Apocalisse di Paolo

APOCALISSE COPTA DI PAOLO

Commento e Prefazione tratto da “Viaggio nella Gnosi” di Andrea Bertolini e Fabio Imbergamo

Gli Scritti di Nag Hammadi si suddividono, come anche la letteratura canonica, in Vangeli, Atti, Lettere e Apocalissi.

Il termine Apocalisse significa “rivelazione” e consiste nel resoconto di esperienze iniziatiche narrate attraverso un linguaggio fortemente simbolico.

Infatti determinate esperienze vissute in “stati non ordinari di coscienza” possono essere trasmesse solo attraverso il linguaggio dei miti e dei simboli che, scavalcando la mente razionale, comunicano i propri contenuti alla parte più profonda della psiche.

I “testi sacri” delle diverse tradizioni, comprese quella ebraica e cristiana, sono nati sotto questa forma e, solo successivamente, parte di questo materiale fu selezionato, accettato come verità di fede e inserito nel canone.

In questo processo però, la potenza simbolica della visione originaria venne attenuata, l’interpretazione degli scritti prese una forma cristallizzata e, diventando materia di fede, escluse la possibilità di un contatto più profondo e personale con le scritture.

Ad esempio l’Apocalisse di Giovanni, testo visionario e simbolico, è stata inclusa nel canone del Nuovo Testamento, peraltro con molte difficoltà, e viene sì utilizzata dalle Chiese ufficiali, ma con una chiave di interpretazione definita dalle Chiese stesse.

Le apocalissi gnostiche non sono state incluse nel canone, ma furono occultate insieme a tutti gli altri testi definiti apocrifi in quel processo conclusosi dopo il IV secolo di cui abbiamo parlato nella prima parte di questo libro.

Quando ci avviciniamo a queste apocalissi dunque, non dobbiamo cercare una verità assoluta, né articoli di fede, ma dovremmo leggerle tenendo presenti soprattutto due aspetti:

da un lato la possibilità di conoscere in modo diretto un prezioso materiale proveniente da antichissime scuole cristiane;

dall’altro, ancora più importante, la possibilità che ci offrono questi scritti nello stimolare la nostra ispirazione e nell’aprirci delle connessioni con dimensioni spirituali elevate.

Ogni gnostico è chiamato a meditare questi libri e a utilizzarli come guida per una personale esperienza.

Fra i principali testi gnostici l’Apocalisse copta’ di Paolo, anche se meno conosciuta rispetto ad altri scritti, occupa un posto di rilievo.

E un testo che risale presumibilmente alla seconda metà del II secolo (datazione stimata: 150-255 d.C.), con attribuzione pseudoepigrafa all’Apostolo Paolo – .

Fa parte del Codice V dei testi di Nag Hammadi in cui fanno parte i seguenti testi:

Epistola di Eugnosto

Apocalisse di Paolo

Prima Apocalisse di Giacomo

Seconda Apocalisse di Giacomo

Apocalisse di Adamo

Frammento dell ‘Asclepio (o Discorso perfetto)’.

 

La traduzione originale di questo testo (dal copto all’inglese) è stata effettuata dai membri della Coptic Gnostic Library Project of thè Institute for Antiquity and Christianity, Claremont Graduate School.

Il progetto bibliotecario copto gnostico è stato finanziato dall’UNESCO, dal National Endowment for thè Humanities e da altre istituzioni.

La traduzione italiana che presentiamo è di Luigi Moraldi.

La figura di Paolo, nello gnosticismo del secondo secolo, viene esaltata anche al di sopra degli altri apostoli, in particolare fra i valentiniani, e anche se va escluso un diretto coinvolgimento di San Paolo nella stesura di questo scritto, abbiamo in ciò un’ulteriore testimonianza di quanto egli fosse tenuto in considerazione.

 

 

La struttura dell ‘opera

L’Apocalisse copta di Paolo è molto interessante in quanto si configura come un vero e proprio archetipo del viaggio celeste.

