fondamento la somiglianza tra i due mondi.

 

Jaldabaoth ordinatore orgoglioso

Egli ordinò ogni cosa a immagine degli eòni che esistettero per primi, in tal modo egli li creò a somiglianza degli incorruttibili;

non che egli avesse visto gli incorruttibili, ma fu la potenza che era in lui e che aveva ricevuta da sua madre, che produsse per mezzo suo l’immagine del bello ordinamento.

 E allorché egli vide la creazione che lo circondava e la moltitudine degli angeli che gli stava attorno  — quanto era venuto all’esistenza per mezzo suo —, disse loro:

«Io sono un dio geloso, e non c’è altro dio all’infuori di me».

Ma pronunziando questo, agli angeli che si trovavano con lui segnalò che c’era un altro dio;

se, infatti, non ce ne fosse stato un altro, di chi poteva essere geloso?

dio geloso: «io… sono un Dio geloso…»: «Jahveh si chiama “Geloso”, è un Dio geloso».

 

PENTIMENTO E RESTAURAZIONE  

Pentimento di Sofia

La madre, allora, cominciò a muoversi di qua e di là: riconobbe l’errore che sminuì lo splendore della sua luce;

 si era oscurata poiché il suo  compagno  non  aveva  concordato  con  lei.

 Ma  io  domandai:

«Signore, che cosa significa “cominciò a muoversi di qua e di la”?».

Egli sorrise, e disse: «Non pensare che sia come disse Mose“sulle acque”!  

No, quando lei vide la malvagità che era sorta e la rapina causatale da suo figlio, si pentì;

nelle tenebre dell’ignoranza  fu  colpita dall’oblio  e, muovendosi, incominciò a vergognarsi:

il movimento è il «muoversi di qua e di là».

Sezione dedicata interamente a Sofia;

il breve tratto dedicato a suo figlio ha lo scopo di contrapporre i due comportamenti.

Inizialmente Sofia diventa cosciente della mancanza constatando che la sua luce è scemata (avendone dato una parte al figlio) e ha interrotto l’armonia emanando Jaldabaoth senza l’assenso del suo compagno: fatto questo più volte sottolineato 

il pentimento non sorge in lei motivato dall’agire del figlio bensì dalla malvagità sorta in lei e dalla rapina operata contro di lei dal figlio (asportandole parte della luce);

«rapina» è alla lettera «ciò che suo figlio le prese»

Per la prima volta Giovanni interrompe, con una domanda, il discorso di Cristo la cui interpretazione rende assai bene l’agitazione di Sofia e il suo pentimento.

Oltre la diminuzione della sua luce, Sofia sente di essere colpita dall’oblio (o «incapacità di conoscere — di ricordare») e di essere circondata da un velo di oscurità, espressione che, nel copto, può intendersi anche in riferimento a Jaldabaoth ( «aborto di oscurità»), ma  è  più  ovvio intendere  di  Sofia

Nonostante  il pentimento e l’aiuto accordatole dall’invisibile spirito, non è reintegrata nel suo posto: deve restare nel mondo di suo figlio (il nono cielo) fino alla eliminazione della deficienza.

 

Presunzione di Jaldabaoth

L’Autades  aveva preso una forza da sua madre;

egli tuttavia era ignorante;

riteneva, infatti, che non esistesse alcun altro all’infuori di sua madre soltanto;

e allorché vide la moltitudine di angeli da lui formata, si giudicò superiore a essi.

Autades cioè il presuntuoso, l’arrogante,  Jaldabaoth.

«Dopo che ebbe ricevuto la forza da sua madre, l’Autades non conosceva i molti, quelli che sovrastano sua madre, pensava, infatti, che ci fosse soltanto sua madre».

La madre è Sofia.

«… Ma la terra era vuota e deserta: la tenebra era sulla superficie dell’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque» 

Preghiera della pienezza

Sua madre, invece, allorché riconobbe il velo di oscurità —  poiché egli non  era  stato  creato perfetto  —   e  si  rese  conto  che  il  suo compagno non era daccordo con lei, si pentì con molto pianto.

Tutta la pienezza udì la preghiera della sua penitenza, e — in suo favore — innalzò lodi all’invisibile, vergineo spirito;

e lo spirito santo versò su di lei un po’ di tutta la loro pienezza.

Il suo compagno, infatti, non era andato da lei, ma dalla pienezza discese qualcosa su di lei per colmare il suo bisogno;

essa non fu portata nel suo eòne, bensì nel cielo di suo figlio, affinché rimanesse nel nono (cielo) fino a quando venisse colmato il suo bisogno.

E dall’altezza degli eòni sublimi discese per lei una voce:

«L’uomo esiste e il figlio dell’uomo».

«Egli udì [forse“il santo invisibile spirito” oppure — al plurale —“i suoi fratelli”] salire la preghiera della sua penitenza;

e  i suoi fratelli pregarono per lei;

il santo invisibile spirito acconsentì.

Dopo il suo assenso, lo spirito invisibile versò su di lei uno spirito (derivante) dalla perfezione.

Il suo compagno discese da lei per colmare il suo bisogno:

decise di colmare i suoi bisogni per mezzo della prònoia.

Ma non fu fatta salire al suo proprio eòne;

a motivo dell’eccessiva ignoranza manifestatasi in lei:

si trova nel nono (cielo) fino a quando lei abbia colmato la propria deficienza»  

 

L’UOMO NEL MONDO  DELLE TENEBRE 

L’immagine del primo uomo

Il primo arconte, Jaldabaoth, l’udì e pensò che la voce provenisse da sua madre;

non capì d’onde fosse venuta.

Ma egli, il santo metropàtor  e  il  perfetto, la  perfetta  prònoia, l’immagine dell’invisibile, che è il padre del tutto, colui per mezzo del quale venne all’esistenza ogni cosa, manifestò loro (chi è) il primo uomo, poiché la sua immagine fu manifestata in un aspetto umano.

L’eòne del primo arconte tremò tutto, si scossero le fondamenta dell’abisso, e per mezzo delle acque che sovrastano la materia, la parte  inferiore della luce celeste illuminò la sua immagine, quella che egli aveva manifestato.

Tutte le potenze e il primo arconte guardarono: videro tutta la parte inferiore che splendeva, e per mezzo della luce videro, nell’acqua, l’aspetto dell’immagine.

Il metropàtor  e la prònoia manifestano l’immagine  del primo uomo, dell’uomo celeste;

l’arconte e le potenze ne scorgono l’immagine splendente riflessa nell’acqua.

