Il Sistema della Pistis Sophia

IL SISTEMA DELLA PISTIS SOPHIA

tratto da “Viaggio nella Gnosi” di Andrea Bertolini e Fabio Imbergamo

Sedere accanto a Gesù e ascoltare gli insegnamenti direttamente dalla sua voce:

ecco uno dei massimi desideri che da sempre hanno coloro che sono innamorati del Cristianesimo.

Chiaramente ciò non è possibile;

tuttavia ci sono testi gnostici pensati per trasmettere i massimi insegnamenti del Maestro creando un ambiente plastico, in cui vi è un’ambientazione talmente densa da destare una trasmissione di contenuti che avviene non solo sul piano intellettivo, ma su un piano in cui vi sono impressioni, sensazioni e perfino percezioni che vanno oltre i normali stati di coscienza.

In questi testi avviene qualcosa di magico:

le parole si trasformano in esperienza.

La figura del Maestro Gesù diventa talmente viva e reale da prendere forma nel lettore.

Lo gnosticismo è innanzitutto esperienza che avviene nell’universo interiore, in cui si può incontrare l’infinito.

Molti dei testi sacri che conosciamo sono stati scritti proprio con l’intenzione di innescare nel lettore un’esperienza di comprensione profonda, che trascenda i normali stati di coscienza, in cui è molto difficile uscire dalla dimensione della razionalità fine a se stessa.

La Pistis Sophia è senza dubbio uno di questi testi.

In essa ci sono tutti gli elementi per donare al lettore attento qualcosa di vivo e sempre nuovo.

Certamente un testo non semplice, perché pieno di simboli, riferimenti storici e contenuti teologici.

Ciò nonostante questo non deve scoraggiare;

anzi, deve spingere ad affrontarne la lettura con grande pazienza, con la certezza che presto la Pistis Sophia si schiuderà come una rosa che sboccia e ci permetterà di accedere a una dimensione magica e sempre nuova, di cui il Maestro Gesù è il protagonista luminoso.

 

La storia del manoscritto

Una delle poche cose certe che sappiamo sul manoscritto originale della Pistis Sophia è che fù acquistato nel 1772 a Londra dal bibliofilo Anthony Askew, da cui prese in nome di Codex Askewianus.

Il manoscritto sembra provenisse dall’Egitto, proprio dalle stesse regioni dove, quasi due secoli dopo, nel 1945, saranno ritrovati i manoscritti di Nag Hammadi che porteranno finalmente luce su molti aspetti del pensiero gnostico.

Ma torniamo ad Askew:

possiamo ragionevolmente supporre che egli intuì la portata storica del testo e, dopo averlo acquistato, lo affidò a Karl Gottfried Woide, studioso di religioni e culture orientali, all’epoca impiegato come esperto bibliotecario presso il British Museum, che in seguito diventerà noto per i suoi studi sul Codex Alexandrinus.

Woide fece una prima trascrizione che, però, non fu mai pubblicata.

Dopo aver esaminato con cura il testo gli diede il titolo, che poi rimarrà sino ai giorni nostri, di Pistis Sophia.

Tuttavia i suoi studi, per quanto accurati, attrassero poco l’attenzione dei suoi colleghi e dovremo attendere l’800 affinché altri insigni studiosi ne facciano ulteriori trascrizioni in lingue occidentali.

Sarà, infatti, nel 1848 che lo Schwartze farà una traduzione dal copto al latino considerata nei tempi a venire l’edizione di riferimento, pubblicata nel 1851 a cura del Petermann, e ancora oggi strumento di molti ricercatori che studiano e approfondiscono le pagine della Pistis Sophia.

In seguito il celebre studioso tedesco Cari Schmidt si dedicò molto allo studio della Pistis Sophia e nel 1905 ne pubblicò un’edizione in lingua tedesca, che sarà poi ripresa e sempre migliorata, sino a quando lo Schenke, nel 1959, pubblicherà un’edizione che rimarrà di riferimento.

La scoperta dei manoscritti di Nag Hammadi porterà nuovi elementi di approfondimento e, nel 1978, apparirà la pubblicazione della studiosa Violet MacDermont in cui vi è l’edizione copta a suo tempo curata dallo Schmidt e, a fronte, la versione inglese.

Il manoscritto originale rimarrà al British Museum, che lo acquistò subito dopo la morte di Askew e dove è tuttora conservato con la numerazione di catalogo AD 5114.

 

La struttura dell’opera, la lingua e l’autore

L’intero testo appare subito diviso in quattro grandi sezioni che, conven-zionalmente, sono considerati i Quattro Libri della Pistis Sophia.

Lo Schmidt divise ulteriormente il testo in 148 capitoli, divisione, in seguito, universalmente adottata:

 

Il Libro Primo, che va dal cap.1 al 62. In esso viene data una collocazione spazio-temporale degli avvenimenti descritti e viene presentata la figura del Salvatore Gesù in tutta la sua autorità spirituale.

Segue, quindi, una sezione in cui i discepoli pongono alcune domande al Maestro, dopo di che inizia la narrazione delle vicende che coinvolgeranno direttamente Pistis Sophia dalla caduta sino alla sua incoronazione.

Il Libro Secondo, dal cap.63 al 100, ha come titolo Secondo Libro di Pistis Sophia.

Nella prima metà proseguono le vicende di Pistis Sophia, che dopo la sua incoronazione per opera di Gesù viene tratta dal caos e trasferita nel tredicesimo Eòne.

Nella seconda parte del libro inizia una serie di domande che i discepoli pongono a Gesù su questioni che riguardano l’anima e il suo cammino all’interno delle dimensioni spirituali.

Il Libro Terzo, dal cap.101 al 135, ha come titolo Parte dei Libri del Salvatore.

In esso vi sono interrogazioni dei discepoli e relative risposte di Gesù sui regni dell’aldilà, sul significato del peccato, sul Battesimo, sul trapasso dell’anima e sui misteri più alti a cui l’anima possa accedere.

Il Libro Quarto, infine, che va dal cap.136 al 148.

Si colloca in un’ambientazione diversa da quella dei tre precedenti e presenta alcuni scenari di grande contenuto mistico in cui, ancora una volta, sono presenti Gesù e i discepoli.

Secondo lo Schmidt i primi tre libri sarebbero databili intorno alla seconda metà del terzo secolo, e farebbero parte di un’unica opera;

mentre il quarto, che si discosta per contenuti e ambientazione dagli altri tre, sarebbe di poco anteriore e risalirebbe alla prima metà del terzo secolo.

C’è anche da notare che solo il secondo e il terzo libro hanno un titolo che, però, sembra essere stato aggiunto in un secondo momento, forse dall’amanuense che trascrisse la copia a noi pervenuta.

Le vicende di Pistis Sophia, in realtà, sono narrate solo nel Primo Libro e nella prima parte del secondo.

Il manoscritto è in lingua copta ed è sicuramente la traduzione a suo tempo fatta di un originale greco, tanto da contenere in esso un gran numero di termini greci mantenuti dal primo traduttore che, evidentemente, pensava che, traducendoli, si sarebbero perse importanti sfumature di significato.

Sull’autore della Pistis Sophia, ancora una volta, non vi sono certezze:

inizialmente se ne attribuì la paternità a Valentino, il celebre maestro gnostico di origine egiziana vissuto nel secondo secolo, e questa ipotesi fu a suo tempo appoggiata anche dal Woide e dallo Schwartze.

Ma le argomentazioni a favore di questa tesi non furono mai convincenti, e durante la metà del ’800 nacquero altre teorie che ne attribuivano la composizione a comunità egiziane della corrente degli Otiti.

L’unica certezza a riguardo è proprio l’origine egiziana della Pistis Sophia, e ciò emerge in modo chiaro dall’adozione del calendario egizio per datare gli avvenimenti e dalla presenza nel testo di nomi appartenenti a culture e tradizioni mistiche di quella zona geografica.

Prima di entrare nella struttura e nei contenuti del testo, è utile descrivere lo scenario in cui il tutto avviene:

la cosmologia gnostica, che nella Pistis Sophia è presentata in una versione particolarmente articolata.

Per ben comprendere quanto descritto da Gesù e dai discepoli è necessario, infatti, riferirsi alla cosmologia e alle “zone” in essa rappresentate.

Possiamo immaginare un Universo in cui si distinguono tre grandi aree, che per comodità possiamo anche chiamare mondi:

Il Mondo dell’Ineffabile, la cui realtà è talmente elevata da esservi i più grandi misteri ai quali si possa accedere.

In questo mondo vi sono tre grandi “ambiti” o “spazi”, che abbiamo rappresentato come tre grandi sfere:

1.

Lo Spazio dell ‘Ineffabile, che rappresenta una realtà talmente elevata da essere inesprimibile e inimmaginabile.

2.

Il Primo spazio del I Mistero.

Il Primo Mistero è immagine perfetta dell’ineffabile.

Da qui si genera tutto l’Universo e la realtà conosciuta;

da qui proviene Gesù, ed è proprio a questo Mistero a cui lui si riferisce quando nomina il Padre.

È dal Primo Mistero che vengono prese le decisioni per la salvezza dell’umanità e da cui vengono decretate le avventure di Sophia.

3.

Il Secondo Spazio del I Mistero:

Il Primo Mistero, al contrario dell’ineffabile, in cui tutto è straordinaria unità, ha bisogno di due spazi in cui dividersi, uno interiore e uno esteriore dove, tramite l’espressione di una realtà fatta di dualità, si possa generare la creazione intera dai piani più alti sino a scendere a quelli più bassi.

Ecco quindi un Secondo Spazio del Primo Mistero, in cui si manifesta una realtà più esteriore, più vicina agli uomini.

Per non confondersi durante la lettura è necessario puntualizzare che questo spazio rappresenta anche l’ultima tappa del cammino spirituale umano, che nella Pistis Sophia è chiamato il XXIV Mistero.

Infatti i discepoli erano stati istruiti da Gesù proprio sino a questo spazio, credendo così di essere giunti all’apice della conoscenza.

In realtà ignoravano totalmente l’esistenza degli altri due spazi, la cui conoscenza Gesù sta ora per rivelargli.

 

Il Mondo della Luce Pura, in cui troviamo tre immense regioni:

1.

La Regione del Tesoro della Luce, in cui si trovano anime particolarmente elevate che hanno già ricevuto i misteri fra cui le Emanazioni, i Sette Amen, le Sette Voci, i Cinque Alberi, i Tre Amen, il Fanciullo del Fanciullo, i Dodici Salvatori e i Nove Custodi delle tre Porte della Luce.

2.

La Regione di destra, detta anche Luogo della destra, in cui si trovano entità che hanno il compito di ricondurre alla Luce coloro che hanno sviluppato in sé la scintilla che potenzialmente è in ognuno.

Il grande Messaggero a capo di queste entità è Jeu, in alcuni testi chiamato anche Primo uomo o anche Vescovo della Luce, che da questa sua dimora provvede a tutto ciò che necessita nelle sfere inferiori.

3.

La Regione di Mezzo, in cui vi si trovano sei grandi entità:

Melchisedech, supremo sacerdote del Regno della Luce;

il Grande Sabaoth, colui che prese l’anima di Gesù e la posò nel grembo di Maria;

il Grande Jao, con al suo servizio 12 diaconi dai quali Gesù trasse le anime dei 12 apostoli;

il Piccolo Jao, dal quale Gesù prese una grande luce e la posò nel grembo di Elisabetta per far nascere il suo precursore Giovanni il Battezzatore;

il piccolo Sabaoth e, infine, la Vergine Luce, dispensatrice di benedizioni e sofferenze, al cui servizio vi sono, fra gli altri, i famosi ricevitori erinnici o, semplicemente, ricevitori, che prendono le anime delle persone appena defunte e le portano nel luogo corrispondente al loro stadio evolutivo.

 

Nella zona inferiore abbiamo, infine, il Mondo degli Eòni, in cui Luce e Materia si fondono e si mischiano.

Le anime che risiedono in questo mondo hanno perso l’originale integrità e lottano per riconquistare la loro parte luminosa.

Qui Luce e Tenebre danno luogo a drammatici scontri, e il bene è in perenne lotta per non soccombere al potere del male.

Qui Sophia vive le sue avventure fino a quando non sarà liberata dal potere del Salvatore.

Anche in questo Mondo vi è la presenza di tre grandi Regioni:

1.

La Regione di Sinistra, che si pone molto vicina al Mondo della Luce Pura.

In precedenza, infatti, era abitata da 12 Eòni, di cui sei facevano capo a Sabaoth Adamas, e gli altri sei a suo fratello Jabraoth.

Questa regione fungeva da confine con il Mondo della Luce Pura, e i due governavano il Mondo degli Eòni in base alle direttive provenienti dalle regioni sovrastanti.

Ma ben presto i due fratelli furono presi da una irresistibile brama di potere e vollero creare un regno di creature su cui esercitare uno spietato dominio.

Cominciarono a dedicarsi a scellerate pratiche sessuali al fine di procreare nuovi esseri da soggiogare e interruppero, così, il contatto diretto con le Regioni della Luce.

Jeu, su indicazione del Primo Mistero, relegò i due fratelli ribelli nelle regioni inferiori senza possibilità alcuna di uscirne.

Ma ecco che Jabraoth e i suoi sei eòni si pentirono e, a seguito del loro gesto, furono trasferiti in un tredicesimo eòne, appositamente creato e di molto sovrastante gli altri dodici.

Questo tredicesimo eòne, che si pone in una zona centrale e unisce il Mondo della Luce Pura e il Mondo degli Eòni, in altri scritti gnostici viene chiamato ogdoade.

In esso vengono posti Jabraoth e i suoi, insieme ai Tre dotati di triplice forza e i Ventiquattro invisibili, questi ultimi fratelli e compagni di Pistis Sophia.

In seguito Gesù vi collocherà anche Abramo, Isacco e Giacobbe e vi andranno ad abitare tutti coloro che aspirano ardentemente al Mondo della Luce.

Nel Tredicesimo Eòne, detto anche Luogo della giustizia, non vi è più solo materia, ma entra anche la Luce e con essa una scintilla visibile del Padre Primordiale.

Destino molto diverso ebbe, invece, il fratello “cattivo” Sabaoth Adamas, detto anche il Grande Tiranno o, semplicemente, il Re Adamas, che con una moltitudine di arconti, angeli e arcangeli ed esseri mostruosi continua la sua azione di dominio sugli uomini, imprigionandoli in un terribile destino, e costringendoli a vivere nell’oblio e nel sonno della coscienza.

2.

Abbiamo poi la Regione degli Uomini, in cui si consumano i drammi propri dell’esistenza umana.

Qui si scambiano gli arconti del tiranno Adamas per i nostri veri genitori, cadendo in ciò che nello Gnosticismo è spesso definito come Terrore.

In questa regione gli uomini vivono in uno stato di sonno della coscienza e di “non-esistenza”.

Tuttavia essi anelano al Mondo della Luce.

La speranza è che il desiderio di uscire dal loro stato penoso sia sempre maggiore sino a quando, come accadrà per Sophia, essi si metteranno in cammino verso le regioni superiori.

3.

Infine vi è la Regione del Mondo Inferiore, in cui regnano le Tenebre esteriori, di cui Gesù parlerà diffùsamente nel Libro Terzo.

Nella Pistis Sophia e in altri testi gnostici questo luogo viene detto anche Amente o Luogo in cui domina il caos.

Qui gli uomini affrontano le dolorose conseguenze derivanti dai peccati™ compiuti durante la loro vita terrena.

Come detto inizialmente, si tratta di una forma particolarmente articolata di cosmologia gnostica nella quale, da un Padre che tutto sovrasta, Dio ineffabile e inconoscibile, si scende sempre più in basso sino a giungere alle regioni in cui dominano il caos e le tenebre.

Gli uomini si collocano in un punto di questa scala in base al loro grado di contatto con la Luce, e tramite sforzi risalgono sino ad avvicinarsi sempre più al Padre Primordiale che vive nel Mondo dell’Ineffabile.

Questo modo di concepire l’infinito e l’universo interiore mostra subito un’evidente similitudine con la teoria gurdjieffiana del Raggio di Creazione, in cui vi è un Assoluto che tutto sovrasta e si scende progressivamente verso la Terra, sulla quale la vita viene resa difficile proprio dall’estrema lontananza dall’Assoluto.

Tali difficoltà sono indicate con ben 48 ordini di leggi “limitanti” a cui l’uomo cerca con i suoi sforzi di sfuggire.

Il punto più basso del raggio è rappresentato dalla Luna, in cui le leggi a cui sottostare sono addirittura novantasei.

Osservando inoltre la figura con cui abbiamo rappresentato la cosmologia descritta nella Pistis Sophia, non può sfuggire la grande somiglianza con un altro simbolo antichissimo che appartiene alla tradizione ebraica, l’Albero della Vita, in cui vi sono “sfere” con un andamento che si propaga dall’alto verso il basso in un susseguirsi di precisi contenuti.