Esso trova similitudini in altri testi come i libri di Daniele ed Ezechiele dell’Antico Testamento, il Libro Egizio dei Morti, la Pistis Sophia, il Libro Tibetano dei Morti, il Libro della Scala e la Divina Commedia di Dante.

Evidenziamo il fatto che il viaggio dell’anima nel post-mortem e il percorso dell’iniziato seguono una serie di passaggi e di tappe molto simili.

La grande differenza sta nell’attitudine con cui l’anima vive questa esperienza.

Quando non vi è stato un percorso di preparazione a questo viaggio durante la vita terrena, l’anima “subisce” le manifestazioni che avvengono dopo il distacco dal corpo passivamente, mentre l’anima dell’iniziato vive la stessa esperienza in modo attivo, possedendo le conoscenze e i “segni” che gli permettono di superare i guardiani del mondo invisibile e di non cedere di fronte alla paura.

L’obiettivo dell’iniziato, inoltre, è sperimentare prima della morte fisica questo viaggio, come avvenne per Dante, che potè descrivere successivamente la propria esperienza a benefìcio di coloro che successivamente si fossero trovati a seguire lo stesso cammino.

Fra i testi che abbiamo citato il Libro di Ezechiele ha una serie di parallelismi molto stretti con l’Apocalisse di Paolo.

Esso descrive l’ascensione contemplativa dell’anima verso la pienezza divina rappresentata dal trono di Dio e fin dall’antichità fu una delle principali fonti di ispirazione della Kabbalah ebraica.

 

Ecco un passaggio particolarmente significativo a questo riguardo:

Sopra il firmamento che era sulle loro teste apparve come una pietra di zaffiro in forma di trono e su questa specie di trono, in alto, una figura dalle sembianze umane.

Da ciò che sembrava essere dai fianchi in su, mi apparve splendido come l’elettro e da ciò che sembrava dai fianchi in giù, mi apparve come di fuoco.

Era circondato da uno splendore il cui aspetto era simile a quello dell ‘arcobaleno nelle nubi in un giorno di pioggia.

Tale mi apparve l’aspetto della gloria del Signore.

Quando la vidi, caddi con la faccia a terra e udii la voce di uno che parlava.

(Ezechiele 1:26)

L’aspetto teologico più significativo di questo testo è senza dubbio la funzione assegnata alla figura di Dio Padre, analogamente al libro del profeta Daniele, come si evidenzia in questo passaggio:

Io continuavo a guardare,

quand’ecco furono collocati troni

e un vegliardo si assise.

La sua veste era candida come la neve

e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;

il suo trono era come vampe di fuoco

con le ruote come fuoco ardente.

 

Il Vecchio assiso in Trono nel Settimo Cielo è il Creatore che si rivela nella sua maestosità a Daniele, ma che agli occhi dello Gnostico non rappresenta la pienezza divina, il Pleroma, ma “solo” l’immagine di Dio, il Demiurgo.

Va rilevato che nella concezione gnostica alessandrina il Demiurgo, come per la filosofia platonica, non ha un carattere eminentemente negativo:

esso è il Creatore, il Dio della forma, che da un lato “trattiene” e fa da limite alla coscienza ma che, per l’iniziato, può essere trasceso e aprire una porta alla dimensione ultima del Divino, al Dio senza forma, il Pleroma.

Non a caso il Settimo Cielo corrisponde al pianeta Saturno, che nella mitologia antica possedeva la duplice caratteristica di un entità costrittiva che teneva gli esseri legati al Tempo (Saturno in greco è Kronos), ma in un altro aspetto egli era anche il Dio dell’Età dell’Oro, cioè di una dimensione di libertà incondizionata.

Saturno, il Demiurgo, è per lo gnostico l’ultima prova:

apparendo nella sua maestosità (il Trono splendente e la gloria) esso potrebbe apparire come la meta ultima del viaggio iniziatico e impedire quindi ogni ulteriore ascesa.

Ma esso diventa impotente di fronte alla prova dell’identità dello gnostico che, come vedremo, è radicata nella dimensione pneumatica, il Decimo Cielo, dove Paolo riuscirà a raggiungere la pienezza, il Pleroma.