Si consigliano insieme e decidono di riprodurre quell’immagine per poterne poi catturare la luce che su di lui certamente sarebbe discesa;

ognuna delle sette potenze collabora facendo la propria parte: 

la bontà crea un’anima di ossa;

la prònoia crea un’anima di tendini;

la divinità (o «santità») crea un’anima di carne;

la dominazione crea un’anima di midolla;

il regno crea un’anima di sangue;

la gelosia crea un’anima di pelle;

la sapienza crea un’anima di pelo;

alla moltitudine angelica le sette potenze dànno  le  sostanze  psichiche per  costituire  l’unità  delle  varie  parti  del  corpo:  

una lunghissima lista presenta tutte le parti iniziando dall’alto

termina con la menzione dei sette che presiedono su tutti  segue l’elenco  delle quattro  potenze che controllano le facoltà umane e tutto il movimento del corpo, l’elenco delle quattro fonti dei demoni del corpo (caldo, freddo, umidità, siccità), aventi per madre la materia, e degli esseri che li presiedono, l’elenco dei quattro demoni sovrani —  nutriti dalla materia —  (lussuria, desiderio, tristezza, paura) e delle passioni da essi derivanti (gelosia, invidia, angoscia, confusione, discordia, ostinazione, ansietà, dispiacere: dalla tristezza;

 malvagità, millanteria: dalla lussuria;

 collera, ira, bile, passione amara, insaziabilità:  dal  desiderio;

 sgomento, adulazione, lotta,  vergogna.

Complessivamente, attorno all’immagine del corpo psichico dell’uomo lavorarono 365 angeli, ma al termine del loro lavoro il corpo psichico dell’uomo era totalmente inattivo e immobile.

Sofìa volendo ricuperare la potenza che aveva dato al primo arconte e raggiungere in tal modo la sua originale integrità, eleva una preghiera al Metropàtor;

questi manda cinque luminari sotto forma di angeli dal primo arconte e lo convincono a soffiare sull’immagine immobile dell’uomo:  

il suo soffio era la potenza ricevuta da sua madre;

ed essa passò così nel corpo psichico dell’uomo  il quale si mosse, divenne splendente e forte suscitando l’invidia del primo arconte e dei suoi.

Metropàtor è la Barbelo;

essa è pure l’uomo,  mentre il figlio dell’uomo è il Cristo, unico figlio del metropàtor.

La visione dell’uomo da parte del primo arconte è molto indiretta e sottolinea l’enorme distanza tra il mondo della luce e quello delle tenebre.

Come Jaldabaoth imitò, inconsciamente, il mondo della luce, senza averlo mai visto:  

così ora imita la visione, molto indiretta, del primo uomo.

 

Le potenze ne riproducono l’immagine:  l’uomo psichico

E (il primo arconte) disse alle potenze che erano con lui:

«Venite, creiamo un uomo conforme all’immagine di Dio, conforme alla nostra somiglianza di modo che la sua immagine splenda per noi».

Essi, con le loro potenze (lo) crearono insieme, in conformità dei segni che erano stati dati loro:

ogni potenza, secondo il suo potere psichico, diede un aspetto conforme al tipo di immagine che aveva visto.

Egli creò un essere conforme all’immagine  del primo uomo perfetto.

Essi dissero:

«Chiamiamolo “Adam” affinché  il  suo  nome  diventi,  per  noi,  una potenza luminosa».

Le potenze iniziarono.

La prima, la bontà, creò un’anima di ossa;

la seconda, la prònoia, creò un’anima di tendini;

la terza, la divinità, creò un’anima di carne;

la quarta, la dominazione, creò un’anima di midolla;

la quinta, 20 il regno, creò un’anima di sangue;

la sesta, la gelosia, creò un’anima di pelle;

la settima, la sapienza, creò un’anima di pelo.

Venite creiamo…-.

«Dio disse: Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza…»

Le forze delle tenebre ignorano il significato di «Adamo» e memori della visione gli danno un nome dal quale attendono luce:  è una ironia dell’autore;

nonostante le sette potenze, Adamo era un essere psichico (ossa, tendini,  carne, midolla, ecc.);

soltanto la forza celeste, inspiratagli dal primo arconte (privandosene), lo rende splendente e dominatore.

Gli angeli formano le parti del corpo

La moltitudine degli angeli si presentò davanti a lui.

Ricevettero, dalle sette  potenze, le sostanze psichiche per formare  l’unità  delle membra e l’unità del corpo e la giusta combinazione di ogni singolo membro.

Il primo iniziò a creare la testa:

Eterafaope-Abion creò  la  testa;

Meniggesstroeth creò  il  cervello;

Asterecme, l’occhio  destro;

Taspomoca, l’occhio  sinistro;

Jeronymos, l’orecchio  destro;

Bissoum, l’orecchio  sinistro;

Akioreim, il naso;

Banenefroum, le labbra;

Amen, i denti;

Ibi-kan, le gengive;

Basiliademe, le tonsille;

Accan, l’ugola;

Adaban, il collo;

Caaman, le vertebre;

Dearcon, la gola;

Tebar, la spalla sinistra;

Mniarcon, il gomito sinistro;

Abitrion, l’avambraccio destro;

Euvanthen, l’avambraccio sinistro;

Krus, la mano destra;

Beluai, la mano sinistra;

Treneu, le dita della mano destra;

Balbel, le dita della mano sinistra;

Krima, le unghie delle mani;

Astrops, (la parte) destra del petto;

Barrof, (la parte) sinistra del petto;

Baoum, la parte destra della faccia;

Ararim, la parte sinistra della faccia;

Aree, il ventre;

Ftaue, l’ombelico;

Senafim, l’addome:

Arachethopi,  la  parte  destra,  Zabedo, la  parte  sinistra;

Barias, l’anca sinistra;

Abenlenarchei, il midollo;

Cmoumeninorin, le ossa;

Ghesole, lo stomaco;

Agromauma, il cuore;

Bano, i polmoni;

Sostrapal, il fegato;

Anesimalar, la milza;

Thopithro, le viscere;

Biblo, i reni;

Roeror, i nervi;

Taf reo, la colonna vertebrale del corpo;

Ipouspoboba, le vene;

Bineborin, le arterie;

Latoimenpsefei, l’alito che è in tutte le membra;

Enthollei… tutta la carne;

Bedouk, il giusto utero;

Arabeei, la parte sinistra del pene;

Eilo, i testicoli;

Sorma, i genitali;

Gor-makaioclabar, la coscia destra;

Nebrith, la coscia sinistra;

Pserem, i reni della parte destra;

Asaklas, i reni della parte sinistra;

Ormaoth, il ginocchio destro;

Emenum, il ginocchio sinistro;

Knux, la tibia destra;

Tupelon, la  tibia  sinistra;

Achiel, il ginocchio destro;

Fneme, il ginocchio  sinistro;

Fioutrom, il  piede  destro;

Boabel, le  sue  dita;

Tracoun, il piede sinistro;

Fikna, le sue dita;

Miamai, le unghie dei piedi, Labernioum.

Coloro che  li hanno  preposti su  tutti  questi, sono  sette:

Atoth, Armas, Kalila, Jabel, Sabaoth, Cain, Abel.

 Quelli poi che operano nelle membra in particolare, sono:

 Dio-limodraza,  nella testa:

Jammeax, nel collo;

Jakouib, nella spalla destra;

Ouerton, nella spalla sinistra;

Oudidi, nella mano destra;

Arbao, nella sinistra;

Lampno, nelle dita della mano destra;

Leekafar, nelle dita della mano sinistra;

Barbar, nella parte destra del petto;

Jmae, nella parte sinistra del petto;

Pisandiaptes, nel torace;

Koade, nella parte  destra  della faccia;

Odeor, nella parte sinistra della faccia;

Asfixix, nel lato destro;

Synogcuta, nel lato sinistro;

Arouf, nel ventre;

Sabalo, nel grembo;

Carcarb, nella coscia destra;

Ctaon, nella coscia sinistra;

Batinot, tutti i testicoli:

Cux, in quello di destra;

Carca, in quello di sinistra;

Aroer, nella tibia destra;

Toecta, nella tibia sinistra;

Aol, nel ginocchio destro;

Caraner, nel ginocchio sinistro;

Bastan, nel piede destro, e Archentecta, nelle sue dita;

Marefnount, nel piede sinistro, e Abrana, nelle sue dita.