Questa somiglianza, a un attento esame, può confermare che la cosmologia della Pistis Sophia si rifà a tradizioni precedenti e, d’altra parte, in tutto il testo appare chiara la connessione di quanto narrato con i testi dell’Antico Testamento biblico, matrice primaria di tutte le religioni monoteistiche.

 

LIBRO PRIMO

Il mondo della Pistis Sophia è surreale e fantastico.

Ora si entra in un’altra dimensione, in cui i luoghi di un tempo si incrociano con il senza-tempo proprio dell’infinito.

Il Libro Primo si apre con Gesù che, dopo essere risorto, trascorre undici anni con i discepoli durante i quali li istruisce sugli insegnamenti che riguardavano il Ventiquattresimo Mistero.

Sicuramente insegnamenti elevatissimi, tanto è vero che i discepoli credono ormai di sapere tutto.

In realtà sappiamo dalla cosmogonia della Pistis Sophia che esistono ulteriori due luoghi, ovvero le due sfere più elevate relative al Primo Spazio del Primo Mistero e allo Spazio dell’ineffabile, di cui i discepoli non sospettano nemmeno resistenza.

Ecco, quindi, che Gesù inizia a parlare di tutto ciò che sovrasta le loro attuali conoscenze, realtà spirituali del massimo grado che trovano posto nelle sfere più elevate della cosmogonia gnostica.

 

L’ascesa di Gesù e l’abito di luce

E ora, con un balzo spazio-temporale, giungiamo improvvisamente sul Monte degli Ulivi, il quindicesimo giorno della Luna, nel mese di Tibi:

il riferimento è al calendario egizio e siamo in un giorno di luna piena, simbolicamente significativo in tutte le culture antiche perché la Luna riflette

completamente la luce solare sulla Terra, con tutta la conoscenza che da esso ne deriva.

Mentre i discepoli si rallegrano perché convinti di possedere “l’interà perfezione”, Gesù siede pensieroso in disparte.

Ed ecco che «…allorché il Sole uscì per il suo corso, fu seguito da una grande forza luminosa, molto splendente, la cui luce era al di là di ogni misura» (2,2).

Gesù viene avvolto da questa forza luminosa e ascende in cielo davanti agli occhi increduli dei discepoli.

Siamo di fronte ad un avvenimento di eccezionale portata, che ci conferma che sta realmente accadendo qualcosa di importante.

E mentre per un giorno intero sulla terra hanno luogo grandi sconvolgimenti, il Maestro in cielo riceve, finalmente, l’incarico dal Primo Mistero di istruire i discepoli sulle massime verità.

Il giorno seguente, «intorno all’ora nona» (4,2), che corrisponde all’incirca alle tre del pomeriggio ed è la stessa ora in cui morì dopo essere stato crocifisso, ecco che Gesù ridiscende sulla Terra più luminoso che mai, tanto che i discepoli, abbagliati dalla luce che esso emana, nemmeno riescono a guardarlo.

L’autore ci segnala che in questo lasso di tempo è accaduto qualcosa che ha conferito al Maestro un carisma elevatissimo.

Sarà Gesù stesso a spiegare che:

«Dall’Ineffabile e dal Primo Mistero di tutti i misteri mi fu dato, infatti, il potere di parlare con voi dall’inizio sino alla pienezza, dall’interno sino all’esterno e dall’esterno sino all’interno» (5,4).

A questo punto Gesù introduce un simbolo importante in tutto lo gnosticismo:

l’abito, da tempo immemorabile sinonimo di iniziazione sul percorso spirituale.

Il “possedere l’abito” è segno distintivo della persona eletta, pronta a svolgere un determinato ministero.

Ed ecco che Gesù nel suo “soggiorno” in cielo recupera finalmente l’abito che gli apparteneva, ma che era rimasto in cielo sino al momento in cui avrebbe iniziato a «parlare col genere umano e rivelare tutto dall’inizio della verità fino al suo compimento, trattando dell’interno degli interni fino all’esterno degli esterni e dall’esterno degli esterni fino all’interno degli interni» (7,2).

L’attenzione si sposta ora sui 12 apostoli, che discendono da dodici potenze che Gesù prese dai dodici salvatori del Tesoro della Luce e, per comando del Primo Mistero, le “gettò” nel seno delle rispettive madri.

Il Maestro attesta l’origine degli apostoli, che provengono dal Regno della Luce e, come tali, sono in grado di resistere alle pressioni degli «arconti del mondo, alle sofferenze del mondo, ai loro pericoli e a tutte le persecuzioni che gli arconti dell’alto faranno venire su di voi» (7,4).

Gesù stesso narra della sua discesa in questo mondo:

trasformatosi nelle sembianze dell’Arcangelo Gabriele attraversò senza essere riconosciuto le sfere e giunse sulla terra, dove trova Elisabetta e semina in lei una forza luminosa, presa dal piccolo buon Jao, per far nascere il Battista, reincarnazione dell’anima del profeta Elia.

Poi egli stesso trova Maria, che «secondo il corpo materiale è detta mia madre» (8,1) e, apparendole nuovamente con le sembianze dell’Arcangelo Gabriele, immette in lei la forza presa da Barbelo e la forza del buon Sabaoth, dando luogo al concepimento del suo futuro corpo fisico.

In questo modo sia Gesù che gli apostoli vengono sulla terra privi dei condizionamenti degli arconti e delle influenze che rendono schiavi gli uomini.

Tutto ciò è importante per attestare la funzione di Gesù Salvatore e degli apostoli futuri salvatori del mondo.

 

Gesù sconfigge il Grande Tiranno

E siamo giunti al cap.11 :

Gesù, dopo aver indossato i suoi abiti di luce, viaggia attraverso le sfere e giunge nel Mondo degli Eòni.

Al comparire della sua presenza luminosa gli arconti degli eòni si sconvolgono e il grande tiranno Adamas, che risiede per l’appunto nella Regione di Sinistra del Mondo degli Eòni, assieme ai suoi arconti inizia a fare guerra alla Luce, ma:

«…ignoravano contro chi facevano la guerra, poiché non vedevano altro all ‘infuori della luce straordinaria» (15,2).

E l’eterna lotta fra Luce e Oscurità!

Nello gnosticismo vi è una continua guerra fra le due, in cui l’oscurità sembra avere la meglio.

In realtà così non è, e la Luce portata da Gesù rappresenta la Realtà superiore di cui gli abitanti del mondo materiale sono spesso ignari.

Il messaggio è di capitale importanza per i credenti di tutte le epoche;

come a dire che, nonostante nel mondo succedano cose terribili, vi è una Realtà superiore che vigila e segue perfettamente tutto, e che alla fine sarà la vera vincitrice.

Un messaggio di grande speranza per coloro che vivono in situazioni disagiate, colpiti da avvenimenti di grande sofferenza.

La persona che nel momento della difficoltà si ricorda di tutto questo fa un “salto di consapevolezza” simile a quello di Gesù sulla croce mentre pronuncia una delle frasi che rimarranno nella storia del cristianesimo:

«Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno» (Le 23,34).

Ma torniamo al mondo incantato della Pistis Sophia.

Gesù vince i tiranni che da tempi immemorabili affliggono le sfere degli eòni privandoli della loro forza:

«Quando, dunque, giunsi al loro luogo, mi si contrapposero e mossero guerra contro la Luce;

io tolsi un terzo della loro forza affinché non fossero più in condizione di compiere le loro cattive azioni;

il destino e la sfera, retti da essi, li ho girati e disposti in modo che per sei mesi siano rivolti e compiano i loro influssi a sinistra, e li ho disposti in modo che per altri sei mesi siano rivolti e compiano i loro influssi a destra» (16,1).

Questo passo sembra enigmatico, ma vedremo fra un attimo che, in realtà, pone questioni di grande importanza nella vita dei credenti e di tutti gli esseri umani in generale.

 

Le domande di Maria Maddalena

Siamo al cap.17 e succede una cosa nuova.

Compare uno dei personaggi portanti della narrazione che da qui in avanti si svilupperà:

Maria Maddalena, che nell’arco del testo interverrà per ben sessantasette volte, ponendo sempre questioni di grande rilevanza.

Maria riprende e amplia il tema della lotta fra Gesù e la Luce rifacendosi a un passo del profeta Isaia.

Il parallelismo fra le parole di Gesù e passi tratti dall’Antico Testamento sarà, da ora in poi, la modalità che il testo pone in essere per dare respiro e ampiezza ai contenuti, mostrando la connessione fra l’insegnamento del Salvatore e la Tradizione veterotestamentaria.

Maria chiede, quindi, se astrologi e maghi avranno ancora potere, visto che Gesù ha tolto forza alle potenze che dominano il mondo.

Per ben comprendere la domanda dobbiamo pensare che a quei tempi vi erano personaggi che tramite l’esercizio di arti divinatorie e pratiche misteriche esercitavano un grande potere sulle persone.

Senza nulla togliere a culti e rituali che avevano radici profonde, non possiamo però dimenticare che vi erano pratiche religiose che altro non erano che riti volti a esercitare una forma di controllo.

Ma ora, tramite l’azione di Gesù, astrologhi e maghi «Non avranno successo come invece lo avevano dall’inizio:

io, infatti, ho tolto un terzo della loro forza.» (20,2).

Gesù opera poi una distinzione fondamentale, distinguendo gli impostori da coloro che, invece, operano in armonia alle forze provenienti dalle sfere elevate del Tredicesimo Eòne:

«Se, dunque, invocano i misteri della magia del tredicesimo eòne avranno di certo un sicuro successo;

in conformità al comando del Primo Mistero, io non ho, infatti, tolto alcuna forza da quel luogo» (20:3).

Anche fra astrologi e maghi esistono coloro che seguono la Luce, e non possiamo non ricordare come esempio supremo i Magi d’Oriente che, osservando le stelle, previdero la nascita del futuro Salvatore.

(Mt cap.2).

La questione di astrologi, maghi, eòni e sfere posta da Maria ci dà, infine, modo di riflettere su un’altra domanda che l’uomo da sempre si pone:

esiste il libero arbitrio?

Oppure l’uomo è incatenato ad un ineluttabile e immutabile destino?

La Pistis Sophia fornisce una soluzione secondo cui chi incorpora in sé lo spirito cristico ha l’effettiva possibilità di mutare almeno in parte ciò che in principio nella sua vita poteva essere ineluttabile.

Gesù, nella sua azione in favore della Luce, toglie forza e potere ai tiranni che comandano sul mondo, rendendo maggiormente possibile agli uomini che seguono i suoi insegnamenti l’afferrare le briglie della propria vita.

Non si sarà mai completamente liberi, e sino a quando vivremo sulla Terra saremo almeno in parte soggetti alle relative leggi della materia.

Ma adottando il supremo insegnamento del Salvatore potremo dare un senso diverso e un nuovo corso alla nostra esistenza.

Il tema del destino e del libero arbitrio sarà poi ulteriormente approfondito nel Libro Terzo della Pistis Sophia.

Siamo al cap.22 e si pone in primo piano un nuovo personaggio:

Filippo, che ha l’incarico di trascrivere tutto ciò che Gesù sta dicendo, chiede al Maestro se

«…hai voltato la compattezza degli arconti, dei loro eòni, del loro destino, della loro sfera, e di tutti i loro luoghi (…) per amore della salvezza del mondo, oppure no?» (22,2).

La domanda dà modo a Gesù di chiarire definitivamente le reali motivazioni del proprio operato:

«…se non avessi girato il loro corso, una quantità di anime sarebbe stata annientata (…) le anime avrebbero avuto bisogno di molto tempo (…) si sarebbe protratto il compimento del numero delle anime perfette che, attraverso i misteri, sono state annoverate per l’eredità dall’alto, e saranno nel tesoro della luce» (23,1).

Siamo di fronte all’eterna missione di tutti i grandi Maestri:

portare un’accelerazione nel progresso spirituale degli uomini.

Gesù, massimo Maestro del Cristianesimo, porta sulla terra un insegnamento che consente di non perdersi fra le insidie di un mondo in cui regnano caos e oscurità:

come vedremo più avanti si tratta dei Misteri.

Ma come si traduce tutto ciò nel linguaggio gnostico, in cui simbolo e mito formano un tutto indissolubile?

Ecco che una nuova domanda di Maria spinge Gesù a chiarire alcuni aspetti.

Dal cap.24 al 27 il supremo Maestro parla, infatti, dell’operato nefasto degli arconti degli eòni, degli arconti del destino e di quelli della sfera, che sono le entità deputate a porre in essere l’eterno processo secondo cui gli esseri viventi, dagli animali sino agli umani, sono materialmente creati e giungono sulla terra.

Questi arconti, prima dell’opera di indebolimento di Gesù, perseveravano imperterriti nel loro compito di creare esseri viventi da cui poi traevano la loro stessa forza, succhiando loro l’energia e la Luce.

Gli arconti facevano questo «…per non essere annientati, per potere indugiare, per far passare molto tempo fino al compimento del numero delle anime perfette, che giungeranno nel tesoro della luce» (26,5).

Questo processo di “sottrazione delle forze” faceva sì che le creature viventi sulla terra non avessero mai l’energia necessaria per sottrarsi al potere dei tiranni e, epoca dopo epoca, venivano da essi divorate senza possibilità di scampo.

Ora, grazie all’azione esercitata da Gesù, che piomba fra gli arconti e ne indebolisce il potere, le anime possono godere di momenti e cicli favorevoli in cui esercitare un’azione per sottrarsi ai tiranni:

«Per amore dei miei eletti ho ridotto i tempi, altrimenti nessuna anima avrebbe potuto salvarsi» (27,7).

 

Pistis Sophia si innamora della Luce

E ora, Gesù, nel suo viaggio fra i mondi infiniti e le sfere, si dirige verso le cortine del Tredicesimo eòne che al suo arrivo si aprono magicamente.

Siamo al cap.29:

«Entrai nel Tredicesimo Eòne, al di sotto del Tredicesimo Eòne trovai Pistis Sophia tutta sola;

nessuno era con lei.

Se ne stava in quel luogo triste e malinconica perché non era stata accolta nel suo luogo superiore, nel Tredicesimo Eòne;

inoltre era triste a motivo delle sofferenze che le aveva arrecato l’Arrogante, uno dei dotati di triplice forza» (29,1).

Si entra nel vivo della vicenda di Pistis Sophia, in cui narrazione, simbolo e mito si fondono in un tutto indissolubile.

Ora più che mai occorre far ricorso alla capacità di rappresentare a livello immaginativo ciò che l’autore sta narrando.

Il testo comincia ad apparire come un’antica fiaba, in cui tutti i personaggi e gli avvenimenti hanno una loro ragione di esistere.

Ed ecco il Tredicesimo Eòne in cui vi sono Sophia, il suo compagno e altre ventidue entità che vivono in una strana condizione:

essi sono soggiogati dall’Arrogante, un’entità che domina tutto il Tredicesimo Eòne;

però al contempo sono in grado di vedere, seppure da lontano, anche le realtà superiori.

Nel Tredicesimo eòne, infatti, vi è una miscela di materia e luce che lo fa essere un luogo intermedio fra le sfere inferiori, in cui regna il caos, e le sfere superiori del Mondo della Luce.

Possiamo immaginare, quindi, questo luogo come una dimensione strana e ibrida, in cui tutto si svolge in modo subordinato a un’entità chiamata Arrogante, che vigila affinché tutti gli abitanti siano a lui sottomessi e non abbiano nessun impulso a cambiare uno stato di cose che si perpetua da sempre.

Allo stesso tempo, però, gli abitanti di questo particolare eòne sono in grado di scorgere le soprastanti Regioni della Luce.

Il Primo Mistero osserva tutto dalle sue altissime sfere e si rende conto che nel Tredicesimo Eòne la situazione è tragicamente statica:

tutto procede in modo immutabile era dopo era, e gli abitanti del luogo non possono fare niente per migliorare la propria condizione.

Allora Egli, in modo misterioso quanto irresistibile, manda un comando a Pistis Sophia con cui la spinge a sollevare lo sguardo verso i mondi superiori:

«Quando Pistis Sophia si trovava nel Tredicesimo Eòne, nel luogo di tutti i suoi fratelli, nel luogo degli invisibili, cioè delle ventiquattro emanazioni, per ordine del Primo Mistero guardò verso l ’alto:

vide la luce della cortina del Tesoro della Luce, e bramò giungere in quel luogo, ma non era in condizione di giungere in quel luogo;

smise, però, di eseguire il mistero del Tredicesimo Eòne, iniziò a lodare la luce dell ’alto, quella che aveva visto nella luce della cortina del Tesoro della Luce» (30,2).

Pistis Sophia guarda finalmente in alto e vede una luce straordinaria di cui si innamora:

da quel momento il suo unico desiderio sarà raggiungere proprio quella Luce.

Per lei non ha più senso vivere in modo vuoto e meccanico, e inizia a lodare la Luce.

L’Arrogante, capo e despota indiscusso del Tredicesimo Eòne, e tutti i suoi arconti dei regni inferiori, cominciano a odiare Pistis Sophia perché lei ha osato desiderare qualcosa che è ben al di sopra dei mondi da essi governati.