Nel prossimo paragrafo riportiamo il testo dell’Apocalisse per intero mentre in quello successivo vedremo come esso possa essere utilizzato come guida per il nostro viaggio interiore.

 

 

Apocalisse di Paolo

…la strada.

Ed egli si rivolse a lui, dicendo:

«Per quale strada salirò io a Gerusalemme?».

Il fanciullo gli rispose:

«Dimmi il tuo nome perché io possa indicarti la strada».

Il fanciullo sapeva chi era Paolo.

Ma voleva intrattenersi con lui, con le sue parole, per trovare un pretesto di parlare con lui.

Il fanciullo proseguì dicendo:

«lo so chi sei tu, Paolo.

Tu sei colui che fu benedetto fin dal grembo materno.

Perciò sono venuto da te, affinché tu possa salire a Gerusalemme, dagli apostoli, tuoi compagni.

È per questo motivo che io ti ho chiamato.

Io sono lo Spirito che ti accompagna.

La tua mente (Nous) sia sveglia, Paolo!

Mancano sette righe

«…tra gli arconti e queste potestà e gli arcangeli e le potenze e tutta la stirpe dei demoni e la casa di colui che svela i corpi al seme di un’anima».

Terminate queste parole, egli proseguì dicendo:

La tua mente sia sveglia, Paolo!

Vedi che la montagna sulla quale stai è la montagna di Gerico, di modo che tu possa conoscere le cose nascoste in quelle che sono manifeste.

«Ora tu andrai dai dodici apostoli, poiché essi sono gli spiriti eletti ed essi ti saluteranno».

Egli alzò gli occhi e li vide:

essi lo salutarono.

Allora lo Spirito Santo, che parlava con lui, lo afferrò e lo portò in alto, su fino al Terzo Cielo;

e passò oltre fino al Quarto Cielo.

Lo Spirito Santo gli parlò dicendo:

«Guarda!

Sulla terra scorgi la tua somiglianza».

Egli guardò giù, e vide quelli che erano sulla terra.

Lanciò uno sguardo verso Dio che è al disopra della creazione.

Poi guardò su in alto e vide i dodici apostoli alla sua destra e alla sua sinistra, nella creazione.

E lo Spirito era davanti a loro.

Guardai nel Quarto Cielo, secondo la loro classe, vidi gli angeli rassomiglianti a dèi:

questi angeli portavano un’anima fuori dalla terra dei morti.

Essi la posero alla porta del Quarto Cielo.

E gli angeli la frustavano.

L’anima parlò dicendo:

«Che peccato ho commesso nel mondo».

L’esattore che siede nel Quarto Cielo, replicò:

«Non era giusto che tu commettessi tutte le iniquità che sono nel mondo dei morti».

L’anima rispose dicendo:

«Produci dei testimoni!

Indichino, essi, in quale corpo ho commesso quelle iniquità;

volete portarmi un libro e leggerle da esso?».

Vennero tre testimoni.

Il primo parlò dicendo:

«Non c’ero io, forse, nel corpo nella seconda ora?

io mi levai contro di te fino a quando tu fosti preso dall’ira, dalla rabbia e dall’invidia».

E il secondo parlò dicendo:

«Non c’ero, forse, io nel mondo?

Entrai alla quinta ora, ti vidi e ti ho desiderata.

Ed ecco che ora io ti accuso degli omicidi che hai commessi».

E il terzo parlò dicendo:

«Non venni forse io da te alla dodicesima ora del giorno, quando il sole stava tramontando?

Ti ho concesso oscurità fino a quando tu non hai compiuto i tuoi peccati».

Allora l’anima, udite queste cose, abbassò gli occhi molto triste;

poi guardò verso il cielo, ma fu respinta in basso.

Allorché fu respinta in basso questa anima, andò in un corpo che era stato preparato per lei.

Ed ecco, le sue testimonianze erano finite.

Allora guardai in alto e vidi lo Spirito, che mi disse:

«Vieni, Paolo!