Sette presiedono su di tutti  loro:

Micael, Ouriel, Asmenedas, Safasatoel, Aarmouriam, Ricram, Amiorps.

Ai sensi (presiede) Archendekta;

alla percezione (presiede) Deitarbatas;

alla  immaginazione  (presiede) Oummaa;

alla  armonia (presiede)   Aachiaram;

all’intero    movimento   (presiede)   Riaramnaco.

Quattro sono designati quale fonte dei demoni, che si trovano in tutto il corpo:

caldo, freddo, umidità, siccità;

la madre di tutti loro è la materia.

Colui che governa il caldo, è Floxofa;

colui che governa il freddo, è Oroorrothos;

colui che governa la siccità, è Erimaco;

colui che governa l’umidità, è Athuro;

e la madre di tutti  questi siede in mezzo a loro:

è Onorthocrasaei ;

essa non è limitata, si mescola con tutti loro;

questa è veramente la materia.

Da lei, infatti, sono nutriti.

I  quattro  demoni  sovrani  sono:

Efememfi, la  lussuria;

Joko,  il desiderio;

Nenentofni, la tristezza;

Blaomen, la paura.

Ma la madre di tutti   loro   è   Estesisouchepiptoe.

Da   questi   quattro    demoni derivarono le passioni.

Dalla  tristezza:

la  gelosia, l’invidia,  l’angoscia,  la  confusione, la discordia, l’ostinazione,  l’ansietà,  il dispiacere, e altro  ancora.

Dalla lussuria:

la molta malvagità, la millanteria, e altre cose del genere.

Dal desiderio:

la collera, l’ira, la bile, la passione amara, l’insaziabilità, e altre cose del genere.

Dalla paura:

lo sgomento, l’adulazione, la lotta, la vergogna.

Tutto ciò (appartiene) al genere di cose che sono utili, (ma) anche  cattive.

Ma il loro vero carattere  è Amaro, capo dell’anima materiale;

essa, infatti, è insieme a Estesisouchepiptoe.

Questo  è  il  numero  complessivo degli  angeli:

sono  365.

Essi lavorarono tutti intorno a lui, fino a che lo portarono a compimento, membro per membro, il (corpo) psichico e il corpo ilico.

Tuttavia vi sono ancora altre passioni, delle quali non ti ho parlato;

se tu le vuoi conoscere, sono scritte nel libro di Zoroastro.

Tutti gli angeli e i demoni lavorarono fino a che il corpo psichico fu in ordine;

tuttavia  (il risultato  della) loro opera rimase totalmente inattivo e immobile per lungo tempo.

 Il soffio di Jaldabaoth

Ma allorché la madre volle riprendere la potenza che aveva dato al primo arconte, pregò il Metropàtor del tutto, che è molto misericordioso;

ed  egli, con  una  santa  decisione, mandò  i  cinque luminari nel luogo degli angeli del primo arconte:

essi tennero consiglio per  fare  uscire  da  lui la  potenza  della madre;

dissero a Jaldabaoth:

«Soffia nel suo volto un po’ del tuo spirito, e il suo corpo si alzerà».

Egli soffiò in lui il suo spirito, che è la potenza (derivata) da sua madre;

ma egli non lo sapeva, essendo nell’ignoranza.

La forza della madre andò da Altabaoth nel corpo psichico che avevano fatto conforme all’immagine di colui che esiste dall’inizio.

Il corpo si mosse, ricevette potenza, e splendette.

Ma in quell’istante le rimanenti forze diventarono invidiose:

egli, infatti, venuto all’esistenza a opera di loro tutte  —  le quali avevano dato all’uomo la propria forza —, aveva una intelligenza ed era più forte di quelle che l’avevano creato, e più forte del primo arconte.

nel luogo degli angeli o nella figura degli angeli…», cioè gli angeli della luce prendono il posto ( l’«aspetto») degli angeli del primo arconte (proverbialmente ignorante) per avere su di lui un intervento decisivo;

sui cinque luminari, o luci, una delle quali è Cristo

«Allora Jahaveh  Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita:

così l’uomo divenne un essere vivente»

Sulle componenti, ilica e psichica, di così notevole importanza, il primo uomo degli arconti era fatto con una sostanza invisibile, dalla materia confusa e fluida, cioè non con una materia comune.

 

LOTTA PER L’UOMO TRA LUCE E TENEBRE 

L’aiuto del Metropàtor

Allorché si accorsero che egli splendeva, che pensava meglio di loro, e che era esente da ogni cattiveria, lo presero e lo gettarono nella regione più bassa di tutta  la materia.

Ma il beato Metropator, benefico e misericordioso, ebbe compassione della forza della madre che era uscita dal primo arconte, anche per ché avrebbero esercitato il loro potere su di un corpo psichico e sensibile;

dal suo spirito, benefico e generoso, mandò in aiuto a Adamo:

una epìnoia di luce (proveniente) da lui.

Essi la chiamarono Zoe.

Questa aiuta  tutta  la creatura:

ha cura di lei, la guida verso la sua pienezza, la istruisce sulla sua discesa nel seme, e l’istruisce  sulla via da percorrere per salire, la via per la quale essa venne giù.

L’epìnoia di luce è nascosta dentro Adamo, sicché gli arconti non la possono conoscere, e tuttavia l’epìnoia è una eliminatrice dell’errore della madre.

L’uomo apparve a motivo dell’ombra di luce che era in lui;

e il suo pensiero si elevò al di sopra di tutti coloro che l’avevano creato.

Invidiosi dello splendore, dell’intelligenza e dell’innocenza  della «loro» creatura, il primo arconte e i suoi lo gettarono nella più bassa regione della materia;

che cosa sia questa regione non è chiaro:

può essere il trasferimento del corpo psichico dell’uomo da un eòne superiore a un eòne più basso, ma può anche trattarsi di una creazione del corpo terreno — materiale — mortale, prigione dell’uomo psichico avente la forza — luce del mondo della luce

è chiaro che la regione più bassa ha ambedue i significati:

eòne inferiore, prigione (cioè il corpo materiale);

questa regione è, dunque, verosimilmente, un sinonimo di ombra di morte dell’Amente.

Ma il Metropàtor —  che mirava a quella parte di Sofia ormai racchiusa nell’uomo psichico — mandò in suo aiuto l’epìnoia della luce la quale riceve il nome Zoe (Vita):

essa desta l’uomo, l’informa sulla sua alta origine e gli indica la via del ritorno in patria, riparando così la deficienza di Sofia per non essere vista dagli arconti;

l’epìnoia   — Zoe si nasconde dentro l’uomo, cioè dentro Adamo psichico.