Il solo pensiero che qualcuno possa sottrarsi al loro dominio è per loro insopportabile:

essi credono di essere i padroni di tutto, e niente li fa infuriare più del fatto che vi possa essere qualcuno che regna sopra di essi.

L’Arrogante, in preda ad una grande rabbia, che altro non è che l’espressione della sua paura di perdere il potere «…emanò da sé una grande forza dall’aspetto di leone, dalla sua materia emanò una quantità di altre emanazioni materiali molto vigorose, e le inviò nei luoghi inferiori, nelle parti del caos, affinché insidiassero Pistis Sophia e le togliessero la sua forza, poiché lei aveva pensato di andare verso l’alto, al di sopra di tutti loro, aveva smesso di eseguire il suo mistero ed era invece sempre triste e bramosa della luce che aveva visto» (30,6).

 

Iniziano le vicende di Pistis Sophia

Pistis Sophia vede la grande forza di leone e la scambia per un’emanazione proveniente dai mondi del Tesoro della Luce di cui è profondamente innamorata.

Subito decide di andare giù per unirsi alla luce, pensando in questo modo di realizzare il suo obiettivo:

«Pensava:

voglio andare in quel luogo senza il mio compagno, prendere la luce e crearmi degli eòni luminosi per essere in condizione di recarmi alla luce delle luci, delle altezze.

Con questo pensiero uscì dal suo luogo, cioè dal tredicesimo eòne, e discese nel dodicesimo eòne» (31,2).

Senza indugio, quindi, esce dal Tredicesimo eòne e va in basso nei mondi inferiori:

il suo obiettivo è quello di appropriarsi della forza luminosa e con essa avvicinarsi poi ai luoghi del Tesoro della Luce.

Ma, ahimè, il suo piano non può funzionare!

Non appena giunge nel dodicesimo eòne e si avvicina alla luce per impossessarsene, questa mostra la sua vera natura:

la forza dal volto di leone e tutte le emanazioni precedentemente create dall’Arrogante la circondano imprigionandola nelle sfere inferiori.

Il suo impeto verso la Luce la porta, quindi, non solo a non migliorare la propria condizione, ma a essere ancor più sottomessa alle forze dell’Arrogante che, a sua volta, si impadronisce di tutta l’energia vitale di Pistis Sophia e diventa il grande arconte «dalla faccia di leone metà fuoco e metà tenebra, cioè Jaldabaoth, del quale più volte vi ho parlato.

Dopo questo, Sophia divenne molto debole:

quella forza luminosa dalla faccia di leone cominciò a eliminare tutte le forze luminose di Sophia;

tutte insieme le forze materiali dell’Arrogante circondarono e oppressero Sophia» (31,3-4).

Ed ecco che Gesù trova Pistis Sophia nella tragica condizione di colei che, seppur animata dall’amore per la Luce vera, si ritrova invece ancora più preda di quelle forze che tengono soggiogati gli esseri nei mondi inferiori.

Il suo amore è sincero, ma il mezzo tramite il quale lei voleva giungere alla Luce si è dimostrato fallace.

Lei credeva di poter arrivare alla luce solamente tramite le proprie forze, ma è invece caduta ancora più in basso, perché il solo modo di sconfiggere definitivamente le tenebre e andare verso la Luce è tramite l’aiuto del Salvatore Gesù Cristo, appositamente mandato dal Primo Mistero per togliere potere alle potenze che dominano il mondo e permettere, così, a tutti coloro che amano la luce di salire verso le sfere superiori.

Sophia, nella sua tragica condizione, è ora consapevole che la sua strategia non ha funzionato e si ritrova sola e priva di forze.

Non sa ancora che la sua sola possibilità di salvezza risiede proprio in un intervento da parte di Gesù.

Nel suo buio totale sa, però, che deve avere fede nella Luce, la stessa per amore della quale si è mossa portando scompiglio nel Tredicesimo eòne e nella sua stessa esistenza.

Ora più che mai lei è “pistis”, cioè fedele!

Ed ecco che comincia a invocare la Luce, pregando e dando vita alle penitenze che dal cap.32 in avanti costituiranno un capolavoro di lirismo spirituale, in uno straordinario gioco di corrispondenze con alcuni salmi dell’Antico Testamento biblico, che vengono riportati tratti dalla versione della Bibbia greca dei Settanta.

Quelle di Sophia sono anche lodi alla Luce, come attesterà lo stesso Gesù varie volte nel corso del testo.

E proprio mentre Gesù osserva inerme – non avendo ancora ricevuto alcun comando dal Primo Mistero per intervenire – Pistis Sophia innalza la prima lode-penitenza e invoca la Luce di venirle in soccorso.

Subito segue l’interpretazione di Maria Maddalena che la ricollega al Salmo 68, tradizionalmente attribuito a Davide.

Il fatto che ogni penitenza di Sophia venga “interpretata” attesta che il suo contenuto è stato compreso, assimilato e rielaborato da almeno uno dei discepoli presenti.

Inoltre il susseguirsi della sequenza penitenza-interpretazione guida i discepoli, e il lettore, in un crescendo che trasmuta l’animo e trasporta in uno stato di coscienza più elevato, divenendo pronti per assimilare gli insegnamenti sempre più alti che Gesù si appresta a impartire.

Segue una seconda penitenza, interpretata da Pietro tramite il Salmo 70;

poi una terza interpretata da Marta tramite il Salmo 69;

una quarta interpretata da Giovanni tramite il Salmo 101;

e una quinta interpretata tramite il Salmo 87 da Filippo, che con Matteo e Tommaso ha il compito di trascrivere e registrare tutti i discorsi pronunciati da Gesù.

Durante la proclamazione delle prime cinque penitenze si verificano due fatti importanti:

Pietro si scaglia contro Maria, accusandola di parlare sempre, togliendo agli altri la possibilità di esprimersi.

Secondo, Filippo, che come già detto ha il compito insieme a Matteo e Tommaso di trascrivere tutti i discorsi di Gesù per poterli trasmettere ai posteri, protesta, perché a causa di tale compito non gli è possibile parlare.

Entrambe le situazioni sono risolte in modo mirabile da Gesù, che non reprime i sentimenti aggressivi dei due discepoli tramite misure punitive, ma risolve i conflitti rafforzando il rapporto che essi hanno con lui, premiandoli e dando loro la possibilità di parlare pur ribadendo la necessità dei loro ruoli.

È questo uno degli aspetti più straordinari dello gnosticismo, in cui non vi sono punizioni, ma le comprensioni avvengono tramite la valorizzazione e il consolidamento del rapporto maestro-discepolo.

Vi è una nota quasi psicologica in tutto questo:

Pietro e Filippo sono due discepoli che, seppure per motivi diversi, si sentono trascurati ed esclusi da ciò che sta accadendo.

Gesù sa bene tutto ciò, e risolve rafforzando il rapporto, dando ai due la considerazione di cui si sentono privati.

In questo modo la soluzione porta vera pace nel gruppo dei discepoli.

 

 

Gesù offre un primo aiuto a Pistis Sophia

Ma andiamo avanti.

Siamo al cap.45 e Sophia innalza la sua Sesta penitenza, prontamente interpretata da Andrea tramite il Salmo 129;

poi la settima interpretata da Tommaso.

Gesù, a questo punto, mosso da compassione, pur non avendo ancora ricevuto alcun comando dal Primo Mistero, decide di sua spontanea iniziativa di intervenire porgendo un primo aiuto:

«Allorché Pistis Sophia pronunciò nel caos la sua settima penitenza, non mi era ancora giunto, dal Primo Mistero, il comando di liberarla e di estrarla dal caos;

ma io, spontaneamente, senza alcun comando, mosso da misericordia la condussi in un luogo più ampio, sempre nel caos.

(…) Ma allora Pistis Sophia non comprese che io sarei stato il suo aiuto, né mi conosceva affatto:

seguitava invece a lodare la Luce del Tesoro che una volta aveva visto e nella quale aveva creduto» (47,1-3).

Lei ancora non comprende che la sua salvezza verrà proprio da Gesù, e in questo vi è il suo limite, e continua a essere fedele alla Luce, per amore della quale la sua esistenza è stata completamente stravolta e in questo vi è il suo più grande merito.

E continua quindi ad invocare la Luce, oppressa ma fiduciosa, in una ottava penitenza, interpretata da Matteo tramite il Salmo 30;

segue poi la nona penitenza interpretata da Giacomo tramite il Salmo 34.

Pistis Sophia viene nuovamente oppressa dalla Forza dal volto di leone e dagli arconti emanati dall’Arrogante, ma il Primo Mistero, finalmente, esaudisce le sue preghiere e comanda a Gesù di intervenire:

«Per comando del Primo Mistero fui perciò mandato ad aiutarla segretamente (…) Sophia vide che splendevo diecimila volte più della forza dal volto di leone, che ero molto misericordioso verso di lei;

comprese che provenivo dall ‘altezza delle altezze nella cui luce essa aveva creduto fin dall ‘inizio» (52,6-8).

Sophia nota la differenza fra la luce emanata da Gesù e quella emanata dall’Arrogante che l’aveva inizialmente attirata nei mondi inferiori.

Ora sa riconoscere la vera misericordia, distingue il vero amore dalle trappole dell’Arrogante.

E pronuncia la decima penitenza, interpretata da Pietro tramite il Salmo 119, in cui si sente finalmente esaudita.

Ma il suo cammino non è ancora libero da difficoltà.

La Forza dal volto di leone, appena capisce che Sophia sta sfuggendo al suo controllo, si inferocisce ancora di più.

Ma ormai Sophia ha compreso e, nell’undicesima penitenza, interpretata da Salome tramite il Salmo 51, dichiara la sua intenzione nel non voler più sottostare alle forze del male.

Gesù si scaglia contro la Forza dal Volto di Leone, che chiede aiuto all’Arrogante, suo creatore, che gli manda altra energia per opprimere Pistis Sophia che – ora finalmente lo sa – rivolge il suo grido di aiuto a Gesù nella dodicesima penitenza, interpretata da Andrea tramite il Salmo 108;

poi rivolge un’altra penitenza ancora a Gesù, la tredicesima, interpretata da Marta tramite il Salmo 50, ed ecco che Gesù nuovamente interviene:

«Quando Pistis Sophia pronunciò quelle parole, giunse a compimento il tempo della sua estrazione dal caos.

Io stesso, senza il primo mistero, estrassi da me una forza luminosa e la diressi giù verso il caos, affinché essa estraesse Pistis Sophia dai luoghi profondi del caos dirigendola verso il luogo superiore del caos, in attesa che giungesse il comando del Primo Mistero e lei venisse così estratta integralmente dal caos.

La mia forza luminosa guidò Pistis Sophia verso i luoghi superiori del caos» (58,1-2).

Pistis Sophia innalza una lode ai luoghi superiori e a Gesù, suo salvatore, che viene interpretata da Salome tramite l’Ode di Salomone n.5:

il suo grido è talmente forte che Gesù trasforma la forza luminosa che aveva liberato Pistis Sophia in una corona luminosa intorno al suo capo

«affinché le emanazioni dell ‘Arrogante da allora in poi non potessero più impadronirsene» (59,1).

Sophia celebra la propria incoronazione con un sublime inno che la pone in simbiosi perfetta con la Luce da lei sempre desiderata:

«La Luce è divenuta corona del mio capo:

da essa non mi ritirerò, affinché non me la sottraggano le emanazioni dell’Arrogante.

Anche se si muoveranno tutte le materie io non mi muoverò.

Anche se tutte le mie materie vanno in rovina e restano nel caos – queste materie viste dalle emanazioni dell ‘Arrogante – io non andrò in rovina.

Poiché è con me la Luce, e io stessa sono con la Luce» (59,5-8).

La sua è una perfetta comunione con la Luce, con la quale è divenuta una cosa sola!

Maria, la madre di Gesù, interpreta il sublime inno con l’Ode di Salomone n.19, e al termine Gesù pronuncia parole di capitale importanza per lei e i credenti di tutti i tempi a venire:

«Da un confine all’altro (Maria) sarai proclamata beata, poiché in te dimorò il deposito del Primo Mistero e per opera di quel deposito saranno liberati tutti quelli della terra e tutti quelli dell’alto:

quel deposito è l’inizio e la fine» (59,15).

Gesù, “deposito del Primo Mistero”, così come ha liberato Pistis Sophia, libererà tutti gli uomini della terra!

 

La Grazia, la Verità e la “terza forza ”

E mentre ci avviciniamo al termine del Libro Primo, Gesù riprende la parola per spiegare ai discepoli come fu posta in essere la salvezza di Pistis Sophia.

Finalmente il Primo Mistero decreta la fine dei tormenti di Pistis Sophia.

Manda, quindi, su Gesù una grande forza luminosa che in un attimo fùlmineo lo investe donandogli un grande potere.

Ed ecco che accade qualcosa di magico, qualcosa di molto importante, che sarà oggetto della fine del Libro Primo e di tutta la prima parte del secondo:

non appena la Forza luminosa del Primo Mistero investe Gesù, da lui stesso scaturisce una seconda forza luminosa.

Le due forze luminose si uniscono e danno luogo a un terzo, unico flusso luminoso ancora più grande:

«La forza luminosa venuta dall’alto per opera del Primo Mistero discese sulla forza luminosa scaturita da me:

si incontrarono ambedue e divennero un unico flusso luminoso più grande» (60,4).

Gurdjieff, secoli dopo, parlerà di Legge del Tre, in cui una forza attiva e una passiva si fondono grazie all’intervento di una Terza Forza.

Ed è proprio grazie a questa Terza Forza che Pistis Sophia viene definitivamente tratta dal caos.

I discepoli sono estasiati, e per mostrare il loro stato d’animo l’autore del testo metterà sulla bocca di Maria Maddalena un passaggio del Salmo 84 come “soluzione” di quanto appena raccontato dal Maestro:

«Grazia e verità si sono incontrate, giustizia e pace si sono baciate.

La verità germogliò dalla terra, la giustizia guardò giù dal cielo».

Grazia e verità, pace e giustizia.

Ecco gli elementi che il Salmo mette in evidenza e che testimoniano l’avvenuto processo di cui Gesù si è reso protagonista in prima persona.

Per la Maddalena la grazia è la forza luminosa giunta dal Primo Mistero e la verità la luce sprigionatasi da Gesù.

Per Maria, madre di Gesù, la grazia è lo spirito giunto dall’alto per opera del Primo Mistero e la verità la forza di Barbelo che prese forma nel suo ventre dando un corpo materiale a Gesù.

Sarà proprio lei a raccontare uno straordinario episodio dell’infanzia di Gesù:

«Quando tu eri piccolo, prima che lo spirito venisse su di te, mentre ti trovavi in una vigna insieme a Giuseppe, dall’alto discese lo spirito, venne da me in casa mia:

essendo uguale a te io non lo riconobbi, e pensai che fossi tu.

Lo spirito mi disse:

“Dov’è mio fratello Gesù?

Desidero incontrarlo ”.

Allorché mi disse questo io rimasi imbarazzata:

pensai che fosse un fantasma venuto per tentarmi.

Lo presi e lo legai al piede del letto in casa mia per recarmi da voi in campagna, da te e da Giuseppe, nella vigna ove Giuseppe metteva i pali.

Quando tu mi hai sentito raccontare il fatto a Giuseppe te ne sei rallegrato e hai domandato:

“Dov’è?

Voglio vederlo, oppure l’aspetterò qui in questo luogo ”.

Ma Giuseppe sentite queste parole ne rimase sconvolto.

Siamo saliti insieme, siamo entrati in casa e abbiamo trovato lo spirito legato al letto:

guardavamo te e lui, riscontrando che eravate uguali.

Il legato al letto fu sciolto:

egli ti abbracciò e ti baciò;

anche tu baciasti lui e diventaste una cosa sola» (61,4-6).

Parole che emozionano e che, probabilmente, hanno fatto venire le lacrime agli occhi di generazioni di lettori.

Nel racconto di Maria, umano e divino si fondono grazie alla figura catalizzatrice di Gesù, che riunifica in sé cielo e terra, aprendo la visione su dimensioni spirituali abitate da angeli e spiriti.

Nuovamente segue Maria Maddalena, secondo cui la grazia è lo Spirito Santo ricevuto da Gesù tramite il battesimo di Giovanni e la giustizia è lo Spirito piovuto su Gesù per consentirgli di portare agli uomini i misteri dell’alto.

Maria, la madre di Gesù, si fa avanti nuovamente ed espone un’ulteriore interpretazione in cui emerge una sorta di aspetto “materno” di cui si rendono protagoniste lei ed Elisabetta:

la grazia è lo stesso Gesù che, preso da un moto di pietà per tutto il genere umano, giunge sulla terra nel corpo fisico offerto dalla madre;

la verità è invece Giovanni che prende forma umana nel corpo fisico di Elisabetta.