Avanza verso di me».

Allora io andai.

La porta si aprì, ed io giunsi in alto al Quinto Cielo.

Vidi gli apostoli, i miei compagni, che camminavano con me, mentre lo Spirito ci accompagnava.

Nel Quinto Cielo, vidi un grande angelo che stringeva nella sua mano un bastone di ferro.

Con lui c’erano altri tre angeli.

Io osservavo il loro viso.

In mano tenevano delle fruste e rivaleggiavano tra loro eccitando le anime ad andare verso il giudizio.

Ma io camminai con lo Spirito, e la porta mi si aprì.

Allora noi salimmo al Sesto Cielo.

Vidi gli apostoli, miei compagni, che camminavano con me, e lo Spirito Santo che mi conduceva davanti ad essi.

Guardai su in alto e vidi una grande luce che splendeva in basso, giù nel Sesto Cielo.

Parlai all’esattore che era nel Sesto Cielo, e gli dissi:

«Aprimi!».

E lo Spirito Santo era davanti a me.

Egli mi aprì.

Allora salimmo al Settimo Cielo.

Ed io vidi un vegliardo la cui luce faceva risplendere i suoi abiti bianchi.

Il suo trono, nel Settimo Cielo, era sette volte più splendente del sole.

Il vegliardo parlò dicendomi:

«Dove vai, tu, Paolo?

O benedetto, che fosti posto da parte fin dal grembo di tua madre!».

Ma io volsi lo sguardo verso

lo Spirito, ed egli mi fece un cenno del capo, dicendomi:

«Parla con lui!».

Allora io risposi al vegliardo:

«Sto andando al luogo dal quale sono venuto!».

Il vegliardo mi replicò:

«Donde sei venuto?».

Io gli risposi:

«Discendo verso il mondo dei morti per fare prigioniera la prigionia che è stata fatta prigioniera nella prigionia di Babilonia».

Il vegliardo mi replicò:

«Tu come potrai sfuggirmi?

Guarda!

Osserva gli arconti e le potestà!».

Rispose lo Spirito e mi disse:

«Dagli il segno che hai, ed egli ti aprirà».

Allora gli diedi il segno.

Egli volse lo sguardo verso il basso, alla sua creazione e alle sue autorità!

Si aprì allora il Settimo Cielo e noi salimmo all’Ogdoade.

Allora vidi i dodici apostoli:

essi mi salutarono.

E noi salimmo su al Nono Cielo.

Salutai tutti coloro che erano nel Nono Cielo.

E salimmo al Decimo Cielo.

E salutai gli spiriti miei compagni.

 

 

Analisi

Il racconto inizia con il protagonista che intraprende un viaggio:

Paolo infatti si reca a Gerusalemme per vedere i dodici apostoli, quando a Gerico viene avvicinato da un fanciullo.

Ricordiamo che simbolicamente Gerusalemme nella tradizione ebraico-cristiana è il centro del mondo, orizzontalmente inteso;

Paolo però si troverà inaspettatamente a vivere un altro viaggio di tipo verticale verso la Gerusalemme celeste.

Ma chi è il fanciullo che incontra?

La figura del bambino ricorre spesso

sia nei Vangeli canonici che in quelli gnostici.

(Vangelo di Matteo 18,1-4)

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo:

«Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?».

Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:

«In verità io vi dico:

se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.

Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli».

(Vangelo di Matteo 19,13-14)

Allora gli furono portati dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse;

ma i discepoli li rimproverarono.

Gesù però disse:

«Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me;

a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli».

Lo stesso episodio è narrato anche da Marco 10,13-16 e Luca 9,46-48.

Nel Vangelo di Tomaso, nel quarto loghion, troviamo questo passaggio:

Gesù disse, “L’uomo di età avanzata non esiterà a chiedere a un bambino di sette giorni dov ’è il luogo della vita, e quell ‘uomo vivrà.

E nel loghion 46 viene detto:

Ma vi dico che chiunque fra voi diventerà un bambino riconoscerà il regno e diventerà più grande di Giovanni.