Pur avendo, in apparenza, raggiunto il loro scopo (la creazione di un essere che splenda per loro:

gli arconti constatano che la sua intelligenza li supera;

procedono dunque a una nuova creazione:

finora si era sempre trattato dell’uomo psichico, ora quest’uomo è rivestito di materia, gli viene creato un corpo materiale (si veda la discesa:

primo uomo = uomo — luce,

secondo uomo = uomo psichico,

terzo uomo «uomo ilico, cioè materiale, terrestre);

per tale composizione gli arconti si servono dei quattro elementi

fuoco — terra — acqua — vento;

l’uomo resta così avvinto dalla catena dell’oblio, si trova in un sepolcro, nell’ombra di morte;

Per comprendere i testi sulle «due creazioni» dell’uomo occorre tenere presente che l’autore segue da vicino il racconto della Genesi interpretandola sottilmente a modo suo:

nella Genesi abbiamo due racconti della creazione;

il  primo è qui inteso come la creazione dell’uomo psichico, in quanto più astratto;

l’autore tuttavia lo rese più concreto attingendo dal secondo «il soffio»;

il secondo racconto ci presenta l’uomo tratto dalla terra e plasmato:

e questo non può che rappresentare l’uomo terrestre,

«la grotta —  la prigione» ecc.

da questo racconto essendo stato tolto

«il soffio» divino, la controparte gnostica è appunto Zoe

«Eva-Vita, madre di tutti i viventi.

“L’epìnoia della luce desta l’uomo,  ormai mortale, dallo stato di oblio;

mentre  gli arconti lo mettono nel paradiso per indurlo a mangiare dell’albero della vita che è, in realtà, un albero di morte, di odio, di desiderio, ecc.

proibendogli di mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male;

ma il rivelatore (Cristo) tenne l’uomo lungi dal primo e fece sì che mangiasse del secondo il quale è, in realtà, l’epìnoia della luce.

Il Cristo spiega a Giovanni che l’opera del serpente non fu quella che indusse l’uomo a mangiare di quest’albero, bensì gli insegnò la bramosia della procreazione 

L’arconte  Jaldabaoth,  vista la disobbedienza di Adamo, lo mette  in  uno  stato  di incoscienza per estrarre da lui l’epìnoia della luce:

e Cristo spiega a Giovanni che non si tratta  di un normale sonno.

Ma l’epìnoia è inafferrabile;

dal lato di Adamo l’arconte estrasse soltanto una parte di quella potenza che lui stesso aveva «soffiato»

da questa parte l’arconte creò la donna conforme all’immagine del epìnoia che gli era stata manifestata;

e, sotto l’influsso dell’epìnoia,  l’uomo la riconobbe subito come parte di se stesso;

l’abbandono del padre e della madre (intesi simbolica-mente) è diretto alla sequela di una compagna – nostra sorella Sofia – la quale discese per rimuovere la privazione dell’uomo,  e perciò fu chiamata  Zoe (vita) portatrice della gnosi:

si tratta dunque di Eva – Sofìa – Zoe (due aspetti di un’unica persona);

il rivelatore (Cristo) stesso, nelle sembianze di un’aquila, si pose sull’albero  della conoscenza per destare il loro pensiero e rivelare la loro nudità e l’epìnoia della luce si manifestò.

Jaldabaoth vedendo svanire i suoi progetti sull’uomo,  compie un’ultimo tentativo, dopo averli scacciati dal paradiso;

scorge la vergine affianco dell’uomo  e decide di contaminarla;

avvolge Adamo in una densa oscurità per portargli via la donna;

ma la pronòia viene in aiuto dell’uomo facendo dividere Zoe da Eva e asportare via Zoe;

il primo arconte violentò Eva e da questa unione tra il primo arconte ed Eva nascono due figli (portanti due dei nomi del Dio dell’Antico Testamento (Eloim e Jave: qui preposti all’acqua, alla terra, al fuoco, al vento), sorge (nella donna) il desiderio dell’unione sessuale e della procreazione, e si inserisce per la prima volta nella prima famiglia umana lo spirito di opposizione:

quei due figli, infatti, ebbero rispettivamente i nomi Abele e Caino e furono posti a presiedere gli elementi del mondo e le grotte.

Adamo  conscio ormai  del  suo  prototipo,  l’uomo  perfetto  nel  mondo  della luce, produce un’immagine del figlio dell’uomo  perfetto e le dà lo stesso nome del figlio dell’uomo nel mondo degli eòni, cioè Seth;

intanto iniziano e si sviluppano le generazioni umane:

a esse l’arconte fa bere l’acqua dell’oblio affinché ignorino la loro origine, ma intanto le generazioni umane cercano di prepararsi all’arrivo dello spirito il quale restaurerà la pienezza ed eliminerà la privazione o deficienza.

mandò un aiuto…:

qui e nelle righe seguenti vi è una chiara allusione a due passi biblici:

«Poi Jahveh Dio disse:

“Non è bene che l’uomo sia solo;

 gli voglio fare un aiuto che sia simile a lui”»

«Poi l’uomo chiamò la sua donna “Eva”, perché fu lei la madre di tutti i viventi»

Una creazione nuova:

l’uomo materiale

Ma allorché essi guardarono in alto, lo videro, poiché il suo pensiero era elevato, e tennero un consiglio con la moltitudine degli arconti e con tutti gli angeli.

Essi presero fuoco, terra e acqua;

li mescolarono insieme l’uno con l’altro, e con i quattro  venti di fuoco:

li unirono insieme  e  fecero  una  grande  confusione.

Lo  (Adamo)  portarono nell’ombra di morte per plasmarlo nuovamente, dalla terra, dall’acqua, dal fuoco e dal vento, cioè dalla materia, dall’ignoranza delle tenebre, dal desiderio e dal loro spirito di opposizione:

questa è la grotta della nuova creazione del corpo, che i ladri diedero all’uomo, questa è la catena dell’oblio;

egli diventò un uomo mortale, colui che per primo venne giù, la prima separazione.

Ma l’epìnoia della luce, che era in lui, destò il suo pensiero.

grotta o «tomba»:

il corpo umano, rispetto al suo pneuma (spirito).

Il presente testo è il primo che parla dello «spirito di opposizione» proprio degli arconti e da loro comunicato

L’uomo nel paradiso

Gli arconti lo presero lo misero nel paradiso, e gli dissero:

«Mangia !» – cioè liberamente -, poiché il loro piacere è amaro e la loro bellezza è iniquità.

Ma il loro piacere è inganno, i loro alberi empietà, il loro frutto veleno mortale, la loro promessa morte.

Essi posero, in mezzo al paradiso, l’albero della loro vita.

Ma io ti insegnerò qual è il mistero  della loro  vita:

è  il consiglio che  essi tennero  tra  loro, è l’immagine del loro spirito:

la sua radice è amara, i suoi rami sono morte, la sua ombra è odio, un  inganno  è nelle sue foglie, il suo germoglio è unguento maligno, il suo frutto è morte, la sua progenie è desiderio, e dà il frutto tenebroso, che essi gustano.

La loro dimora è l’Amente;

tenebre è il luogo del loro riposo.