Le interpretazioni dei discepoli del passaggio relativo al Salmo 84 sono molto articolate, e in questo breve saggio sulla Pistis Sophia non possiamo che offrire alcuni elementi, rimandando alla lettura integrale del testo.

 

Conclusione

Siamo quindi al termine del Libro Primo, che si conclude con un tipico passaggio formulare inserito probabilmente dallo scriba del manoscritto per creare una sorta di sintesi riassuntiva che consentisse al lettore esperto di “sintonizzarsi” e meditare su quanto riportato nel testo stesso.

Ricchissima è la simbologia esposta, che ricorre alle lettere dell’alfabeto greco per delineare le fasi del percorso di liberazione dell’anima, perfettamente evocato nelle vicissitudini di Pistis Sophia.

Esaminare in modo approfondito l’intero passaggio necessiterebbe di una trattazione a sé;

ma ci preme porre in evidenza l’incipit e la prima frase:

«Questi sono i nomi che darò all’infinito:

scrivili con un segno affinché d’ora in avanti ifigli di Dio siano manifesti.

Il nome dell’immortale è:

aaa, cococo» (62,10).

Tre alpha e tre omega.

L’inizio e la fine di tutto, l’immortale trinità.

E immediatamente brillano nel firmamento del tempo senza fine le parole che l’autore dell’Apocalisse diffonde al termine della sua visione rivelatrice:

«Io sono l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine» (Ap.22,13).

 

 

LIBRO SECONDO

Libera!

È questa ora la condizione di Pistis Sophia.

Tuttavia, le sue vicissitudini sono ben lungi dall’essersi definitivamente concluse, e prima del suo trasferimento finale nel Tredicesimo Eòne ci saranno altre prove ad attenderla.

In queste prove un ruolo di primo piano lo giocheranno Michele e Gabriele, due entità angeliche a cui viene affidato un preciso compito:

«Per comando di mio Padre, il Primo Mistero che guarda dentro, chiamai giù dagli eòni Gabriele e Michele, diedi loro il flusso luminoso e li diressi giù nel caos ad aiutare Pistis Sophia a riprendere le forze luminose che le erano state tolte dalle emanazioni dell ‘Arrogante» (64,2).

Nella tradizione cristiana i due angeli simboleggiano energie luminose complementari:

Michele l’energia accecante della luce solare;

Gabriele quella dell’argentea luce lunare.

Entrambe le energie sono necessarie per compiere un reale percorso verso la liberazione definitiva, ed ecco perciò che «Gabriele e Michele diressero il flusso luminoso sul corpo materiale di Pistis Sophia instillando in esso tutte le luci che le erano state tolte» (64,4).

Pietro espone un’interpretazione di tutto ciò ricorrendo all’Ode di Salomone n.6 di cui fornisce, a sua volta, una lunga e affascinante spiegazione.

E siamo ora al cap.66.

Grazie alla forza luminosa or ora ricevuta a mezzo delle due entità angeliche, Pistis Sophia può affrontare con successo gli attacchi finali che Adamas e l’Arrogante sferreranno contro di lei.

E infatti i tormenti non tardano ad arrivare, sotto forma di precise emanazioni dell’Arrogante:

«Una prese l’aspetto di un grosso serpente, un’altra prese l’aspetto di un basilisco dalle sette teste, un’altra prese l’aspetto di un drago.» (66,3).

Oltre alla forza dall’aspetto di leone già incontrata in precedenza, ora ci troviamo di fronte ad altri tre importanti simboli:

il serpente, simbolo ricco di significati nella tradizione cristiana, che rappresenta il ciclo meccanico della vita e il bisogno, anche a costo di trasgredire, di creare le condizioni per liberarsi da tale circolo vizioso.

Il basilisco dalle sette teste, il velenosissimo serpente che allude alle sette forze che dominano l’uomo e che devono giungere a convivere in esso in modo armonico.

Anticamente queste sette forze erano spesso identificate attraverso i sette pianeti dell’astrologia antica e personificate tramite le sette principali divinità della tradizione mitologica greco-romana.

Il drago, infine, simbolo del fuoco che muove e trasmuta, dell’energia che crea e allo stesso tempo distrugge.

Il drago è il principale nemico dell’uomo che cerca la liberazione ma, al contempo, una volta addomesticato diventa un alleato di impareggiabile fedeltà.

Tutti questi nemici, queste forze contrarie, iniziano ad opprimere pesantemente Pistis Sophia.

Ma ella, ormai, ha stabilito un contatto fortissimo con la Luce e reagisce affidandosi ad essa:

«O Luce che mi hai aiutato, venga su di me la tua Luce.

Poiché tu sei il mio ombrello!

Vengo a te, a te, Luce!

Credendo in te, Luce» (66,6).

Ed ecco che subito Gesù manda nuovamente Gabriele e Michele, e un grande flusso luminoso per aiutare Pistis Sophia, sul cui capo si forma nuovamente una lucente corona.

Gesù interviene e alimenta il flusso luminoso che circonda la sua protetta.

Egli ora si definisce in prima persona primo mistero (66,12), ad attestare la sua ormai perfetta identificazione con il Padre del Tutto, il Primo Mistero che risiede al piano più alto della creazione dell’universo.

Poi trae definitivamente Pistis Sophia fuori dal caos e la guida verso le porte del Tredicesimo Eòne, al di sotto del quale si svolgerà l’atto finale delle vicende sinora narrate.

 

Gesù conduce Pistis Sophia fuori dal caos

L’autore ci offre ora un’altra delle scene plastiche di cui il testo è ricco:

Gesù, su comando del Primo Mistero, discende ancora una volta nel caos, ed esercitando il grande potere di cui è dotato sottrae alle emanazioni dell’Arrogante tutte le loro forze.

La forza col volto di leone, il serpente, il basilisco e il drago sono ora inermi e impotenti.

Pistis Sophia, affiancata da Gabriele e Michele, le due entità angeliche che le hanno restituito la Luce, osserva la scena:

davanti ai suoi occhi giacciono inermi i mostri che l’avevano oppressa.

Poi, condotta da Gesù, le calpesta ponendole sotto i propri piedi:

«Condussi Pistis Sophia fuori dal caos, mentre calpestava l’emanazione dell’arrogante dal volto di serpente, mentre calpestava l’emanazione dal volto di basilisco dalle sette teste, mentre calpestava la forza dal volto di leone e dal volto di drago» (66,15).

Giacomo commenta l’episodio di liberazione appena narrato fornendo una dettagliata spiegazione del Salmo 90.

Pistis Sophia è ora libera e pronta per l’atto finale che la vedrà pienamente reinserita nel Tredicesimo Eòne, suo legittimo e agognato luogo di appartenenza.

La sua felicità è grande, e innalza sei inni alla Luce:

il primo viene interpretato da Tommaso tramite l’Ode di Salomone n.25;

il secondo da Matteo tramite l’Ode 22;

il terzo da Maria Maddalena tramite il Salmo 29.

Il quinto, che segue subito il quarto, a cui è direttamente concatenato, viene ancora una volta interpretato da Maria Maddalena tramite il Salmo 102 e, infine, il sesto inno di Pistis Sophia viene interpretato da Andrea citando il Salmo 39.

Ognuno dei discepoli non si limita a citare il relativo salmo, ma fornisce interpretazioni frutto di un processo di assimilazione e rielaborazione dei contenuti insiti negli inni di Pistis Sophia.

La forma letteraria sin qui adottata dall’autore, incentrata sul parallelismo fra vicende di Pistis Sophia, salmi e lodi tratti dall’Antico Testamento biblico, è funzionale al processo di trasmissione dell’insegnamento da maestro ad allievo, a cui quest’ultimo partecipa in modo attivo e creativo, incoraggiato e approvato dal maestro che lo fa sentire giustamente capace e importante.

Un grande esempio di pedagogia che ci viene dal cuore del cristianesimo gnostico, e che riflette lo spirito di una trasmissione basata sul porre in evidenza le qualità dell’allievo, alimentandone l’autostima e la fiducia in se stesso.

Siamo ben lontani dalle concezioni pedagogiche incentrate sullo stigmatizzare l’errore, infliggendo punizioni all’allievo con lo scopo di “correggerlo”.

Il vero Maestro accompagna l’allievo, lo stimola, lo sostiene e lo spinge a utilizzare i suoi talenti innati sviluppandone di nuovi.

Ma sa anche quando giunge il momento di farlo andare avanti autonomamente, di farlo camminare con le sue gambe, di lasciarlo solo anche in situazioni difficili.

È una fase drammatica del processo di apprendimento, in cui l’allievo, che sino a poco prima era sostenuto da una figura che lo guidava e lo sosteneva, si sente ora abbandonato.

Le emozioni che si provano in questi momenti sono forti e comprendono grande tristezza e paura.

L’allievo viene privato della figura del maestro fisico e si trova improvvisamente a destreggiarsi nelle difficili condizioni del suo cammino spirituale:

uniche armi a sua disposizione sono gli strumenti e gli insegnamenti sinora appresi.

 

Gesù lascia sola Pistis Sophia:

l’ultimo attacco dei Tiranni

Ed è proprio questo che sta per accadere a Pistis Sophia, che sino a poco prima era aiutata da Gesù a porre sotto i suoi piedi i mostri che la opprimevano, ma ora sta per essere da lui lasciata sola:

«O Luce delle luci, tu vuoi andare dalla Luce e ritirarti da me;

ma il tiranno Adamas verrà a sapere che tu ti sei ritirato da me, verrà a sapere che il mio Liberatore non è qui.

Egli verrà nuovamente in questo luogo, lui e tutti i suoi arconti che mi odiano;

e anche l’arrogante conferirà forza alla sua emanazione dal volto di leone:

verranno tutti per opprimermi insieme, e sottrarmi tutta la mia luce, di modo eh ‘io rimanga impotente e di nuovo priva di luce»

Gesù, quindi, prima di andare, rassicura Pistis Sophia e le spiega che:

«Mio Padre, che mi ha emanato, non mi ha ancora comandato di privarli della loro luce;

tuttavia sigillerò i luoghi dell ‘arrogante e di tutti i suoi arconti che ti hanno in odio perché tu hai creduto nella luce» (75,3).

Il Padre vuole che ancora gli arconti e le emanazioni dell’Arrogante non muoiano definitivamente:

anche loro sono necessari per lo svolgimento del dramma di Pistis Sophia, perfetta allegoria del dramma esistenziale di cui sono protagoniste tutte le anime.

Tuttavia, anche se continueranno ad esistere, detti mostri non saranno più in grado di nuocere a Pistis Sophia, perché lei è ora perfettamente integrata nella Luce.

Ma i mostri torneranno, e questo il Maestro lo sa bene.

Ecco perché prima di ritirarsi spiega che arriverà un momento in cui Adamas, il grande tiranno, e l’Arrogante con i suoi arconti saranno resi definitivamente innocui.

Accadrà «quando saranno compiuti i tre tempi» (76,1):

il tre, simbolo di perfezione e compimento.

I tre tempi si compiranno «quando vedrai la porta del tesoro della grande luce aperta verso il tredicesimo eòne» (76,3), e «Quando quella porta sarà aperta se ne accorgeranno quanti si trovano in tutti gli eòni, in conseguenza della grande luce che ci sarà in tutti i loro luoghi» (76,4).

È il momento in cui l’anima dell’iniziato esplode in un mare di luce propria.

Gesù quindi si ritira.

Ora Pistis Sophia è sola e, come previsto, Adamas e i suoi le sferrano un attacco di inaudita violenza.

Gli oppressori ormai sono mossi dalla disperazione di coloro che sanno di non poter più vincere e giocano il tutto per tutto:

«Esasperato (Adamas) aggiunse collera a collera;

emanò un ’emanazione tenebrosa, e un ‘altra caotica, cattiva, per tormentare con esse Pistis Sophia» (77,4).

Pistis Sophia invoca nuovamente aiuto.

È spaventata, terrorizzata dalla violenza di Adamas e i suoi mostri.

Adamas ha addirittura creato un nuovo luogo oscuro in cui vorrebbe rinchiudere Pistis Sophia dopo averla fatta prigioniera, e ora la insegue per catturarla e portarla nella prigione per essa costruita.

La scena è terribilmente dinamica nella sua drammaticità.

Pistis Sophia si volta indietro e vede che i suoi inseguitori non demordono.

In un impeto di disperazione fa una cosa che tutti, nei momenti di estrema difficoltà, abbiamo fatto:

prova a discutere con i nemici, sperando di dissuaderli dal continuare ad opprimerla:

«Perché mi inseguite dicendo che per me non c ‘è aiuto, che essa (la Luce) non mi libera da voi?

Ma la Luce è un giudice forte e giusto, sebbene sia longanime fino al tempo a proposito del quale mi disse “Verrò ad aiutarti!”» (79,2-3)

Ma i nemici non demordono e a lei non rimane altro che affidarsi per l’ultima volta a un potere superiore, alla Luce che tanto ama.

Siamo al cap.81 e la narrazione di Gesù si interrompe.

«Gesù, dunque, terminò di narrare ai suoi discepoli tutti gli eventi accaduti a Pistis Sophia» (81,1).

Ma improvvisamente ecco che Gesù riprende la parola:

una ripresa prevedibile e inaspettata allo stesso tempo.

Gesù, finalmente, guida Pistis Sophia nel tredicesimo eòne, e benché la sua luce «sorpassava ogni misura» (81,2)

non viene riconosciuto dagli abitanti del luogo, che invece notano subito la ritrovata compagna.

Come una persona che torna da fantastiche avventure, Pistis Sophia inizia a raccontare ai suoi compagni le sue vicissitudini lodando la figura del Salvatore Gesù, il Cristo, il Salvatore, il Maestro dei Maestri:

«Quando Sophia vide i suoi compagni, gli invisibili, ne provò grande gioia e si rallegrò;

volle annunziare loro le meraviglie che avevo compiuto in lei giù sulla terra dell’umanità fino a quando la liberai» (81,3).

Nell’ultima delle visioni che l’autore ci propone, possiamo immaginare Pistis Sophia nel Tredicesimo Eòne, attorniata dai suoi fratelli e compagni, i Ventiquattro invisibili, mentre si produce in un grande ringraziamento a Gesù, il Liberatore.

Sarà Filippo, tramite il Salmo 106, a interpretare il ringraziamento quale epilogo del lungo racconto della sua liberazione.

 

Gesù interrogato dai discepoli

Siamo al cap.83.

La forma letteraria cambia:

fino ad ora vi era un Gesù che esponeva il racconto di Pistis Sophia.

I discepoli ascoltavano, trascrivevano e commentavano facendo citazioni tratte da salmi e lodi dell’Antico Testamento.

Ora tutto cambia:

pur rimanendo nella suggestiva ambientazione che caratterizza il testo, l’autore procede adottando la formula della domanda e risposta, in cui il Maestro Gesù viene interrogato dai discepoli.

Ma prima di entrare nel merito di questioni che necessitano di approfondimenti e ulteriori riflessioni, l’autore della Pistis Sophia si preoccupa di sottolineare che quanto segue è molto importante ai fini di una reale comprensione delle tematiche di ordine spirituale e trascendente che stanno a cuore dei credenti innamorati del cristianesimo.

Maria Maddalena, ancora una volta, incarna lo spirito dei discepoli e sottolinea che «Noi, infatti, non interroghiamo alla maniera con cui interrogano gli uomini del mondo:

interroghiamo con la conoscenza dell ‘alto che tu ci hai elargito, interroghiamo con quel tipo eccellente di interrogazione che ci hai insegnato affinché, interrogando, ci atteniamo a esso» (83,3).

Gesù, dal canto suo, assicura a Maria e agli altri discepoli la sua disponibilità e felicità nel rispondere a tutte le questioni che gli saranno poste:

«Domanda quello che vuoi e te lo svelerò con franchezza e diligenza» (83,4).

Ecco un’altra perla che l’autore della Pistis Sophia offre ai suoi lettori:

la possibilità di immedesimarsi totalmente nei discepoli che, ai piedi di Gesù, massimo Salvatore del Cristianesimo, pongono domande e ricevono risposte dalla Fonte più alta possibile.

Inizia quindi una lunga serie di domande e relative risposte.

Le questioni sono molte e, per cominciare, vertono su punti focali della cosmologia gnostica, a cui la Pistis Sophia si ispira.

I discepoli sono rimasti colpiti dalle figure che popolano l’universo fantastico e simbolico descritto da Gesù e vorrebbero capire meglio come esse sono fatte, cercando un corrispondente della loro grandezza e della loro bellezza nel mondo materiale.

Nella narrazione delle vicende di Pistis Sophia, d’altra parte, per ogni episodio narrato essi trovavano sempre un parallelismo o una corrispondenza simbolico-sapienziale in un salmo o altro scritto religioso che, tramite un processo di rappresentazione, rendesse più chiaro quello che stava accadendo.

Anche questa è una precisa metodologia che porta ad apprendere un determinato elemento paragonandolo a un altro, rielaborandone così forma e contenuto.