L’inno alla Perla, forse il più grande poema gnostico, inizia così:

Quando ero bambino e abitavo nel regno della casa di mio Padre e mi dilettavo della ricchezza e dello splendore di coloro che mi avevano allevato.

Tutti questi esempi ci riconducono alla figura del bambino come immagine e simbolo di uno stato d’essere non ancora contaminato dal mondo e dalle sue illusioni.

Esso rappresenta quindi la nostra essenza, quella scintilla spirituale che dobbiamo risvegliare in noi se vogliamo ritrovare la Via per tornare alla nostra vera identità.

Il fanciullo chiede infatti a Paolo il suo nome;

il nome rappresenta l’identità, l’essenza della persona, è come se gli dicesse:

ti ricordi chi sei veramente?

O ti sei totalmente identificato con la tua personalità terrestre?

Questa voce che viene dal profondo dell’anima risponde poi alla sua stessa domanda e gli dice “lo so chi sei tu, Paolo.

Tu sei colui che fu benedetto fin dal grembo materno”.

Cioè appartieni alla stirpe dei pneumatici.

Gli rivela lo scopo del loro incontro e lo invita ad un viaggio ultraterreno che dalla montagna di Gerico, simbolo di questo mondo, lo porterà alla Gerusalemme celeste per conoscere i dodici apostoli nella loro forma archetipica.

Inoltre lo invita a svegliarsi, ad aprire la sua mente (nous) e a liberarsi delle forze che imprigionano l’anima (gli arconti).

Continuiamo a seguire il racconto.

Allora lo Spirito Santo, che parlava con lui, lo afferrò e lo portò in alto, su fino al Terzo Cielo;

e passò oltre fino al Quarto Cielo.

Lo Spirito Santo gli parlò dicendo:

«Guarda!

Sulla terra scorgi la tua somiglianza».

Egli guardò giù, e vide quelli che erano sulla terra.

Lanciò uno sguardo verso Dio che è al disopra della creazione.

Poi guardò su in alto e vide i dodici apostoli alla sua destra e alla sua:

sinistra, nella creazione.

E lo Spirito era davanti a loro.

Il viaggio celeste ha inizio e Paolo viene portato dallo Spirito Santo (che si era rivelato come bambino) fino al Terzo Cielo.

Questo momento iniziale dell’ascesa coincide con l’esperienza paolina riportata nella Seconda Lettera ai Corinzi;12:2-3.

Conosco un uomo in Cristo che, quattordici anni fa – se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito fino al Terzo Cielo.

E so che quest’uomo — se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio – fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare.

Per orientarci meglio in questo viaggio utilizzeremo il riferimento a ognuno dei dieci cieli che verranno attraversati, al pianeta corrispondente secondo la visione dell’antica cosmologia aristotelico-tomistica, che ritroviamo fino a Dante nella Divina Commedia.

Nella prima fase del viaggio Paolo, quindi, sale i primi tre cieli:

quello della Luna, che corrisponde alla prima dimensione che si incontra nel momento della dissociazione dell’anima dal corpo e quello di Mercurio, che anticamente veniva ritenuto sede degli Arcangeli.

Nel testo non ci si sofferma comunque su questi due cieli ma il protagonista è trasportato direttamente al Terzo Cielo, quello di Venere caratterizzato dall’Amore.

Esso corrisponde all’esperienza suprema dei mistici, all’estasi, alla fusione con l’amore divino, ma rappresenta anche il limite dell’esperienza psichica.

Infatti nella lettera ai Corinzi, Paolo dice che non sa se questa esperienza l’ha vissuta con il corpo o fuori dal corpo.

Dobbiamo rilevare che nei secoli successivi la Chiesa ufficiale porrà questo punto come limite non oltrepassabile dagli stessi santi e mistici.

Stiamo parlando di uno stato di coscienza sicuramente molto elevato, nel quale l’iniziato può sperimentare una grande pace, una dolcezza interiore e un appagamento profondo, ma che non è ancora l’obiettivo finale del viaggio.