Quello che da loro è detto

«l’albero della conoscenza del bene e del male», è (in realtà) l’epìnoia della luce.

Essi rimasero presso di lui, affinché egli non guardasse su alla sua pienezza e non riconoscesse la nudità  della sua abiezione.

Ma io li radrizzai affinché ne mangiassero».

Io  domandai  al  Salvatore:

«Signore, non  fu  il  serpente  che insegnò a Adamo a mangiare?».

 Il Salvatore sorrise e disse:

«Il serpente  insegnò  loro  a  mangiare  a  motivo  della  cattiva bramosia della procreazione distruttiva, per trarne  giovamento.

Ma egli ( Jaldabaoth) sapeva che la disobbedienza verso di lui era dovuta alla luce della epìnoia che è in lui e rende il suo pensiero superiore a quello del primo arconte.

Gli arconti lo presero…: 

«Il primo arconte lo prese e lo portò nel paradiso dicendo che era per lui un piacere, cioè per ingannarlo.

Poiché il loro piacere e la loro bellezza è iniquità;

il loro piacere è inganno, il loro albero aberrazione…»

l’albero della vita è in realtà l’albero della morte;

l’albero della conoscenza del bene e del male (del quale il Dio dell’Antico Testamento – cioè Jaldabaoth e i suoi arconti – aveva vietato di mangiarne) è in realtà l’albero della epinòia della luce, e colui che induce a mangiarne non è il serpente, bensì il «salvatore»:

 il suo frutto, infatti, introduce nell’uomo l’epinòia della luce.

«Il serpente le insegnò la procreazione della brama, della contaminazione e della rovina…» ;

 «Il serpente  insegnò loro  la  procreazione per  rozza brama  di  rovina».

 La procreazione giova a Jaldabaoth in quanto prolunga la permanenza della scintilla divina negli uomini estendendo così il suo dominio.

Il «sonno» di Adamo

Questi, volendo estrarre da lui la potenza che possedeva, quella che egli gli aveva dato, fece scendere su di Adamo uno stato d’incoscienza».

Domandai al Salvatore:

«Che cos’è uno stato d’incoscienza?».

Egli allora rispose:

«Non è come scrisse Mosè, come tu hai udito;

nel suo primo libro scrisse, infatti:

“egli lo addormentò”;

si tratta invece della sua percezione.

Anche per mezzo del profeta, disse:

“Renderò grevi i loro cuori, affinché non comprendano e non vedano”.

Allora l’epìnoia della luce si nascose in lui.

Il primo arconte voleva estrarla dal lato di lui;

ma l’epìnoia della luce è inafferrabile.

nel suo primo libro cioè la Genesi.

L’espressione  biblica qui ricamata  in senso gnostico, è:

«Allora Jahveh  Dio  fece  cadere  un  sonno  profondo  sull’uomo  che  si addormentò…»

«… egli coprì con un velo la sua percezione e lo appesantì con l’insensibilità (αναισθησία)»;

«…egli stese l’insensibilità (Αναισθησία) sulla sua percezione».

 

La donna

Allorché la tenebra la inseguiva, non riuscì ad afferrarla;

estrasse da lui (soltanto) una parte della sua potenza e creò un ulteriore creatura avente la forma di donna, conforme all’immagine dell’epìnoia che gli era  stata  manifestata:

la  parte  che  aveva  presa  dalla  potenza dell’uomo la trasformò in una creatura femminile;

non è dalla «sua costola» come disse Mosè.

Allorché egli vide al suo fianco la donna, l’epìnoia della luce manifestò subito se stessa, tolse il velo che si trovava sopra il suo cuore:

egli divenne nuovamente sobrio dall’ebrietà delle tenebre, riconobbe la sua immagine, e disse:

 “Questa, ora, è ossa delle mie ossa, e carne della mia carne.

Perciò l’uomo lascia suo padre e sua madre, e si unisce a sua moglie, e questi due diventano una sola carne”:

poiché, infatti, essi gli manderanno la sua compagna, egli lascerà suo padre e sua madre, [e si unirà a sua moglie, e questi due diventano una sola carne, poiché essi gli manderanno  la sua compagna ed egli lascerà suo padre e sua madre] cioè nostra sorella Sofia che discese senza  malizia per rimuovere  la  privazione.

Per  questo  motivo  fu chiamata «Zoe»  — cioè madre dei viventi – dalla prònoia dell’assoluto padrone celeste;

e per mezzo di essa gustarono la gnosi perfetta.

«Colui che possiede la gnosi sa donde è venuto e dove è diretto;

egli conosce, come colui che dopo essersi ubriacato abbandona lo stato  di ebrezza, ritorna su se stesso e ristabilisce ciò che è suo»

per due volte è detto Adamo riconobbe la sua immagine,

«riconobbe la sua natura-essenza» 

«Adamo conobbe Eva…»  

«Adamo conobbe sua moglie…»

ma in termini gnostici significa conoscere la propria natura:

«Certuni non si conoscono, e non gioiscono di quanto posseggono;

ma coloro che si sono riconosciuti, ne gioiranno» 

«Colui che conosce prende ciò che è suo e l’attira a sé;

ma colui che è ignorante è deficiente, e manca di molto:

manca di colui che deve perfezionarlo…»

«Colui che conosce il tutto, ma non conosce se stesso, ignora il tutto»  

è l’epinòia della luce che permette ad Adamo di conoscere la sua essenza.

fu chiamata «Zoe »… è una donna che fu chiamata così, non Sofia.

questo nome è dato all’epinòia della luce inviata a Adamo;

qui alla donna nella quale si manifesta la luce dell’epinòia 

lo spirito è detto «madre dei viventi» ma si tratta degli esseri celesti.

Qui l’autore ripete il testo biblico:

«Poi l’uomo chiamò la sua donna Eva perché fu lei la madre di tutti i viventi» 

è in forza della epinòia, in lei dimorante, che alla donna (cioè Eva) è dato il nome Zoe 

La distinzione tra Zoe ed Eva fu, forse, insinuata dallo stesso testo biblico greco il quale trattando della nascita di Caino e di Abele non usa più il nome Zoe:

«L’uomo conobbe Eva (Ιγνω Ευαν) sua moglie…».

 

L’albero della conoscenza

Io mi manifestai nelle sembianze di un’aquila sull’albero della conoscenza, cioè l’epìnoia dalla prònoia della luce pura, per poterli istruire e destarli dal sonno profondo.

Erano ambedue in rovina, ma riconobbero la propria nudità.

L’epìnoia, essendo luce, si manifestò a loro, e scosse il loro pensiero.

Jaldabaoth, Zoe, Eva e i suoi figli

Ma quando Aldabaoth si avvide che essi si allontanarono da lui, maledisse la sua terra.

Trovò la donna mentre si preparava per suo marito;

egli la dominava, ma ignorava il mistero che era stato deliberato nella santa decisione;

ed ebbero paura di biasimarlo.

Ai suoi angeli, egli manifestò  l’ignoranza  che  era  in  lui,  e  li  scacciò dal paradiso e li circondò di dense tenebre.

Ma il primo arconte vide la vergine che stava ritta  con Adamo e che in lei si manifestava l’epìnoia della luce viva.