Ma in questa prima serie di domande e di risposte, che inizia al cap.83 e terminerà alla fine del Libro Secondo, succede un qualcosa di molto di-verso:

i discepoli pongono domande a Gesù sui Ventiquattro Invisibili, sui Salvatori del Tesoro della Luce, sui Custodi dei vari Luoghi dell’Alto, e altre figure cercando un paragone tangibile con cui rappresentarli, ma la risposta del Maestro risulta diversa da quanto ci si potrebbe aspettare:

«Che cosa c ’è in questo mondo simile ad essi, qual luogo in questo mondo è paragonabile a loro?

A che cosa, dunque, li paragonerò, che cosa dirò a loro riguardo?

In questo mondo non c ’è, infatti, nulla che ad essi si possa paragonare, non esiste cosa alcuna comparabile ad essi.

In questo mondo non esiste nulla che abbia lo stato naturale del cielo» (84,1).

Cosa sta succedendo?

Forse il Maestro non vuole deliberatamente rispondere?

O effettivamente non ci sono termini di paragone terreni per dipingere le Regioni dell’Alto?

Sicuramente le realtà su cui i discepoli stanno ponendo le domande non possono essere descritte tramite immagini o similitudini, ma possono solo essere conosciute per esperienza diretta.

Ed è proprio questo che Gesù propone:

una conoscenza diretta di tutto ciò che implica una condizione dell’esistenza terrena in unione con un’esistenza celeste:

«Sicché, Maria, non essendovi in questo mondo cosa alcuna, né luce né forma, paragonabile ai Ventiquattro Invisibili di modo che io possa istituire un confronto con essi, di qui a un poco condurrò te, i tuoi fratelli e i discepoli tuoi compagni in tutti i luoghi dell’alto.» (84,4).

Rispondendo alla domanda della Maddalena sui Ventiquattro Invisibili il Maestro annuncia di condurre i discepoli nei luoghi su cui essi stanno facendo domande.

Quale modo migliore per conoscere una cosa se non giungendovi in prima persona?

Ma ci sono aspetti ancora più importanti che l’autore sta per presentare al lettore della Pistis Sophia, aspetti che rappresentano punti cardine del pensiero gnostico.

L’incipit arriva, ancora una volta, da una osservazione della Maddalena su una delle più celebri e conosciute frasi che la letteratura cristiana propone:

«…a proposito, dunque, di questa parola tu, mio Signore hai detto una volta:

“I primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno primi ”, cioè “gli ultimi” sono l’intero genere umano il quale entrerà nel Regno della Luce prima di tutti quelli del luogo dell ‘alto, che sono i primi» (84:1).

Maria ha colto un aspetto basilare e Gesù è favorevolmente sorpreso dell’acume della discepola, definendola «pneumatica e pura» (87:3).

Quando un essere umano abbraccia l’insegnamento e accoglie in sé i misteri dell’ineffabile diventa più grande di tutte le entità che popolano le Regioni dell’Alto.

L’uomo è al primo posto nei disegni del Dio che caratterizza il pensiero gnostico.

Un Dio che pone l’essere umano innanzi a tutto, persino prima delle stesse creature che per la loro grandezza non possono essere descritte da idee o paragoni tratti dal mondo materiale.

Ecco il messaggio supremo che il Salvatore Gesù annuncia grazie a questa serie di domande dei discepoli.

Accogliere il Mistero dell’ineffabile, accogliere l’insegnamento che da Esso direttamente arriva tramite il suo Altissimo Messaggero Gesù, uomo e dio allo stesso tempo in cui umano e divino si sono perfettamente incontrati.

Fondersi con l’insegnamento di Cristo tramite un processo identificativo e imitativo, fino a trasformarci nell’Essere Supremo che è tutt’uno col Padre:

«Di nuovo chiaramente:

Io sono la conoscenza del tutto» (97:3).

Se Gesù è uno col Padre, nel momento in cui l’uomo diventa uno con Gesù diventa anche uno con il Padre:

ecco il sillogismo aristotelico che emerge in modo sempre più chiaro dalle pagine di questa seconda parte del Libro Secondo, e che è anche il punto fondamentale di tutto il Cristianesimo:

«Io sono la Via, la Verità e la Vita.

Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me.

Se avete conosciuto me conoscerete anche il Padre mio» (Gv 14:6-7).

 

 

Il Mistero dell ‘Ineffabile

L’uomo che riceve il Mistero dell’ineffabile, quindi, riceve in esso tutto quanto esiste nell’Universo e domina su tutti gli Ordini, essendo quello dell’ineffabile il più elevato dei luoghi.

Ma di cosa stiamo parlando esattamente?

Cos’è il Mistero dell’ineffabile?

Siccome, come già detto, non ci sono parole per descriverlo, il Salvatore si lancia in una lunga elencazione usando precise formule letterarie:

«Quel Mistero sa perché sono sorte le tenebre, e perché è sorta la luce» (91:10).

La formula “Quel mistero sa.” ci conduce in un viaggio in cui si tenta di sondare proprio il Mistero dell’ineffabile dandone una prima formulazione.

Ma l’autore della Pistis Sophia

sa che sarebbe fallimentare basare un simile passaggio su un processo esclusivamente intellettivo, per cui inserisce nei vari punti dell’elenco elementi fra di loro opposti e contrapposti, provocando nel lettore una reazione che annulla il processo razionale in favore di un coinvolgimento emotivo e intuitivo.

Ogni elemento e il suo opposto sono come il polo positivo e il polo negativo di un magnete che si annullano a vicenda, portando la mente del lettore a una situazione di equilibrio centrale.

Un procedimento del tutto simile lo possiamo trovare in un altro scritto gnostico, “Il tuono, Mente Perfetta ”, in cui la lettura si snoda fra elementi opposti facendo apparire il testo del tutto irrazionale:

«Io sono la prima e l’ultima.

Io sono l’onorata e le disprezzata.

Io sono la prostituta e la santa.

Io sono la sposa e la vergine.

Io sono la madre e la figlia.»

Grazie a queste apparenti contraddizioni la mente del lettore si placa e cede il passo a una comprensione basata sull’intuizione e, soprattutto, sull’ispirazione.

L’Elenco è lunghissimo, da 91:10 alla fine del capitolo 95.

Sarebbe impossibile, quindi, descriverlo interamente in questo breve saggio;

ci sembra, tuttavia, doveroso citarne alcuni versi che ci hanno particolarmente colpito:

«Quel mistero sa perché è sorto il peccato e perché è sorta la purezza.

Quel mistero sa perché è sorta la forza e perché è sorta la debolezza»

(91:14).

«Quel Mistero sa perché è sorta la crudeltà e perché è sorta la misericordia.

Quel mistero sa perché è sorto il tramonto e perché è sorta l’eterna eternità» (92:2).

In tutto il percorso delineato, Gesù non manca di esortare i discepoli ad essere desti e a utilizzare la forza di percezione della Luce, ovvero rinunciando a una comprensione superficiale in favore delle percezioni che nascono da uno stato di coscienza profondo, ben diverso da quello ordinario.

Tutto ciò non è facile e i discepoli ben presto si scoraggiano:

«Udite queste parole di Gesù, i discepoli si scoraggiarono e smisero di ascoltare» (94:1).

Sarà nuovamente Maria Maddalena che si farà portavoce dei confratelli, mettendone in evidenza il disagio.

I discepoli, infatti, pensano di non poter più comprendere le parole del Maestro, tanto esse sono elevate.

E un passaggio chiaramente voluto dall’autore della Pistis Sophia per presentare un nuovo importante contenuto.

 

Essere introdotti al Mistero dell ‘Ineffabile

Come si può essere introdotti al Mistero dell’ineffabile?

Come ci si può avvicinare a una realtà tanto elevata?

Ecco l’indicazione e la soluzione del Salvatore:

«Quel Mistero è vostro, e di ognuno di coloro che vi ascolterà, rinunciando a tutto questo mondo e a tutta la materia che è in esso, rinunciando a tutti i cattivi pensieri che sono in esso, rinunciando a tutte le sollecitazioni di questo eòne.

Or dunque, vi dico che per chiunque rinuncerà a tutto questo mondo e a quanto si trova in esso, e si assoggetterà alla Divinità, quel mistero sarà più facile di tutti i misteri del Regno della Luce, sarà compreso prima di tutti, sarà più semplice di tutti» (95:1-2).

Sicuramente questo è uno dei passaggi più importanti del Libro Secondo:

rinunciare al mondo e a tutto quanto si trova in esso!

La “ricetta” per accedere al Mistero dell’ineffabile, che è anche la sfera del Primo Mistero, sembra semplice.

Ma, in realtà, nei discepoli di tutti i tempi una simile affermazione ha aperto sempre molte questioni:

cosa vuol dire rinunciare al mondo?

Forse isolarsi e dedicarsi a una vita da eremita?

Oppure fare grandi rinunce sino a penalizzare fortemente tutto ciò che nella vita vi è di materiale?

Rinunciare ai piaceri in favore di tutto ciò che ci porta in una dimensione “introspettiva”?

A ben riflettere le interpretazioni potrebbero essere molte, tuttavia gli autentici Maestri di ogni epoca risolvono subito il problema:

occorre affrancarsi dai sensi e dalla mente, ed entrare in sé attraverso quella che lo stesso Gesù ha chiamato la porta stretta.

In questo modo si può accedere a una dimensione trascendente ed è possibile continuare a vivere nel mondo pur non essendovi prigionieri.

La vita stessa di Gesù, così come ci è stata tramandata dai vangeli e dalle fonti apocrife a nostra disposizione, è essa stessa un esempio di come rinunciare al mondo pur dovendo necessariamente vivere in esso, di come trovare un equilibrio fra i momenti di mistica comunione e le inevitabili situazioni in cui si è soggetti alle attività materiali della vita;

di come godere di tutto quello che il mondo ci mette a disposizione senza per questo perdersi nella dissolutezza e nell’empietà.

Un uomo che vive cercando di porre in essere queste modalità

«…è un uomo che si trova nel mondo, ma è un re nella Luce;

è un uomo che si trova nel mondo, ma non è uno del mondo.

In verità vi dico:

quell’uomo sono io, e io sono quell’uomo» (96:13).

Il cristiano gnostico, così come qualunque persona spirituale, si ricorda costantemente che questo mondo è parte di una realtà temporanea, e che egli in esso è solo in transito.

Egli si ricorda della propria vera origine, del fatto che pur vivendo nella materia occorre preservare più possibile una propria dimensione interiore.

Salvare la propria essenza profonda, ovvero la parte più fragile e reale di sé.

Non svendersi alle circostanze, non farsi trascinare dalla corrente impetuosa degli avvenimenti esterni.

Mentre si vivono le esperienze della vita materiale rimanere connessi al ricordo della propria vera natura, al ricordo del fatto che proveniamo da una Realtà più grande e che ad Essa torneremo.

Un uomo che tenta con tutte le sue forze di vivere con questa modalità

«…è un uomo che si trova nel mondo, ma dominerà con me nel mio Regno» (96:12).

 

La fusione con il Cristo e l’immortalità dell’anima

Chiunque abbia provato a “vivere nel mondo rinunciando ad esso” sa quanto sia difficile conseguire un simile risultato.

Per riuscire in questo intento tutti i cammini spirituali hanno da sempre fornito validi strumenti.

Il cristianesimo ha come “strumento” principale la stessa figura di Gesù, il simbolo archetipico che egli rappresenta, il suo insegnamento basato sul vero amore, la fisionomia di un maestro terreno che salva i suoi devoti da una condizione di oblio e di sonno della coscienza.

Il cristiano si avvicina alla figura di Gesù studiandone la vita e l’insegnamento.

Ma per colui che non si è potuto sedere ai piedi di Gesù, ben presto, questa “conoscenza” si trasferisce su un altro piano:

il piano della ricerca di un Maestro vivente a cui affidarsi, che introduca il discepolo all’esperienza diretta della Luce di cui si innamorò Sophia.

Un Maestro vivente segue il discepolo sia sul piano materiale che su quello spirituale, esattamente come fece Gesù con Sophia.

Grazie al Maestro vivente il discepolo di ogni epoca e luogo, infine, si fonderà con il Dio Ineffabile nel supremo rituale che gli Gnostici definivano come il Mistero della Camera Nuziale:

«In verità vi dico:

quegli uomini sono io, e io sono essi» (96:15).

L’essere umano che si fonde con ciò che il Cristo rappresenta incarna anche la straordinaria caratteristica di non essere più soggetto alla morte, intendendo, ovviamente, la morte dell’anima.

Egli risorge costantemente, e l’autore della Pistis Sophia, che ama le visioni e gli aspetti mitologici del classicismo e del credo cristiano, utilizza un’immagine molto bella per descrivere tale condizione dell’uomo cristico:

«Colui che accoglierà l’unica parola del Mistero del quale vi ho parlato, allorché uscirà dal corpo della materia degli arconti e verranno i Ricevitori Erinnici – i quali sciolgono tutte le anime che escono dal corpo — verranno, dunque, i Ricevitori Erinnici per scioglierla dalla materia degli Arconti.

Ma quando i Ricevitori Erinnici scioglieranno un’anima che accolse quest’unico Mistero dell’ineffabile,

del quale vi ho parlato ora, non appena l’avranno sciolta dal corpo della materia, quest ‘anima, in mezzo a quei ricevitori diverrà un grande flusso luminoso» (96:7).

L’autore propone una visione in cui un uomo muore e la sua anima si “scioglie”, cioè si svincola dal corpo fisico.

I Ricevitori Erinnici sono pronti per prenderla e condurla nei luoghi degli inferi in cui vi sono i tormenti che deve patire, in base a ciò che gli deriva dai risultati del suo vissuto.

Ma se l’uomo in questione, mentre era in vita, ha accolto il Mistero dell’ineffabile, la sua anima appena svincolata dal corpo diventerà un flusso luminoso che i ricevitori Erinnici non potranno afferrare per portarla nel regno degli inferi.

Così come Gesù morto sulla croce non va nel regno dei morti, ma risuscita ad una vita splendente, allo stesso modo il discepolo che si è fuso col Cristo non muore, ma risuscita a una vita eterna.

 

Conclusione

Il Libro Secondo termina con una domanda del discepolo Andrea, che non comprende come possa accadere che un uomo che vive nella materia possa, una volta abbandonato il corpo fisico, compiere il viaggio straordinario sino alle Sfere Superiori ed «…ereditare il Regno della Luce» (100:2).

E Gesù, che per la prima volta nella Pistis Sophia viene dipinto con un at-teggiamento poco adirato, come a dare enfasi a una questione che ormai è definitivamente chiarita, risponde in modo preciso affermando che sia gli uomini che tutte le creature dei mondi dell’Alto provengono «da un ‘unica e identica pasta» (100:3).

Prima di chiudere il Libro Secondo, l’autore della Pistis Sophia desidera ribadire che gli uomini sono della stessa sostanza del Dio Ineffabile da cui l’intera creazione è stata tratta.

Anche l’uomo fu tratto da questa unica “pasta”, e da lì cominciò il suo cammino in cerca di una dimensione di luminosità, consapevolezza di sé e purezza del proprio essere.

 

LIBRO TERZO

Sino a ora l’autore della Pistis Sophia ha esposto contenuti di straordinaria ricchezza in quella che possiamo sicuramente definire come un’opera monumentale all’intemo del panorama dei testi gnostici.

Il Libro Terzo non fa eccezione e presenta tutta una serie di risposte su temi fondamentali per ogni essere umano che, almeno una volta nella vita, si sia posto questioni di carattere interiore o esistenziale.

Questo libro tratta, infatti, dell’Aldilà.

E fornisce tutta una serie di risposte su questioni che riguardano l’uomo nel suo eterno porsi di fronte alla morte e a tutto ciò che, presumibilmente, accadrà prima e dopo questo delicato momento dell’esistenza dell’anima.

Il tema è trattato con una completezza e un approfondimento tali da lasciare impressionati anche coloro che sono abituati a confrontarsi con i massimi testi sull’argomento.

L’impostazione è quella tipica dello gnosticismo alla cui corrente di pensiero la Pistis Sophia si attiene, ma si può certamente costatare che le conclusioni a cui si giunge presentano forti analogie con quanto esposto sull’argomento anche da altre tradizioni religiose orientali e occidentali.

Il Libro Terzo, che porta in calce il titolo “Parte dei dialoghi del Salvatore”, è molto lungo e segue un percorso che, riallacciandosi al libro precedente, si snoda in precise tappe grazie alle domande che i discepoli pongono a Gesù.

Maria Maddalena pone la maggior parte delle domande e fornisce importanti riflessioni e commenti, presentandosi così come principale interlocutore del Maestro;

tuttavia in tutto il testo viene sempre fatta percepire in modo tangibile la presenza degli altri discepoli.

 

La diffusione dell’insegnamento e il conferimento dei Misteri

«Gesù proseguì il discorso dicendo ai suoi discepoli:

“Quando sarò andato alla Luce, annunziate a tutto il mondo, dicendo a tutti:

giorno e notte non desistete dal cercare, non arrestatevi, fino a tanto che abbiate trovato i misteri del Regno della Luce che vi purificheranno, vi renderanno luce pura, e vi guideranno al Regno della Luce”» (102:1).