Paolo ascende poi al Quarto Cielo, il cielo del Sole, dove inizia l’esperienza propriamente pneumatica.

Guardai nel Quarto Cielo, secondo la loro classe, vidi gli angeli rassomi-

glianti a dèi:

questi angeli portavano un ‘anima fuori dalla terra dei morti.

Essi la posero alla porta del Quarto Cielo.

E gli angeli la frustavano.

L’anima parlò dicendo:

«Che peccato ho commesso nel mondo».

L’esattore che siede nel Quarto Cielo, replicò:

«Non era giusto che tu commettessi tutte le iniquità che sono nel mondo dei morti».

L’anima rispose dicendo:

«Produci dei testimoni!

Indichino, essi, in quale corpo ho commesso quelle iniquità;

volete portarmi un libro e leggerle da esso?».

Quello che colpisce in questa parte del viaggio è il sovrapporsi dell’esperienza celeste con una scena di giudizio e punizione.

Nei resoconti di esperienze analoghe come quelle che abbiamo citato, ad esempio il Libro della scala e la Divina Commedia, l’ascesa al cielo è preceduta da una discesa agli inferi (la stessa tradizione canonica afferma che il Cristo compì questa discesa prima dell’ascensione).

E negli inferi che avviene il giudizio delle anime e l’esperienza celeste è riservata solo a coloro che hanno superato positivamente questa prova.

Dobbiamo tuttavia rilevare che, quando parliamo di stati non ordinari di coscienza, la dimensione temporale non è la stessa di quella che viene percepita normalmente.

Nella condizione ordinaria della mente le cose non possono che svolgersi in una successione cronologica, per cui prima si scende agli inferi, poi (in alcuni resoconti) si attraversa il purgatorio e infine si ascende ai cieli.

La nostra mente non riesce a immaginare le cose diversamente, in quanto è sottoposta ad una percezione spazio-temporale limitata.

Coloro che cercarono di tradurre queste esperienze in forma letteraria e poetica dovettero strutturare le loro opere in modo che potessero essere comprese a partire da uno stato ordinario di coscienza.

In realtà le cose, viste da un’angolazione che trascende la mente ordinaria, potrebbero stare diversamente.

Nel caso dell’Apocalisse di Paolo infatti, l’esperienza è narrata secondo uno schema diverso, e questo potrebbe spiegare perché in una tappa del viaggio celeste troviamo una scena che ci aspetteremmo di trovare nel mondo degli inferi, con angeli che svolgono un ruolo che siamo abituati a vedere ad esempio nei demoni dell’inferno dantesco.

Ci arrischiamo in questo senso a formulare un’ipotesi, che finora non ci risulta mai proposta, e cioè che i vari momenti del viaggio iniziatico possano avvenire simultaneamente:

nel momento della separazione dell’anima dal corpo, sia che si tratti di morte fisica che di un distacco voluto e propiziato in un ambito iniziatico, la discesa agli inferi e l’ascesa al cielo possono avvenire in parallelo, sovrapporsi.

Vennero tre testimoni.

Il primo parlò dicendo:

«Non c’ero io, forse, nel corpo nella seconda ora?

io mi levai contro di te fino a quando tu fosti preso dall’ira, dalla rabbia e dall’invidia».

E il secondo parlò dicendo:

«Non c’ero, forse, io nel mondo?

Entrai alla quinta ora, ti vidi e ti ho desiderata.

Ed ecco che ora io ti accuso degli omicidi che hai commessi».

E il terzo parlò dicendo:

«Non venni forse io da te alla dodicesima ora del giorno, quando il sole stava tramontando?

Ti ho concesso oscurità fino a quando tu non hai compiuto i tuoi peccati».

Allora l’anima, udite queste cose, abbassò gli occhi molto triste;

poi guardò verso il cielo, ma fu respinta in basso.

Allorché fu respinta in basso questa anima, andò in un corpo che era stato preparato per lei.

Ed ecco, le sue testimonianze erano finite.