Aldabaoth era pieno di ignoranza.

Ma allorché la prònoia osservò tutto questo, mandò alcuni (messaggeri) i quali asportarono via Zoe da Eva.

Il primo arconte la violentò e con lei generò due figli, il primo e il secondo:

Eloim e Jave.

Eloim ha la testa di orso, Jave ha la testa di gatto;

l’uno è giusto,mentre l’altro è ingiusto:

Jahve è giusto, Eloim è ingiusto;

Jahve lo prepose al fuoco e al vento, mentre Eloim lo prepose all’acqua e alla terra.

In vista della propria scaltrezza, chiamò costoro con i nomi «Caino» e «Abele».

Dal primo arconte, l’unione sessuale seguitò fino al giorno d’oggi:

ed egli instillò  in  Adamo  il  desiderio  di  procreare;

e  attraverso  l’unione sessuale suscitò una procreazione a somiglianza dei corpi, e li provvide del suo spirito di opposizione.

I due arconti li prepose agli elementi di modo che abbiano dominio sulle grotte.

Allorché Adamo conobbe l’immagine della sua prima conoscenza, generò l’immagine del figlio dell’uomo.

Egli lo chiamò «Seth» , conforme alla generazione degli eòni;

così anche la madre mandò giù il suo spirito quale immagine per coloro che le assomigliano e come riflesso per coloro i quali sono nella pienezza, per predisporre una dimora per gli eòni che verranno sulla terra.

Ma  egli  fece  loro  bere  l’acqua  dell’oblio,  dal  primo  arconte, affinché ignorassero donde sono venuti.

 

Conclusione

La discendenza visse in questo modo per un certo tempo, pur industriandosi affinché, quando sarebbe venuto lo spirito per opera dei santi  eòni, egli la  potesse rialzare  e  curarla  della  sua privazione, affinché  tutta  la  pienezza fosse (nuovamente)  santa  ed  esente  da macchia».

ignorava il mistero… il fatto cioè che al primo arconte era stato concesso di creare l’uomo affinché la sua luce – la potenza avuta dalla madre – passasse nell’uomo e venisse poi salvata 

questa la santa decisione.

«Quando Jaldabaoth si avvide che si allontanavano da lui, li maledisse, e aggiunse inoltre,per la donna, che l’uomo dominerà su di lei;

ignorava, infatti, il mistero deliberato dalla sovranità santa.

Essi ebbero paura di maledirlo e di manifestare la sua ignoranza.

Tutti i suoi angeli li gettarono fuori dal paradiso.

Egli pose su di lui delle dense tenebre.

Allora vide la vergine dritta presso Adamo…»

instillò in Adamo…:

«in colei che è di Adamo» cioè nella donna;

di tal genere sono tutte le donne che generano in forza dello spirito di opposizione dimorante in esse;

per  mezzo dell’unione  sessuale gli uomini riproducono la loro immagine attraverso  lo spirito di opposizione, cioè lo spirito di opposizione installato negli uomini, li spinge all’unione sessuale dalla quale sorgono figli uguali a loro.

Allorché Adamo divenne cosciente della sua vera origine, del suo prototipo – l’uomo perfetto -, non

«dorme» più e produce un’immagine del figlio dell’uomo perfetto:

«Egli conobbe la sua propria illegalità , e generò Seth», discostandosi dagli altri con una frase senza senso.

Ma egli…:

il soggetto è il primo arconte o lo spirito di opposizione;

la frase ha carattere generale in quanto vale per tutta la stirpe umana.

 

DESTINI DIVERSI

Le sette domande di Giovanni

Io domandai al Salvatore:

«Signore, tutte le anime saranno dunque salvate nella luce pura?».

 Egli mi rispose e disse:

«Grandi cose sono sorte nella tua mente !

È infatti difficile manifestarle ad altri, eccezion fatta per coloro che non provengono da una generazione vacillante.

Coloro sui quali discenderà lo spirito di vita e (con essi) sarà con la potenza, costoro saranno salvati e diverranno perfetti, costoro saranno degni  di  grandi  cose e, in  quel  luogo, si  purificheranno  da ogni malvagità e dalla sollecitudine verso la cattiveria;

costoro non avranno altra  sollecitudine all’infuori della tensione  verso l’incorruzione;

porranno invece la loro sollecitudine per il luogo ove non c’è collera, gelosia, invidia, cupidigia, insaziabilità.

Tutto ciò non si impadronirà di loro, ma soltanto  la condizione (di essere nella) carne, che essi sopportano fino al momento in cui saranno visitati dai ricevitori.

In questo modo, costoro sono degni dell’incorruttibile vita eterna e della chiamata:

sopportano ogni cosa e tollerano ogni cosa al fine di portare a compimento la buona battaglia ed ereditare la vita eterna».

Io gli domandai:

«Signore, (dove andranno) le anime che non fecero questo, e sulle quali discese la potenza dello spirito di vita, saranno salvate?».

 Egli mi disse:

«Quelle sulle quali è venuto lo spirito in ogni circostanza saranno  salvate e  se ne  andranno  via;

la forza, infatti, discenderà su ognuno, poiché senza di essa, nessuno può resistere.

Quando nascono, allora lo spirito di vita diviene forte e la potenza viene a irrobustire quell’anima;

e nessuno la può indurre in errore con opere  malvagie.

Ma  quelle  sulle  quali  discende  lo  spirito  di opposizione, sono guidate da lui e si smarriscono».

Ma io dissi:

«Signore, quando escono dalla carne, dove andranno queste  anime?».

 Egli sorrise, e  mi  disse:

«L’anima  nella  quale  la potenza diverrà superiore allo spirito di opposizione, è forte, fugge davanti  alla cattiveria  e, con l’assistenza  dell’incorruttibile, sarà salvata, sarà trasferita all’eterno riposo».

Io domandai:

«Signore, dove  andranno  le  anime  di  quanti  non hanno  conosciuto a chi appartengono?».

Egli mi rispose:

«In quelle (anime) lo  spirito  di  opposizione divenne  più  potente,  a  loro perdizione:

egli appesantisce le anime, le attira verso opere cattive e su di loro stende l’oblio;

quando escono, sono consegnate alle potenze – venute all’esistenza per opera dell’arconte -, le quali le legano con catene, le gettano in prigione, peregrinano con esse qua e là fino a quando si destano dall’oblio e ricevono la conoscenza.

Allorché in questo modo sono diventate perfette, vengono salvate».

Io  gli  domandai:

«Come  può  l’anima   impicciolirsi e  tornare nuovamente nella natura di sua madre o nell’uomo?».

Egli si rallegrò della mia domanda, e mi disse:

«Veramente beato te che hai compreso questo.

Quell’anima,  infatti, sarà associata a un’altra  nella quale si trova lo spirito di vita;

ed è questa che la salverà.

Non sarà posta nuovamente in un’altra carne».

Ma io dissi:

«Signore, coloro che, dopo essere giunti alla conoscenza, se ne sono allontanati;

dove andranno le loro anime?».