Con queste parole inizia la trattazione, che si riallaccia alla fine del Libro Secondo, in cui vi è un filo invisibile che lega i massimi insegnamenti del cristianesimo gnostico in un unico grande corpo organico.

Il messaggio di andare e diffondere l’insegnamento viene proclamato a chiare note da Gesù come un punto fondamentale.

Il discepolo dovrebbe sempre dare ciò che ha ricevuto, e in questo “passaggio” avviene un processo che accelera la sua stessa crescita spirituale.

Egli sente la responsabilità di essere depositario di qualcosa di realmente importante e cerca di trasmettere quanto ricevuto con una metodologia che varia a seconda dei luoghi, dei momenti e delle peculiarità di coloro a cui insegna.

Ma nel cristianesimo gnostico non si tratta solo di trasmettere insegnamenti, ma di provocare in colui che “riceve” reali mutamenti a seguito di esperienze che si vivono in prima persona.

Ecco perché si parla di misteri, riferendosi non solo a un corpus di contenuti teosofici e teologici, ma anche e soprattutto a una serie di esperienze indotte che portano a vivere momenti di trasformazione.

I misteri comprendono, infatti, insegnamenti nel senso classico del termine, ma anche riti iniziatici che in altri testi gnostici vengono definiti sacramenti e che provocano nell’allievo un cambiamento di stato del proprio essere.

In tutto il Libro Terzo il tema è molto sentito, e numerose volte si parlerà di coloro che hanno ricevuto i Misteri in contrapposizione a coloro che, invece, per varie cause, durante la propria vita non li hanno ricevuti.

Ma, prima di entrare specificatamente nell’argomento, ecco che tornano le esortazioni nello stile tipico che l’Autore della Pistis Sophia ha già presentato nel libro precedente:

«Dite loro:

rinunziate a tutto il mondo, a tutta la materia che è in esso, a tutte le sue sollecitazioni, a tutti i peccati….» (102:2).

Torna il tema della rinuncia al mondo materiale tramite la ripetuta esortazione «rinunciate»:

la rinuncia al mondo è la condizione necessaria al poter ricevere i Misteri.

In questi passaggi sembra che il Salvatore entri nello specifico portando il tema della rinuncia su un terreno più concreto rispetto a quanto fatto nel precedente libro.

Da un punto di vista più interiore si tratta di diminuire sempre più le energie e l’attenzione dal mondo materiale per destinarle al mondo interiore.

Un progressivo ritirare l’attenzione dall’esterno in favore dell’interno;

il concentrare le proprie energie verso il proprio centro.

Ecco, quindi, che compiere delle “rinunce” è il passo necessario che porta anche il più grande peccatore ad accedere ai Misteri:

«A costoro, dunque, che hanno compiuto queste rinunce, date i Misteri della Luce e non nascondeteli a loro in modo assoluto, anche se sono peccatori e sono incorsi in tutti i misfatti dei quali vi ho parlato.

Perciò una volta vi dissi:

”Non sono venuto per chiamare i giusti”.

I Misteri, infatti, sono il dono del Primo Mistero per cancellare i peccati e i misfatti di tutti i peccatori» (102:47-48).

Il testo ci presenta una questione fondamentale:

anche se si è il più grande dei peccatori, nel momento in cui si dà prova della propria volontà di pre-

ferire il mondo dello spirito al mondo della materia, allora scatta il perdono e l’accesso ai Misteri, assolutamente necessari per accedere alle dimensioni della Luce perché «…è impossibile condurre anime alla Luce, se non hanno i Misteri del Regno della Luce» (103:4).

Il punto è di particolare importanza, tanto è vero che Giovanni chiede se persino a «un uomo completo in ogni misfatto» ma che si pente gli vadano perdonati i suoi peccati e ridati i Misteri fino a sette volte.

La risposta fa parte di uno dei contenuti che ritroviamo anche in altri testi evangelici:

«Perdonategli fino a molte volte sette, e ogni volta dategli i Misteri dall’inizio» (104:6).

È il cuore del cristianesimo:

il perdonare ripetutamente e senza indugio.

 

Chi costringe gli uomini a peccare?

Ma da dove nasce questa particolare concezione del peccato e del relativo perdono?

L’uomo che “pecca” lo fa perché è “cattivo”?

Quali sono le cause che spingono gli esseri umani a comportamenti aberranti e scorretti?

A queste domande la Pistis Sophia dà risposte precise, e lo fa servendosi di simboli e concetti che diventano come esseri animati aventi vita propria.

Un linguaggio dal sapore arcaico ma che, a ben vedere, conferma visioni e concezioni sulla natura dell’essere umano che trovano corrispondenza in insegnamenti di epoche più vicine alla nostra, sino ad abbracciare tesi proprie delle moderne scienze psicologiche.

Niente di nuovo, quindi, ma allo stesso tempo grandi rivelazioni.

Ecco quindi che l’Autore della Pistis Sofia mette sulle labbra della Maddalena una domanda che racchiude in sé un intero mondo di contenuti e implicazioni:

«Chi costringe gli uomini a peccare?» (111:5).

La spiegazione del Salvatore ci riporta in una dimensione fisica e psichica relativa al momento della nascita e, conseguentemente, dell’infanzia:

«Quando nasce un bambino, debole è la sua forza, debole la sua anima, debole lo spirito d’opposizione:

in una parola i tre sono deboli e nessuno di essi percepisce cosa alcuna, buona o cattiva che sia, a motivo del grave peso dell’incapacità di conoscere» (111:6).

Siamo di fronte a una creatura appena nata che è potenzialmente pura.

Ma per crescere «si nutre con i cibi del mondo degli arconti» (111:6) che fanno maturare solo in parte la forza l’anima, mentre molto nutrono lo spirito d’opposizione, creando una condizione in cui il bambino si trova sempre più incapace di seguire la Luce:

«Assegnato all’anima, egli (lo Spirito d’opposizione) le è nemico e le fa compiere ogni male e ogni peccato (…) inoltre se di notte o di giorno lei (l’anima) vuole riposare egli la scuote con i sogni e le passioni del mondo e la spinge a bramare ogni cosa del mondo;

in una parola, (lo spirito d’opposizione) l’incita verso tutte quelle cose che gli arconti gli hanno ordinato:

è ostile all’anima e le fa compiere quanto a lei non piace» (111:9).

Lo spirito d’opposizione sarebbe, quindi, il vero responsabile dei peccati, dei misfatti e delle mancanze dell’uomo, che agisce sotto la sua spinta, incapace di contrastarlo.

In realtà Gesù spiegherà più avanti che detto spirito è paragonabile a un «calice dell’oblio» (131:5) che ha come scopo quello di tenere l’anima in uno stato di semi-incoscienza, in cui vi è una percezione falsata della realtà, in cui nulla di nuovo può succedere e in cui ogni tentativo di risveglio dal suo torpore viene bloccato sul nascere.

Lo spirito d’opposizione è l’elemento che tiene l’anima nella dimenticanza del suo vero scopo, della sua vera origine, delle sue reali possibilità di cambiare la propria condizione esistenziale.

A chi conosce il sistema di Gurdjieff appare subito l’analogia fra detto “spirito” e l’organo kundabuffer, che porta l’uomo a vivere in una condizione di meccanicità e sonno della coscienza.

Non sorprende, quindi, che un simile essere, che diffìcilmente può essere definito “umano” nel senso più elevato del termine, si produca in modo del tutto inconsapevole in azioni orrende e deplorevoli, che danneggiano se stesso e gli altri.

Ma se ciò accade non è perché l’uomo è “cattivo”, ma perché la sua condizione non gli consente di rendersi conto di ciò che realmente sta facendo.

Soprattutto non va dimenticato che in ognuno è sempre presente la forza, che è stata sin dalla nascita innestata ma è rimasta al momento sottosviluppata.

Facendo appello a questa forza l’uomo può innescare in sé un processo di graduale risveglio.

Tutti gli uomini sono, quindi, potenzialmente in grado di risvegliarsi, anche se si sono macchiati dei peggiori peccati.

Ecco perché nel Cristianesimo chiunque, senza eccezioni, è degno di perdono e può mutare la propria condizione esistenziale.

Il solo venire a conoscenza di tutto ciò porta nel credente una ventata di amore che lo ricongiunge immedietamente a una realtà più elevata, a cui da sempre appartiene, ma di cui si era completamente dimenticato.

L’anima vive quindi continuamente “tirata” da un lato dalla forza, che la spinge verso la Luce, e dall’altro lato dallo spirito d’opposizione, che con maggiore energia la costringe all’oblio e, conseguentemente, al peccato.

E trascorre tutta la sua esistenza materiale sino a quando arriva al momento della morte.

Ed ecco che l’autore della Pistis Sophia introduce un altro elemento:

l’ora fatale, che viene assegnata all’anima al momento della nascita:

«Quando ha compimento il numero dei mesi per la nascita del bambino, il bambino viene partorito:

piccola è in lui la miscela della forza, piccola è in lui l’anima, piccolo è in lui lo spirito d’opposizione.

Grande è invece l’ora fatale (…) essa accompagna l’anima, il corpo e lo spirito d’opposizione fino all’uscita dell’anima dal corpo a motivo del genere di morte col quale lo ucciderà in conformità della morte assegnatagli dagli arconti del grande destino (…) Questo è il compito dell’ora fatale.

Non ha altro compito all’infuori di questo.

L’ora fatale accompagna ogni uomo fino al giorno della sua morte» (132,26-28).

L’ora fatale è, quindi, una sorta di destino a cui è soggetto l’essere umano.

Nella Pistis Sophia, come per tutti gli elementi importanti, non si tratta solo di una sorta di marchio che contrassegna l’anima, ma di una entità intelligente che si unisce al neonato dai primi istanti della nascita e che lo accompagnerà per tutta la vita, determinandone il momento in cui la sua vita avrà termine.

Si tratta fondamentalmente di ciò che comunemente viene definito destino.

La vita dell’uomo sarebbe quindi totalmente predeterminata?

In origine sì, ma esiste anche una via d’uscita, un modo per liberarsi entro il tempo assegnato:

«Per questo, dunque, ora ho portato nel mondo la chiave dei misteri:

per sciogliere i peccatori che crederanno in me e mi ascolteranno;

per scioglierli dai vincoli e dai sigilli degli eòni degli arconti;

per unirli ai sigilli, agli abiti e agli ordini della Luce» (133,3).

 

 

L’anima, la morte e l’aldilà

Ma torniamo al cap 111, in cui è descritto il viaggio dell’anima nell’aldilà dopo la morte:

«Quando, dunque, giunge a compimento il tempo di quell’uomo, esce per prima l’ora fatale e, per mezzo degli arconti (…conduce l’uomo alla morte.

Vengono poi i ricevitori erinnici:

traggono l’anima fuori dal corpo e trascorrono con quell’anima tre giorni trasportandola in tutti i luoghi e inviandola in tutti gli eòni del mondo;

la seguono lo spirito d’opposizione e l’ora fatale, mentre la forza ritorna alla vergine luce.

Dopo i tre giorni, i ricevitori erinnici conducono quell’anima giù nell’Amente del caos (…) allorché l’anima avrà terminato di subire, nel caos, i castighi meritati in proporzione dei peccati commessi, lo spirito di opposizione la condurrà sulla via degli arconti di mezzo (…) compiuto per quell’anima il tempo dei castighi secondo il giudizio degli arconti di mezzo lo spirito d’opposizione la porterà davanti alla luce del sole conforme al comando del primo uomo, Jeu:

la porterà davanti al giudice, davanti alla vergine luce (…) la vergine luce sigilla quell’anima, e la consegna a uno dei suoi ricevitori e la fa gettare in un corpo degno dei peccati da lei commessi.

In verità vi dico:

lei non rilascerà quell’anima libera dalle trasformazioni del corpo fino a quando non avrà terminato il suo ultimo ciclo in base ai suoi meriti» (111,10-14).

Il testo può risultare duro e richiamare memorie di castighi e tormenti infernali, ma è nostra opinione che non sia questa la lettura corretta.

Semplicemente viene descritto il viaggio dell’anima dopo la morte, sino a quando non tornerà nel mondo con un nuovo corpo fisico per poter continuare a vivere il bagaglio di esperienze necessario al proprio progresso spirituale.

È interessante notare il periodo di tre giorni che l’anima trascorre fuori dal corpo in compagnia dei ricevitori erinnici, che l’avevano “prelevata” al momento della morte.

Una sorta di “anticamera” che ancora oggi ritroviamo perfino nelle nostre tradizioni popolari, in cui è previsto un tempo di tre giorni prima che il defunto venga sepolto, e che durante questo lasso di tempo siano per lui recitate preghiere e celebrata una funzione religiosa.

Tutto ciò per facilitare la persona appena deceduta a lasciare definitivamente questa dimensione, e iniziare il cammino che lo porterà in quelli che la Pistis Sophia definisce l’Amente e i luoghi del caos.

Indubbiamente stiamo parlando di luoghi non piacevoli in cui stare;

non si dovrebbe, tuttavia, pensare a situazioni in cui si patiscono pene eterne, ma semplicemente a contesti in cui l’anima può finalmente vedere da un corretto punto di vista ciò che le appartiene.

Ciò è necessario affinché l’anima si renda conto di cosa realmente ha compiuto nella vita appena trascorsa, e di cosa ora è necessario “mettere in programma” per poter continuare il proprio cammino.

Quando ciò finalmente avviene non c’è più motivo di trattenersi nell’Amente e l’anima viene portata davanti agli arconti di mezzo, che dialogano con lei e le insegnano cose nuove che le servono per andare avanti.

La letteratura esoterica parla spesso di dimensioni ultraterrene e mondi astrali in cui le anime soggiornano in attesa di incarnarsi nuovamente, imparando, spesso con fatica e sofferenza, nuove lezioni.

Infine l’anima viene portata di fronte a Jeu, massimo sovrintendente alle regioni della luce, che la immergerà in un bagno di luce rigenerando in lei la forza necessaria per affrontare il ritorno nel mondo della materia con un nuovo corpo.

La speranza è che la forza luminosa, con cui l’anima ridiscenderà nel mondo, non si faccia annichilire e che essa non dimentichi gli obiettivi da conseguire.

Purtroppo nella maggioranza dei casi ciò non avviene, e l’anima torna a essere in balìa dello spirito di opposizione e a commettere

azioni che nel nostro testo vengono definite peccati, ovvero azioni che la allontaneranno dagli obiettivi che si era prefissa prima di ridiscendere sulla terra.

Ma l’amore che lega il Primo Mistero, l’ineffabile, alle sue creature è talmente alto da offrire sempre un’altra possibilità per giungere al raggiungimento delle proprie mète spirituali, sino a quando arriverà il momento in cui l’anima sarà sufficientemente matura da seguire con sicurezza la missione a lei assegnata prima della discesa nella materia.

Ed ecco, infatti, che il Salvatore prosegue descrivendo una simile auspicabile condizione:

«Se invece un’anima non ha seguito lo spirito di opposizione in tutte le sue azioni, ma è diventata buona, ha accolto i misteri della luce che sono nel secondo spazio oppure nel terzo spazio, allorché giunge il tempo dell’uscita di quell’anima dal corpo, lo spirito d’opposizione e l’ora fatale seguono quell’anima sulla via che la conduce in alto.

Ma prima che si allontani verso l’alto, essa (l’anima) pronuncia il mistero che scioglie i sigilli e tutti i vincoli dello spirito di opposizione con i quali gli arconti lo avvinsero all’anima (…) in quell’istante lei, tutta splendente, diventa un grande flusso luminoso, e i ricevitori erinnici che l’avevano condotta fuori dal corpo, avranno paura della luce di quell’anima e cadranno al suo cospetto.

In quell’istante quell’anima diventerà un grande flusso luminoso, diventerà completamente un’ala luminosa, attraverserà tutti i luoghi degli arconti e tutti gli ordini della luce fino a raggiungere il luogo del suo regno, fino a quello del quale ella ha ricevuto i misteri» (112,1-4).

L’anima che ha vissuto in armonia con il piano a lei assegnato diventa un grande flusso luminoso:

come un fulmineo raggio di luce attraversa tutti i luoghi del caos e giunge nel luogo luminoso corrispondente al suo grado spirituale.

Ma l’autore della Pistis Sophia tiene a precisare che chiunque entri nel cuore dell’insegnamento del Salvatore è comunque in grado di compiere il viaggio verso i regni della luce, e presenta il terzo caso di un’anima che durante la vita nella materia riceva i misteri ma poi ricominci a peccare, tornando quindi indietro.

Ebbene, il Salvatore dice chiaramente che anche in questo caso l’anima, nonostante abbia nuovamente peccato, è in grado di far valere i misteri ricevuti, e dopo la morte non sarà in balìa dell’ora fatale e dello spirito di opposizione, ma sarà lei ad avere potere su di essi e «i ricevitori di quell’anima la condurranno alla vergine luce» che «segna quell’anima con il sigillo, i ricevitori della luce battezzano quell’anima, le danno il crisma spirituale (…) tutti quelli del luogo del tesoro della luce la segnano con i loro sigilli, ed essa entra del luogo dell’eredità» (112,12-14).