Questo passaggio evidenzia come la visione degli gnostici, relativamente al destino dell’anima nel post-mortem, fosse molto vicina a quella che troviamo nel Libro Tibetano dei Morti.

Secondo questa tradizione, infatti, l’anima che non fosse riuscita a superare determinate prove e a liberarsi dai propri peccati, rientra in un nuovo corpo terrestre per continuare la propria esperienza e perfezionarsi al fine di raggiungere la liberazione.

D’altra parte la concezione secondo cui, dopo la morte, l’anima trasmigra da un corpo all’altro fin quando non si sia completamente affrancata dalla materia, è caratteristica non solo delle religioni dell’antica India, ma anche di molte altre tradizioni spirituali.

In Occidente ritroviamo questo insegnamento nell’Orfismo, in filosofi greci come Pitagora, Empedocle, Platone e Plotino, negli insegnamenti neoplatonici e, nel primo cristianesimo, in Origene.

Allora guardai in alto e vidi lo Spirito, che mi disse:

«Vieni, Paolo!

Avanza verso di me».

Allora io andai.

La porta si apri, ed io giunsi in alto al Quinto Cielo.

Vidi gli apostoli, i miei compagni, che camminavano con me, mentre lo Spirito ci accompagnava.

Nel Quinto Cielo, vidi un grande angelo che stringeva nella sua mano un bastone di ferro.

Con lui c’erano altri tre angeli.

Io osservavo il loro viso.

In mano tenevano delle fruste e rivaleggiavano tra loro eccitando le anime ad andare verso il giudizio.

Ma io camminai con lo Spirito, e la porta mi si aprì.

Paolo ascende al Quinto Cielo, quello di Marte, e si trova accompagnato dagli apostoli che sono divenuti suoi compagni.

Gli angeli che governano questa dimensione sono angeli guerrieri e rispecchiano la qualità marziale di questo piano di coscienza.

Paolo osserva il loro viso, ma rimane in qualche modo distaccato da ciò che vede, è in uno stato di neutralità che gli consente, accompagnato dallo Spirito, di varcare la porta che lo conduce al cielo successivo.

 

Allora noi salimmo al Sesto Cielo.

Vidi gli apostoli, miei compagni, che camminavano con me, e lo Spirito Santo che mi conduceva davanti ad essi.

Guardai su in alto e vidi una grande luce che splendeva in basso, giù nel Sesto Cielo.

Parlai all’esattore che era nel Sesto Cielo, e gli dissi:

«Aprimi!».

E lo Spirito Santo era davanti a me.

Egli mi aprì.

L’attraversamento del Sesto Cielo, quello di Giove, avviene senza altre visioni se non quella di una grande luce e, animato da un coraggio che finora non si era palesato, ordina al guardiano di aprirgli la porta per accedere al Settimo Cielo.

Allora salimmo al Settimo Cielo.

Ed io vidi un vegliardo la cui luce faceva risplendere i suoi abiti bianchi.

Il suo trono, nel Settimo Cielo, era sette volte più splendente del sole.

Il vegliardo parlò dicendomi:

«Dove vai, tu, Paolo?

O benedetto, che fosti posto da parte fin dal grembo di tua madre!».

Ma io volsi lo sguardo verso lo Spirito, ed egli mi fece un cenno del capo, dicendomi:

«Parla con lui!».

Allora io risposi al vegliardo:

«Sto andando al luogo dal quale sono venuto!».

Il vegliardo mi replicò:

«Donde sei venuto?», lo gli risposi:

«Discendo verso il mondo dei morti per fare prigioniera la prigionia che è stata fatta prigioniera nella prigionia di Babilonia».

Il vegliardo mi replicò:

«Tu come potrai sfuggirmi?

Guarda!

Osserva gli arconti e le potestà!».

Rispose lo Spirito e mi disse:

«Dagli il segno che hai, ed egli ti aprirà».

Allora gli diedi il segno.

Il Settimo Cielo, finanche nei modi di dire popolari, rappresenta uno stato sublime nel quale si manifesta la sensazione di essere nel punto più alto raggiungibile dalla coscienza umana, al cospetto di Dio.