Allora egli mi rispose:

«A quel luogo ove vanno gli angeli della povertà;

esse saranno accolte in quel luogo – luogo ove non c’è pentimento – e vi saranno custodite fino al giorno in cui saranno sottoposti a tortura coloro che bestemmiarono contro lo spirito.

esse verranno punite con una punizione eterna».

Ma io gli domandai:

«Signore, donde venne lo spirito di opposizione?».

 Allora  egli mi  rispose:

«Il Metropator la  cui misericordia è grande, è lo spirito santo in ogni forma, il misericordioso, colui che  ha  cura  di  voi –  cioè l’epìnoia  della splendente prònoia — con il suo pensiero suscitò la discendenza della generazione perfetta, e l’eterna luce dell’uomo.

Allorché il primo arconte si accorse che erano più grandi di lui e che il loro pensiero era al di sopra del suo, volle dominare il loro pensiero, ignorando  che il loro pensiero era  superiore al suo e  che non sarebbe riuscito a dominarli.

Si consigliò con le sue potenze — cioè con le sue forze -, e insieme commisero adulterio verso Sofia e generarono l’amaro destino, che è l’ultima delle terribili catene;

è di una specie che (rende) terribili gli uni agli altri;

esso è complesso e illusorio;

con esso sono amalgamati gli dèi, gli angeli, i dèmoni e tutte  le generazioni fino a oggi.

Da quel destino, infatti, deriva ogni iniquità, violenza, e  bestemmia, la catena  di oblio e  ignoranza, ogni ardua disposizione, le mancanze gravi, e la grande paura.

Fu così che tutta la creazione divenne cieca, non conobbe Dio che è al di sopra di tutti loro, e a motivo della catena dell’oblio, i loro peccati erano nascosti;

essi, infatti, incatenavano misure, tempi e stagioni, signoreggiando esso (cioè il destino) su di ogni cosa.

Cristo risponde a sette domande rivoltegli da Giovanni:

il fattore decisivo per la salvezza è lo spirito di vita che discende su di un uomo, il quale a sua volta è proteso verso l’incorruzione;

questo spirito di vita è irresistibile e non è possibile che l’uomo sul quale discende non sia proteso verso l’incorruzione;

ma coloro sui quali discende lo spirito di opposizione, si smarriscono;

in costoro si verificherà una lotta:

se vince la potenza, andranno all’eterno riposo;

quelli che hanno ignorato la loro origine e, attratti da opere cattive, vivono nell’oblio, alla morte andranno peregrinando fino a quando si desteranno   e   avranno   conoscenza;

le   anime   di   costoro   non   subiranno   la reincarnazione, ma saranno associate ad altre dotate di spirito di vita;

una punizione eterna è serbata a coloro che dopo avere avuto la conoscenza, si allontanarono da essa;

per l’autore la domanda cruciale fu, certo:

donde viene lo spirito di opposizione e quali sono  le  sue  azioni? Dopo una  introduzione  sulla bontà  del Metropator  e  sulla sua perfezione, è detto che tutto ebbe inizio e si sviluppò dalla determinazione invidiosa e ignorante dell’arconte di dominare il pensiero dell’uomo:

dall’unione con Sofia generò il destino, ma il suo intento non ebbe successo;

pentito di ogni cosa, scatenò il diluvio per distruggere l’umanità,  ma la prònoia salvò Noè e molti altri avvolgendoli in una nube;

alla fine mandò  i suoi angeli a  corrompere le donne:

il primo  tentativo  non  ebbe successo, ma il secondo fu disastroso per l’umanità che ormai invecchia senza trovare riposo, senza conoscere la verità, ecc.

e generano a immagine del loro spirito che è lo spirito di opposizione  .

Non sono attanagliati da tutte queste, né da altro, ma soltanto dalla carne della quale si servono lanciando sguardi (pieni di attesa) per sapere quando saranno fatti uscire (dalla carne) e quando saranno ricevuti dai ricevitori nella dignità della vita eterna e intramontabili e della chiamata, mentre sopportano ogni cosa e tollerano ogni cosa per portare a compimento la lotta ed ereditare la vita eterna».

ricevitori alla lett. «di coloro che ricevono»:

si tratta degli esseri che accolgono le anime dopo la morte e la loro separazione dal corpo.

saranno salvate?… Quelle sulle quali e venuto…:

all’eterno riposo o «al riposo degli eoni».

Come può l’anima… 

la domanda di Nicodemo a Gesù:

«Come può un uomo nascere quando è già vecchio?

Può, forse, entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?»

Ma nel nostro testo la risposta non parla di una rinascita spirituale, ma di una trasmigrazione.

Giunti alla  conoscenza, se ne sono allontanati…:

l’autore  della lettera agli Ebrei aveva  presente,  implicitamente, la  stessa domanda  allorché scrisse:

«Impossibile è, infatti, per coloro che sono stati una volta illuminati… il rinnovamento con la conversione…;

la terra che ha bevuto la pioggia… e produce spine e triboli… finirà con l’essere bruciata»

bestemmiarono contro lo spirito:

la dannazione è per coloro che prevaricarono dopo avere avuto la conoscenza;

questa prevaricazione è detta «bestemmia contro lo spirito» con evidente riferimento a:

«E chiunque dirà una parola… contro lo spirito santo non sarà perdonato, né in questo mondo né nel mondo futuro»

Spirito di opposizione:

«spirito di imitazione» (imitante cioè quello proveniente dal mondo della luce);

Il soggetto operante è sempre Jaldabaoth  nella vana ricerca dell’epinoia della luce;

è sotto questa prospettiva che l’autore presenta anche il diluvio nel quale non si parla di

«acqua» ma di «tenebra» 

È questo uno dei tratti più interessanti nella quale è sintetizzata in modo efficace la tragica sorte dell’umanità.

delle terribili catene:

si potrebbe tradurre  «delle mutevoli catene» e «delle imitate catene» (ultima imitazione del mondo della luce).

Il «diluvio»

Ed egli si pentì di ogni cosa che per mezzo suo era venuta all’esistenza;

e  deliberò  di  scatenare  un  diluvio sulle  creature umane.

Tuttavia la maestosa luce della prònoia ne informò Noè;

ed egli ne diede l’annunzio a tutta la stirpe, cioè a tutti i figli degli uomini:

ma coloro che gli erano estranei, non lo ascoltarono.

Non fu come disse Mosè:

«Essi si nascosero in un’arca» ;

essi invece si nascosero in un  luogo, non soltanto  Noè ma  anche  molti altri  uomini della generazione non vacillante.

Essi si recarono in un luogo, si nascosero in una nube luminosa.

Egli conosceva la sua autorità  ed era con lui quella della luce che splendeva su di loro;

( Jaldabaoth)  infatti, aveva steso le tenebre su tutta la terra.

Diluvio: in poche righe l’autore offre una nuova interpretazione del diluvio biblico

proseguendo l’assimilazione tra acqua e tenebre

i due elementi non sono acqua e arca, ma tenebre e luce.

Nel contesto di questo diluvio, l’autore  mantiene tuttavia il tratto  mitologico della Genesi sull’unione dei figli di Dio con le figlie degli uomini — qui angeli e figlie degli uomini -:

dopo l’iniziale insuccesso, Jaldabaoth raggiunge il suo scopo —  la corruzione dell’umanità — con la creazione di uno spirito imitante l’immagine dell’altro spirito.