I risultati conseguiti nel percorso spirituale sono, quindi, sempre validi e rimangono per sempre come meriti acquisiti.

Tutto quanto detto dal Salvatore in questi importanti e affascinanti passaggi giunge al lettore della Pistis Sophia con una forza e una chiarezza espositiva che solo un testo che attinge ad antiche conoscenze può trasmettere.

Ma il lettore attento non mancherà di porsi una domanda:

Serve veramente sapere cosa succederà dopo?

Che certezza ho di quanto succederà se non quando effettivamente accadrà?

È nostra opinione che quanto esposto Sull’Aldilà, sia dalla Pistis Sophia che da altri autorevoli testi, abbia effettivamente un’utilità, perché apre la mente dell’uomo su questioni che allargano molto il modo di porsi di fronte alla propria esistenza.

Ma pensiamo anche che non bisognerebbe cadere nell’errore di concentrare troppo l’attenzione su un Aldilà, ma mantenere una limpida percezione di cosa siamo e facciamo nel qui ed ora, durante questa esistenza materiale, unica cosa di cui abbiamo effettiva certezza.

È nel momento presente che possiamo sperimentare l’amore di un Infinito che sembra aver creato un intero universo affinché le creature viventi possano fare esperienza di uno stato di divinità che dimora in essi e che va palesato.

 

Gesù, massimo terapeuta

Perché gli esseri umani si “perdono” o, come si dice nel nostro testo, “peccano”?

La risposta può risiedere nella spirale che vede il compiere azioni che arrecano sofferenza a noi stessi e ad altri esseri.

Tutti siamo vittime di abusi e violenze quotidianamente perpetrate persino da coloro che ci sono più vicino e che dovrebbero proteggerci.

Dalla notte dei tempi ci sono uomini che arrecano danno ad altri uomini che, a loro volta, giudicheranno legittimo e normale arrecare sofferenze ad altri ancora.

Il tutto in una linea di trasmissione della sofferenza che si tramanda da generazione in generazione, da genitori a figli, da uomo a uomo e da donna a donna.

Da dove nasce l’incapacità di amare?

Probabilmente dal fatto che nessuno ha mostrato come si ama.

Ma ecco che arriva Gesù e cambia lo stato delle cose:

quando qualcuno ci fa un torto Gesù non ci spinge a rifarlo alla persona che ci ha danneggiati o, addirittura, come spesso avviene, a qualcun altro più debole di noi.

Lui ci suggerisce di fermarsi, di vedere cosa c’è dentro di noi, di osservare qual è il danno che realmente abbiamo ricevuto.

E molto spesso non è un danno del corpo o del nostro portafogli, ma un danno dell’anima, che si può riparare solo con l’aiuto di un vero “terapeuta”.

Gesù è il massimo terapeuta, e la maggior parte degli episodi della sua vita che le scritture ci hanno trasmesso sono relativi proprio a sue operazioni di guarigione su soggetti bistrattati e abusati, deboli, ammalati, disabili ed emarginati.

Egli stimola la capacità di guarigione del soggetto stesso:

«La tua fede ti ha guarito».

E ripristina nell’anima della persona la capacità di amare, persa da tempo in un passato fatto di mille vite, in cui ha provato ad amare ma è ricaduta nello stesso problema di sempre.

Gesù spinge l’uomo a perdonare se stesso, a non avvelenarsi la vita a causa dei fallimenti e delle proprie incapacità che hanno reso amara l’esistenza, creando rabbie e frustrazioni che ci spingono poi a comportamenti violenti o autolesionisti.

Ecco il processo simboleggiato dalle numerose guarigioni e dagli spettacolari miracoli operati dal Gesù storico, ma che il cristiano di ogni tempo può sperimentare grazie alla presenza di un Cristo sempre presente, immagine perfetta di un Padre Ineffabile e Infinito.

 

Il mistero dei battesimi

Nel cristianesimo esiste un sacramento, un mistero, che simboleggia più di ogni altro l’inizio di un reale processo di guarigione interiore:

il battesimo.

Nel Libro Terzo l’argomento viene affrontato a partire dal cap.115, e sarà nuovamente la Maddalena a porre la questione:

«Or dunque, mio Signore, i misteri dei battesimi cancellano i peccati, che sono nelle mani dei ministri erinnici, di modo che siano dimenticati?» (115,1).

Ed ecco la risposta del Salvatore:

«Se uno, dunque, riceve i misteri dei battesimi, il suo mistero diventerà un fuoco grande, molto intenso e saggio, brucerà i peccati, penetrerà nel segreto dell ‘anima, consumerà tutti i peccati che lo spirito d’opposizione aveva legato a lei;

allorché ha terminato di purificarla da tutti i peccati che lo spirito di opposizione aveva legato a lei, (il fuoco) di nascosto entra nel corpo, di nascosto perseguita tutti i persecutori e li separa, a fianco del lato del corpo;

esso, infatti, perseguita lo spirito d’opposizione, l’ora fatale e il corpo, mentre separa da un ‘altra parte l’anima e la forza.

Il mistero del battesimo resta nel mezzo delle due parti, separandole costantemente l’una dall’altra per renderle pulite e pure affinché non siano contaminate dalla materia» (115,5-6).

Nei capitoli precedenti abbiamo visto come l’essere umano sia costantemente preso nella morsa di due serie di elementi che lo accompagnano costantemente durante il suo cammino sulla terra:

da un lato vi sono elementi “positivi”, che sono la forza e l’anima;

dall’altro vi sono lo spirito d’opposizione, il corpo materiale e, infine, l’ora fatale.

Tramite il battesimo è possibile operare una prima operazione per cui, tramite una forza di provenienza straordinaria simboleggiata dal fuoco, si crea una divisione fra questi due ordini di elementi, consentendo all’essere umano di liberarsi di pesanti fardelli e acquisire maggiore purezza per poter camminare più velocemente sulla via spirituale.

È interessante notare che nel passaggio 115,5 Gesù parla di battesimi al plurale.

Ciò non dovrebbe meravigliare, dato che nella tradizione cristiana il battesimo non è solo quello comunemente inteso per immersione nell’acqua, ma vi sono anche un battesimo nell’aria e un battesimo nel fuoco:

«Ben ti battezzo io con acqua, in vista del ravvedimento, ma colui che viene dietro di me è più forte di me, ed io non sono degno di portargli i calzari.

Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e col fuoco.

Egli ha il suo ventilabro in mano e monderà interamente l’aia sua, e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma arderà la pula con fuoco inestinguibile» (Mt 3,11-13).

In questo passaggio del vangelo di Matteo, Giovanni Battista attesta l’esistenza di un battesimo nell’aria – ovvero lo Spirito Santo – tramite il ventilabro, usato per togliere dal grano le scorie e le impurità.

Sul piano simbolico si tratta di purificare l’anima dalle componenti che le impediscono di proseguire rettamente sulla via spirituale che, a loro volta, saranno poi bruciate tramite un terzo battesimo col fùoco.

Vi sarà, infine, un battesimo nella terra, che simboleggia la morte fisica e la conseguente rinascita di cui la morte e resurrezione di Gesù sono simboli universali.

Questo intero processo appartiene da sempre alla tradizione cristiana, e nella Pistis Sophia viene descritto utilizzando i simboli a cui il testo ci ha ormai introdotti.

Il battesimo tiene separate componenti distinte che da un lato frenano l’anima;

dall’altro le danno forza.

In questo processo di separazione vi è una vera remissione dei peccati, che la Maddalena interpreta tramite due note parabole presenti nel Vangelo di Luca:

«Io sono venuto a gettare fuoco sulla terra» (Le 12,49);

«Ho un battesimo per battezzare con esso, e come sopporterò fino a che sia compiuto?

Credete voi che io sia venuto a gettare pace sulla terra?

No, sono venuto a gettare divisione.

Infatti, d’ora in poi cinque saranno in una casa:

tre saranno divisi contro due, e due contro tre» (Le 12,50-52).

Nell’interpretazione della Maddalena, totalmente approvata da Gesù, che la appella “pneumatica e luce genuina” (116,5), i due sono la forza e l’anima, i tre lo spirito d’opposizione, il corpo fisico e l’ora fatale.

Tramite il mistero dei battesimi l’uomo può cominciare a fare ordine in sé, a liberarsi delie componenti che lo opprimono e ad alleggerire il proprio essere per poter camminare verso il Regno della Luce.

 

Le tenebre esteriori

Dal cap.117 in avanti si continua a trattare dei peccati e della loro remissione tramite i Misteri.

L’autore della Pistis Sophia approfondisce altri aspetti relativi a quali misteri dare a peccatori penitenti e a peccatori impenitenti.

Leggendo questa parte del Libro Terzo si ha come l’impressione di un cambiamento di linguaggio, che assume toni più duri a causa del fatto che si parla diffusamente di peccati, peccatori, meriti e demeriti.

Ma al cap.126, grazie a una nuova interrogazione della Maddalena, ecco che viene introdotto un tema che apre una nuova prospettiva su quanto appena detto da Gesù:

« “Di che genere sono le tenebre esteriori, o meglio, quanti luoghi di punizione ci sono in esse?

” Gesù rispose a Maria:

“Le tenebre esteriori sono un grande drago con la coda in bocca, sono fuori dal mondo e circondano tutto il mondo.

Dentro di esse, i luoghi di condanna sono molti:

dodici sono le terribili camere di tormenti, in ogni camera c’è un arconte, e l’aspetto di ogni arconte è diverso l’uno dall’altro ”» (126,1-2).

Segue, a questo punto, un elenco delle dodici camere dei tormenti, ognuna delle quali presieduta da un arconte di cui il testo fornisce un simbolo relativo al mondo animale e un nome legato alla concezione esoterica della tradizione gnostica egiziana.

Il drago con la coda in bocca e il numero dodici ci fa pensare a una sorta di “zodiaco dei tormenti” in cui le anime maggiormente peccatrici vengono condotte.

Le tenebre esteriori sono, quindi, un luogo terribile dipinto con la forma di un drago con la sua stessa coda in bocca.

In esse che, come abbiamo detto, sono collocate nella sfera più bassa della cosmologia della Pistis Sophia, vengono condotte le anime che si macchiano dei peggiori peccati.

La descrizione che ne viene data è quella di un luogo terribile in cui imperversano freddo, grandine e tempeste di fuoco.

Ma, soprattutto, le anime che vi vengono condotte «resteranno eternamente prive di esistenza» (127,6).

Ed è proprio questo “non avere esistenza” che arreca la peggior sofferenza a chi si trova in questo luogo.

Le tenebre esteriori sono una dimensione che imprigiona e priva le anime della capacità di “essere”:

questo è il loro aspetto più terribile.

In esse si entra attraverso altrettante dodici porte, ognuna delle quali corrisponde a determinate tipologie di peccati.

Ecco come il Salvatore stesso chiarisce la questione:

«Non ogni anima è condotta nel drago attraverso queste porte, ma soltanto le anime dei bestemmiatori, di coloro che si trovano nell’errore, di tutti coloro che insegnano l’errore (…) degli omicidi (….) di tutti coloro che, mentre sono in vita, non provano alcun pentimento, bensì proseguono nel loro peccato» (127,2).

Si tratta in sostanza delle anime che commettono peccati della peggiore specie, che a quei tempi venivano molto condannati a livello sociale e religioso.

L’Autore tende a chiarire senza ombra di dubbio che per tali anime i tormenti saranno terribili:

« “I castighi di quel drago sono, allora, più terribili di tutti i castighi dei giudizi?”

Il Salvatore rispose a Maria:

“Non solo sono più terribili di tutti i castighi dei giudizi, ma tutte le anime condotte in quel luogo saranno annientate dall’intensità del freddo e dalla grandine, e dalla straordinaria violenza del fuoco di quel luogo”» (127,5-6).

Castighi, punizioni, draghi che tormentano le anime:

dopo passaggi in cui emerge l’amore incondizionato del Dio Ineffabile per le sue creature, leggere di simili tormenti lascia noi poveri lettori senza fiato.

Dov’è finita l’eterna Luce di perdono e accettazione che caratterizza il cristianesimo?

Anche i discepoli che sono seduti intorno a Gesù sembrano essere atterriti e spaventati, tanto è vero che cominciano a chiedersi come fare per migliorare la condizione di simili anime e salvarle da tali mostruosi tormenti.

C’è una soluzione?

Si può fare qualcosa persino per coloro che cadono imprigionati in simili tenebre esteriori?

Ecco che nuovamente Maria Maddalena porrà la questione al Maestro:

«Mio Signore, se un uomo buono ha portato a compimento tutti i misteri, ma ha un parente o semplicemente un altro uomo il quale è empio, ha commesso tutti i peccati che sono meritevoli delle tenebre esteriori, e non ha provato alcun pentimento, oppure, nelle trasformazioni del corpo, ha terminato il suo numero di cicli (…) che cosa dobbiamo fare per lui, per salvarlo dai castighi del drago delle tenebre esteriori e (…) diventi buono, vada in alto ed erediti il regno della luce?» (128,3).

La domanda di Maria riguarda due categorie precise di uomini:

coloro che si sono resi peccatori dei peggiori misfatti;

e coloro che sono tornati sulla terra un numero talmente elevato di volte che ormai è difficile pensare che possano operare un reale cambiamento.

Si tratta, in sostanza, di anime che potrebbero essere definite “senza speranza” o addirittura “irrecuperabili”.

Ma ecco che il Salvatore, dopo pagine di toni aspri e giudizi severi, dà finalmente una risposta che riporta la discussione sul terreno della speranza e del perdono:

«Or dunque, se desiderate trasferirli dalle tenebre esteriori e da tutti i castighi in un corpo giusto, nel quale l’anima trovi i misteri della luce, sicché vada in alto ed erediti il regno della luce, eseguite l’unico mistero dell’ineffabile il quale perdona i peccati di ogni tempo» (128,5).

Anche per le anime più “difficili” c’è speranza!

I discepoli ora sono sicuri del fatto che tramite la preghiera, l’intercessione e la misericordia è possibile salvare chiunque.

Queste azioni, tuttavia, hanno bisogno di appropriate condizioni per essere poste in essere, e soprattutto del conferimento di appropriati misteri.

Questi ultimi sono l’oggetto principale che l’autore della Pistis Sophia tende continuamente a riproporre ai suoi lettori.

I misteri sono il cuore dell’insegnamento del cristianesimo gnostico egizio-alessandrino a cui questo testo appartiene.

Tramite essi si entra nei luoghi in cui è possibile vedere la realtà di se stessi, incontrare i propri mostri e le proprie parti luminose.

Tramite i battesimi, luce e tenebre possono finalmente essere distinte e il discepolo può cominciare a fare sempre più appello alle proprie parti luminose, che nel nostro testo vengono chiamate la forza.

Ma anche le parti oscure giocano un ruolo fondamentale nel divino gioco dell’esistenza, e come tali non vanno scartate e nemmeno messe a tacere, ma integrate in un processo che vede l’amore come principale strumento.

Fino a quando, un giorno, si accederà al mistero del Primo Spazio dell’ineffabile, che in altri testi gnostici viene definito la camera nuziale, in cui il credente si unisce in modo indissolubile al proprio Cristo interiore.

Di fronte a questo mistero qualunque tipologia di anima, anche la più oscura, viene riammessa nei Regni della Luce, esattamente come accadde a Saulo che da massimo persecutore dei cristiani, al contatto con un Cristo spirituale che gli apparve sulla via di Damasco, divenne il Paolo apostolo che con i suoi viaggi ha gettato le basi per la diffusione del cristianesimo in numerose parti del mondo antico.

 

Il vero Padre e la vera Madre

A volte nei testi che contengono profonde verità vengono dette cose importanti in poche righe, come se queste non avessero bisogno di molte parole.

È questo il caso di quanto presentato al cap.132, in cui Gesù parla a proposito di un tema che appare anche in altri testi gnostici:

«Mio Signore, se i nostri genitori sono gli arconti, com ‘è che nella legge di Mosé sta scritto:

“Colui che abbandonerà suo padre e sua madre deve morire?”

In proposito la legge non ha forse parlato così?» (132:l).

E Salome’ che pone la domanda a Gesù, che dalle pagine precedenti descrive in modo sempre più approfondito l’operato di arconti che creano materialmente gli esseri viventi ma poi li imprigionano in una rete fatta di oblio e non-esistenza.

Da questo punto di vista gli arconti potrebbero essere ritenuti una sorta di genitori, proprio perché essi sono i creatori materiali degli uomini.

D’altra parte la questione nasconde implicazioni ben più grandi, visto che anche i genitori biologici, seppure in modo inconsapevole, tramite un’errata educazione possono portare valori sbagliati, che allontanano i figli dal loro retto cammino di vita.