Il vegliardo che appare a Paolo corrisponde nei suoi tratti all’immagine divina che ci è stata sempre tramandata dai testi biblici, come nel brano del libro di Daniele (7:9) che abbiamo riportato sopra.

Inizialmente questa entità si rivolge a Paolo benevolmente, chiamandolo benedetto, e gli chiede dove va.

Paolo, su consiglio dello Spirito risponde senza esitazione che sta andando verso il luogo della sua origine, la sua vera patria, e che sta compiendo questo viaggio per fare prigioniera la prigionia, cioè per ottenere quella liberazione dell’anima dalle catene che la tengono imprigionata nell’illusione.

A questo punto l’atteggiamento del vegliardo cambia e si manifesta per quello che è realmente e cioè il Demiurgo, il falso Dio o, più correttamente, l’immagine umana di Dio, che non è il Dio vero.

Questo è, dopo il passaggio dal terzo al Quarto Cielo, il momento più importante dell’esperienza gnostica, quello che permette di trascendere l’illusione più elevata, non più legata a cose terrene ma alla stessa esperienza spirituale, quella di essere ormai arrivato al culmine e di non poter andare oltre.

Lo Spirito che lo guida però gli dà l’indicazione decisiva, quella di presentare al vegliardo il segno che aprirà i cieli successivi.

Cos’è questo segno?

È il sigillo della propria identità pneumatica connesso al ricordo della propria essenza originaria situata nel Pleroma, dimensione più elevata di quella del Settimo Cielo e corrispondente ai Cieli Ottavo, Nono e soprattutto al Decimo.

Egli volse lo sguardo verso il basso, alla sua creazione e alle sue autorità!

Si aprì allora il Settimo Cielo e noi salimmo all ’Ogdoade.

Allora vidi i dodici apostoli:

essi mi salutarono.

E noi salimmo su al nono cielo.

Salutai tutti coloro che erano nel nono cielo.

E salimmo al decimo cielo.

E salutai gli spiriti miei compagni.

 

Il segno portato dai pneumatici dissolve il potere del Demiurgo e dei suoi Arconti e libera Paolo da tutti i residui delle illusioni e delle identificazioni, sia terrestri che spirituali, aprendo la sua coscienza al mondo divino più elevato:

l’Ogdoade.

In questo ottavo cielo, quello delle stelle fisse, Paolo vede nuovamente i dodici Apostoli e riceve da loro il saluto, cioè la conferma di condividere il loro stesso piano di coscienza.

Sale poi al nono cielo dove saluta tutti coloro, angeli e anime illuminate che lì risiedono, ed entra vittoriosamente nel decimo cielo dove, al culmine della sua ascesi, saluta gli spiriti suoi compagni.

La descrizione di queste fasi finali del viaggio è molto stringata, in quanto si tratta di esperienze non traducibili alla mente ordinaria.

Dante descrive così la sua esperienza celeste nel Primo Canto del Paradiso:

La gloria di colui che tutto muove per l’universo penetra, e risplende in una parte più e meno altrove.

Nel del che più de la sua luce prende fu ’ io, e vidi cose che ridire né sa né può chi di là su discende;

perché appressando sé al suo disire, nostro intelletto si profonda tanto, che dietro la memoria non può ire.

Veramente quant ’io del regno santo ne la mia mente potei far tesoro, sarà ora materia del mio canto.

Analogamente l’autore dell’Apocalisse di Paolo riassume il viaggio dell’anima verso il Pleroma raccontandoci solo ciò di cui nella sua mente potè far tesoro, in un resoconto molto più breve di quello dantesco, ma che ci dona una preziosa testimonianza dell’esperienza gnostica dei primi secoli.

A parte l’opera preziosa di Luigi Moraldi esistono pochissimi studi su questa Apocalisse e siamo contenti di presentarlo ai lettori italiani con una nuova esegesi che, ci auguriamo, possa stimolare la riflessione e la ricerca personale.

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