Egli conosceva… il soggetto è Noè;

«Ed egli conosceva la sua autorità  insieme a coloro che erano  con lui nella luce che li illuminava;

 la tenebra, infatti, si era versata su ogni cosa sopra la terra»;

«Ed essi, e quanti erano con loro, conoscevano l’autorità dell’alto (cioè del regno della luce) essendo illuminati dalla luce;

la tenebra, infatti, si era versata su ogni cosa sopra la terra».

Triste destino dell’umanità

Tenne allora un consiglio con le sue forze:

mandò i suoi angeli dalle figlie degli uomini, affinché ne prendessero e suscitassero posterità a loro piacere.

Ma, inizialmente, non ottennero alcun successo.

Dato  che  non  avevano  avuto  successo, tennero  nuovamente  un consiglio tra  loro.

Decisero  di  creare  uno  spirito  di  opposizione imitante l’immagine dello spirito che era disceso, affinché, per mezzo suo, le anime venissero contaminate:

gli angeli mutarono il proprio aspetto, lo resero simile all’aspetto dei loro mariti, e le riempirono di spirito delle tenebre e della malvagità, che mescolarono in esse.

Offrirono oro, argento, doni, rame, ferro, metalli e ogni genere di cose appariscenti e trascinarono in grandi preoccupazioni gli uomini che li avevano seguiti, li fuorviarono in molti smarrimenti.

Invecchiarono senza avere requie;

morirono;

non trovavano alcuna verità,  non  conoscevano il  Dio  della  verità.

Fu così che  tutta  la creazione divenne  schiava per tutta  l’eternità, dalla fondazione del mondo fino a adesso.

Presero mogli e generarono figli dalle tenebre, a immagine del loro spirito;

chiusero i loro cuori, e dalla insensibilità dello spirito di opposizione, divennero insensibili fino a adesso.

fino adesso:

di qui in avanti

«Ora il beato, cioè il Metropator, il misericordioso, prese forma nella sua discendenza.

Prima però io andai su dall’eòne perfetto.

Ma io ti dico questo affinché tu lo scriva e lo diffonda, in segreto, a quanti hanno il tuo stesso spirito…»

IL SALVATORE E LA SALVEZZA

«Ma io sono la perfetta prònoia del tutto.

Mi trasformai nella mia discendenza, poiché sono il primo, e percorsi tutti i sentieri, poiché io sono la ricchezza della luce, io sono il ricordo della pienezza.

Andai nella grande tenebra e perseverai fino a quando giunsi [in mezzo alla prigione;

tremarono le fondamenta del Caos ma io mi nascosi davanti a loro, a motivo della loro malvagità ed essi non mi conobbero.

Mi posi nuovamente in cammino, verso l’interno, per la seconda volta, e andai:

uscii dalla luce — io sono il ricordo della prònoia —, andai in mezzo alle tenebre, nella parte interna dell’Amente, inseguendo il mio compito;

tremarono le fondamenta del Caos, tanto che sarebbero cadute su quelli che erano nel Caos e li avrebbero distrutti;

ma ancora una volta corsi verso la mia radice di luce, affinché non fossero distrutti prima del tempo.

Mi mossi ancora una terza volta — io sono la luce che è nella luce, io sono il ricordo della prònoia —per andare in mezzo alla tenebra, nella parte interna del I’Amente.

Colmai il mio volto con la luce del compimento del loro eòne, e andai in mezzo alla prigione — la prigione cioè il corpo —, e dissi:

“Colui che ode, si desti dal suo profondo sonno!”.

Ma egli pianse e versò lacrime su lacrime;

se le asciugò e disse:

“Chi è mai costui che menziona il mio nome e donde è venuta a me questa speranza mentre mi trovo nelle catene della prigione?”.

Ma risposi:

“Io sono la prònoia della luce pura;

io sono il ricordo del virgineo spirito, che ti ristabilisce Alzati e ricorda, poiché tu sei colui che ha udito, e segui la tua radice — io, che sono la compassione — e guardati dagli angeli della povertà, dai dèmoni del caos e da ogni cosa che aderisce a te:

allora verrai all’esistenza desto dal profondo sonno e dal groviglio della parte interna dell’Amente”.

Lo destai, lo segnai nella luce dell’acqua con cinque sigilli affinché la morte, da quel momento, non avesse più alcun potere su di lui

Conclusione

Vedi! Ora andrò all’eòne perfetto, dopo che, per te, io ho portato a compimento ogni cosa nelle tue orecchie.

Ma io ti ho detto tutte le cose affinché tu le scriva e le affidi, segretamente, ai tuoi fratelli nello spirito.

Questo, infatti, è il mistero della generazione non vacillante».

Il Salvatore gli affidò questi (segreti) affinché egli li scrivesse e li ponesse in salvo;

e gli disse:

«Maledetto colui che tramanda  questi (misteri) per un regalo, o per cibo o per bevanda o per vestiario o per qualsiasi altra cosa del genere».

Questi gli furono dati segretamente;

ed egli divenne subito invisibile per lui.

Egli andò  dai suoi condiscepoli, e annunziò  loro quanto  il Salvatore gli aveva detto.

Gesù Cristo.

 Amen.

 

L’apocrifo secondo Giovanni.

 

Ma il primo arconte non è proprio il sovrano e tanto meno il regno della luce è indifferente  a  quanto  accade quaggiù.

Il Metropator  introduce  il suo  dire  con una autopresentazione e con il suo ripetuto contatto col mondo per salvare gli uomini.

Venne quaggiù tre volte:

la prima volta venne in incognito e si ritrasse davanti al male regnante nelle tenebre che avevano tremato  al suo apparire;

 la seconda volta andò fin dentro l’Amen te e davanti a lui il caos minacciò di disintegrarsi annientando  anche quanti dovevano essere salvati e  distruggendo tutto  prima  del tempo;

la terza  volta  partì circonfuso di luce, portò la sua luce nell’Amente e nella sua prigione (il corpo umano), destò i dormienti dal sonno, suscitò in loro il ricordo della loro origine, la volontà di liberarsi dalle creature, a guardarsi dagli angeli della povertà, a lasciarsi segnare con i cinque sigilli per eliminare il potere della morte.

Si noti che tra le autodesignazioni non ricorre mai Cristo, Gesù, Signore, Salvatore (che pure si leggono altrove nel nostro testo) ma prònoia, ricordo della prònoia, ricordo della pienezza , ricchezza della luce, luce che è nella luce 

chi parla è infatti la madre, il metropator.

Dopo avere manifestato a Giovanni il mistero della generazione non vacillante gli conferisce l’incarico di scriverlo e  manifestarlo, gratuitamente,  ai suoi fratelli  nello spirito, fece ritorno nell’eòne perfetto 

io sono la perfetta… io sono la ricchezza… io sono il ricordo della pienezza… io sono il ricordo della pronoia… io sono il ricordo del vergineo spirito… io ho portato a compimento… io ti ho detto… Questa automanifestazione del redentore, Gesù, sottolinea soprattutto il suo essere divino;

 

a cura di Luigi Moraldi

 

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