Gli arconti potrebbero, in questo caso, essere anche una metafora dei genitori carnali.

Appare, quindi, del tutto pertinente la domanda di Salome che, giustamente, nota una sottile contraddizione fra quanto sta dicendo il Salvatore e la norma riportata nella Legge mosaica, per la cui trasgressione, fra l’altro, era persino prevista la morte!

Ma ecco che, prima ancora che il Salvatore risponda, interviene subito la Maddalena:

….or dunque, sorella mia Salome, la legge non ha detto questo a proposito dell’anima, né a proposito del corpo, né a proposito dello spirito d’opposizione, poiché tutti costoro sono figli degli arconti e derivano da essi;

invece ha detto questo a proposito della forza proveniente dal Salvatore, e a proposito dell’uomo luminoso che oggi è dentro di noi.

La legge ha detto pure:

“chiunque resterà fuori del Salvatore e di tutti i suoi misteri, cioè i suoi genitori, non solo deve morire, ma andrà in rovina totale”» (132,4).

La Maddalena interpreta liberamente quanto riportato nella norma della Legge, un’interpretazione perfettamente in linea con quanto professato nel cristianesimo gnostico, secondo cui i veri genitori dell’uomo non sono i genitori biologici, tanto meno gli effettivi creatori della realtà materiale (gli arconti), ma il Padre e la Madre celesti, Re e Regina delle Regioni dello Spirito, padre e madre reali degli esseri umani che, di conseguenza, sono discendenti di una stirpe regale.

Nell’Inno alla Perla, testo gnostico-siriaco facente parte degli Atti di Tommaso (seconda metà del III secolo), è descritto il viaggio di un’anima che viene inviata nel mondo della materia dai propri genitori “celesti” per compiere una missione.

Una volta immersa nelle difficoltà della vita terrena, essa si dimenticherà dei propri propositi e si perderà;

ma ecco che il Padre e la Madre celesti, il Re e la Regina che dal cielo seguono con apprensione le vicissitudini della loro creatura, mandano dei messaggeri che risvegliano l’anima dallo stato di dimenticanza, in modo che possa portare a termine la propria missione.

Nella Pistis Sophia il Padre e la Madre celesti sono identificati con «la forza proveniente dal Salvatore», che nelle pagine precedenti era la Forza che si contrapponeva allo spirito d’opposizione.

Essere figli di questa forza equivale e non perdersi e a non soccombere ai falsi genitori, arconti o genitori biologici che siano:

ecco perché la Maddalena afferma che chi abbandona questa forza «andrà in rovina totale».

Il ricordarsi di essere discendenti di una stirpe regale è un tema importante perché consente all’uomo di non cadere preda di forze oscure che lo tengono imprigionato nelle catene dell’oblio e del sonno della coscienza.

L’uomo è figlio di una Realtà celeste, che sta ben più in alto, dalla quale proviene e alla quale sta tornando tramite grandi sforzi che, come nel caso di Sophia, saranno sicuramente premiati!

 

Sfuggire a un destino di morte

«Maria domandò:

“Dunque, a tutti gli uomini che sono del mondo accadrà quanto per essi è stato determinato dal destino, sia che si tratti di bene oppure di male, di peccato, di morte, di vita?

In una parola:

deve loro accadere tutto ciò che è stato determinato dagli arconti del destino?”» (133,1).

Nel cap.133 viene ripresentato, questa volta in modo esplicito, il problema dell’ineluttabilità del destino, tema questo che ha da sempre attirato l’attenzione di mistici, filosofi e pensatori di tutte le epoche.

Il cristianesimo gnostico fornisce una risposta chiara al problema:

«Il Salvatore rispose e disse a Maria:

“In verità vi dico:

tutto ciò che è stato determinato dal destino, sia che si tratti di tutto bene o di tutto peccato, in breve, tutto quanto per ognuno è stato determinato, gli accadrà È per questo che ora ho portato la chiave dei misteri del Regno dei Cieli, altrimenti nel mondo non si salverebbe nessuna carne, sia che si tratti di un giusto o di un peccatore ”» (133,2-3).

La risposta è chiara:

tutti gli uomini sono legati a dei vincoli che la materia impone.

La vita di ciascuno è in qualche misura predeterminata ma, tramite l’acquisizione dei Misteri del Regno dei Cieli è possibile non essere più vittime di un destino prestabilito.

 

Conclusione di Maria Maddalena

Abbiamo già avuto modo di osservare che il Libro Terzo è molto lungo e ricco di contenuti, che sarebbe impossibile esporre nella loro totalità in queste poche pagine.

La nostra speranza è che siano emersi i messaggi fondamentali che l’Au- tore della Pistis Sophia intendeva diffondere, in modo che il lettore possa intuire cosa e dove approfondire tramite una propria lettura del testo.

Vorremmo, infine, terminare con la stessa frase conclusiva che, ancora una volta, Maria Maddalena pronuncia al termine di questa “Parte dei dialoghi del Salvatore”, come recita il titolo posto, come si usava anticamente, al termine del testo:

«Maria proseguì e disse al Salvatore:

“Mio Signore, ecco che abbiamo riconosciuto apertamente, con precisione e chiarezza, che tu hai portato la chiave dei misteri del Regno della Luce, che rimettono i peccati alle anime, le purificano, le trasformano in luce genuina e le guidano alla luce”» (135,8).

 

 

LIBRO QUARTO

Nei primi tre libri della Pistis Sophia vi era Gesù che, sul Monte degli Ulivi, dopo essere asceso, torna avvolto nel suo abito di luce per istruire i discepoli sulle più alte verità.

Come abbiamo visto gran parte delle narrazioni riguardano le straordinarie vicende di Pistis Sophia, a cui seguono una lunga serie di interrogazioni dei discepoli e relative risposte con cui il Maestro approfondisce numerosi aspetti del cristianesimo gnostico, importanti sia per i cristiani di ogni tempo, sia per tutti gli esseri umani che si pongono domande profonde ed esistenziali.

Ma ecco che nel Libro Quarto abbiamo un cambio di scenario.

Il linguaggio si fa più ermetico e l’Autore si serve in maggior misura di simboli numerici, nomi legati alla tradizione esoterica egizia ed elementi tratti dai miti classici greci.

La collocazione temporale, che prima era relativa al dodicesimo anno dopo la resurrezione di Gesù, ora è posta nel terzo giorno dopo la resurrezione.

L’ambientazione è mutevole, visionaria ed eterea.

Gesù stesso viene a volte nominato con l’appellativo di Aberamentho, nome composto dalla radice ebraica abyr in unione con il greco Hermes e il sethiano Toth:

ne risulta un termine che potremmo definire come “massimo sacerdote del Dio Altissimo”.

Ecco perché alcuni studiosi ritengono che questo quarto libro, che purtroppo presenta numerose lacune nel manoscritto, sia stato aggiunto in un secondo momento al corpus dell’opera, e che abbia persino una datazione leggermente anteriore al resto del testo.

Ma, al di là delle considerazioni di carattere filologico, questa ultima parte della Pistis Sophia possiede un innegabile fascino e, come tutti gli scritti realmente “ispirati”, trasporta il lettore in un mondo in cui le dimensioni del misticismo cristiano si svelano in tutta la loro bellezza e imponenza.

 

Gesù separa i mondi

Ecco che i discepoli si rivolgono al Maestro supplicandolo:

«Signore nostro, abbi misericordia di noi giacché abbiamo abbandonato padre, madre,

tutto il mondo, e ti abbiamo seguito» (136,1).

I discepoli sono nella condizione di coloro che, per amore della Luce, hanno abbandonato la loro vita materiale, con tutto quello che essa comportava a livello sociale e familiare.

Un abbandono totale della loro condizione umana per votarsi completamente alla ricerca spirituale.

Essi si trovano nell’angoscia di coloro che non hanno più niente della loro vecchia vita e nemmeno hanno ancora raggiunto ciò che cercavano.

Si sentono come orfani del mondo e, come tali, si rivolgono al Salvatore Gesù chiedendogli di pregare il «Padre di ogni paternità delle cose infinite» (136,5) affinché li ammetta nelle Regioni del Tesoro della Luce.

Quella dei discepoli è la stessa condizione in cui si trovava Pistis Sophia quando abbandonò il suo luogo d’origine per intraprendere il viaggio verso la Luce, ed è anche la stessa condizione di tutti coloro che in ogni epoca compiono una scelta coraggiosa che li porterà ad abbandonare la loro vecchia vita per iniziare a percorrere una via spirituale.

Ecco che Gesù prega il Padre, e le sue preghiere otterranno l’apertura di un nuovo scenario:

«Tutti misteri degli arconti, le potestà, gli angeli, gli arcangeli, tutte le potenze, tutte le cose del Dio invisibile (…) si pongano da un lato e si separino sulla destra.

(…) I cieli andarono verso occidente (…) del disco solare e del disco lunare» (136,6-7).

L’intero universo, nella sua immensa totalità, si separa in due:

in un lato vi si pongono tutte le realtà spirituali e le cose del Dio invisibile;

dall’altro tutto ciò che comprende il mondo materiale, con i cieli, le montagne e i mari.

Al centro vi sono Gesù e i discepoli che, comprensibilmente stupiti, domandano:

« “Che luogo è questo nel quale ci troviamo?”.

Gesù rispose:

“Sono i luoghi della via di mezzo”» (136,9).

 

Gesù e discepoli nei Luoghi della Via di Mezzo

Inizia uno straordinario viaggio in una regione che viene descritta da molte delle tradizioni spirituali di ogni tempo e luogo, e anche da molte narrazioni mitologiche di antiche civiltà:

la Terra di Mezzo.

Anche noi che oggi leggiamo questo testo, che ancora conserva il linguaggio e i simboli di tempi antichissimi, veniamo trasportati in una dimensione magica in cui viaggiamo in compagnia della figura che più di ogni altra ci è vicino:

il Salvatore Gesù.

La sicurezza e la fiducia che da Lui provengono sono le condizioni migliori per abbandonarsi a un viaggio straordinario nei paesaggi delle infinite Realtà celesti.

Cos’è esattamente la Regione di Mezzo?

Lo gnosticismo di matrice classica-egiziana, al quale l’intera Pistis Sophia attinge, fornisce una propria descrizione di come nasce tale regione.

Per meglio comprendere ciò che segue è utile ripercorrere una precisa fase della cosmogonia gnostica, di cui abbiamo già trattato nella parte iniziale, relativa a quando gli arconti si ribellarono ai loro stessi creatori e cominciarono ad agire per proprio conto, moltiplicandosi e diventando sempre più numerosi per acquisire potere sul mondo e sulle creature che lo abitavano.

Nella cosmogonia della Pistis Sophia vi è una particolare “sfera” che si situa a metà fra il Mondo degli Eòni e il Mondo della Luce Pura.

Questa sfera in origine era dominata da due entità, due fratelli:

Sabaoth Adamas, con al suo servizio sei potenti arconti, e Jabraoth, con al suo servizio altri sei potenti arconti.

I due fratelli, con i rispettivi arconti ad essi sottoposti, si occuparono di creare per conto del Padre Ineffabile tutto il mondo materiale, con le sue creature e forme di vita, ma poi ritennero di poter agire autonomamente e si ribellarono al volere dell’Altissimo.

Da quel momento loro azioni, essendo prive della sapiente direzione del Padre, dettero luogo a risultati pessimi e disastrosi, in cui furono create regioni dominate dal caos e dalla sofferenza.

Vedendo simili risultati Jabraoth si pentì e, insieme ai suoi sei arconti tornò a ubbidire al Padre.

Sabaoth Adamas, invece, continuò a perseverare nelle sue azioni errate e sconsiderate.

A questo punto Jeu, che presiede le Regioni della Luce Pura, pose Jabraoth e suoi in uno spazio esterno e luminoso della Regione di Mezzo, che, come abbiamo visto, è il Tredicesimo Eòne o Ogdoade.

Prese invece il fratello Sabaoth Adamas, che con i suoi sei arconti continuava ad agire in modo non conforme ai Misteri della Luce, e li relegò «dentro la sfera» (136,12) della Regione di Mezzo, cioè nella zona in cui le anime degli uomini sono soggette al crudele operato di arconti tiranni.

Qui dominano e operano, quindi, arconti che inducono gli uomini a rimanere in uno stato di lontananza dalla Fonte luminosa, nell’oblio e nella totale dimenticanza della loro vera origine.

In questo stato gli uomini commettono azioni terribili e sono dominati da passioni che avvelenano l’animo.

Il tutto, nella Pistis Sophia, avviene per l’operato sconsiderato degli arconti di Sabaoth Adamas, in una precisa gerarchia che vede nella sua parte finale cinque precisi arconti che «in tutto il mondo dell’umanità sono chiamati con questi nomi:

il primo è chiamato

Cronos, il secondo Ares, il terzo Hermes, il quarto Afrodite, Il quinto Zeus» (136,12).

Si tratta indubbiamente delle cinque divinità del mito greco a cui l’Autore accosta poi altrettanti corrispondenti nomi tratti dalla tradizione esoterica egiziana:

«Orimuth corrisponde a Cronos;

Munichunaphor corrisponde ad Ares;

Tarpetanuph corrisponde a Ermes;

Chosi corrisponde ad Afrodite;

Chombal corrisponde a Zeus.

Tali sono il loro nomi immortali» (137,3).

Zeus, in modo del tutto simile a quanto avviene nel mito greco, ha un ruolo di primo piano e dirige le azioni degli altri arconti.

 

I castighi delle Vie del Mezzo

Ecco, quindi, che la Terra di Mezzo, o Vie del Mezzo, costituisce un luogo in cui operano entità-arconti che presiedono ai peccati che gli uomini commettono:

ogni volta che un uomo commette un’azione relativa all’ambi- to dei misfatti presieduti da un determinato arconte, quest’ultimo “prende” la sua anima.

Diventa, quindi, importante per i discepoli conoscere la natura di queste vie, in modo da orientarsi e sfuggire alla pressione degli arconti che la dominano:

«Ebbene, mio Signore, rivelaci:

che utilità hanno le vie del mezzo?

Da te, infatti, abbiamo udito che esse sono poste al di sopra di grandi castighi;

ora, nostro Signore, come ne usciremo, come le sfuggiremo, e in qual maniera esse afferrano le anime, e per quanto tempo restano le anime tra quei castighi?» (138,2).

Il Salvatore, come sempre avviene nella Pistis Sophia, fornirà spiegazioni dettagliate su quanto avviene per opera dei singoli arconti e su come si può sfuggire al loro nefasto controllo.

La trattazione, che si snoda nei capitoli 139 e 140, è piena di simboli numerici, immagini tratte dallo zodiaco dell’astrologia classica e altri elementi di derivazione egiziana-sethiana.

I discepoli, al termine della descrizione del Salvatore, sono molto scossi e si rendono conto della precarietà della condizione umana:

«Abbi misericordia di noi, Signore, per la grande cecità in cui ci troviamo.

Abbi misericordia dell ‘intero genere umano!

Infatti, alle loro anime sono tesi tranelli, come fanno i leoni verso la preda:

preparano la preda qual cibo ai castighi degli arconti, a motivo dell’oblio e dell’ignoranza presenti negli uomini.

Abbi, dunque, compassione di noi, Signore nostro, nostro Salvatore!

Abbi misericordia di noi, e salvaci in questo grande sgomento» (141,2).

Torna il simbolismo del leone che divora l’uomo, metafora dell’arconte che irretisce l’anima nelle maglie dell’oblio e del peccato.

Ma il Salvatore, ancora una volta, rassicura i discepoli con una frase già presente nel Vangelo di Matteo:

«Vi darò le chiavi del Regno dei Cieli.

Ebbene, ora vi dico:

Ve le darò!» (141,3).

 

Le chiavi del Regno dei Cieli

E qui si conclude il grande scenario che vede Gesù e i discepoli nella Terra di Mezzo, o Luoghi della Via del Mezzo.

Improvvisamente la narrazione cambia e tutto intorno «I luoghi della Via di Mezzo si nascosero, mentre Gesù e i suoi discepoli restarono in un ‘aria straordinariamente luminosa» (141,4).

Gesù, dopo aver mostrato ai discepoli i luoghi in cui operano gli arconti che rendono schiavi gli uomini, fornisce ora degli strumenti per potersi sottrarre a tale nefasto potere.

Si tratta di elementi identificati con simboli cari alla tradizione cristiana:

fuoco, acqua, vino, sangue e Spirito Santo.

«Il fuoco, l’acqua e il vino sorsero per la purificazione di tutti i peccati del mondo.

Il sangue fu per me un segno, a motivo del corpo umano che ho ricevuto nel luogo di Barbelo, la grande forza del Dio invisibile.

Lo Spirito, poi, precede tutte le anime e le guida nel luogo della Luce» (141,9-10).

Simboli, elementi che divengono strumenti nelle mani di coloro che hanno le chiavi per utilizzarli.

Ed ecco che Gesù pone in essere un rituale in cui, tramite grandi preghiere e l’offerta al Padre di questi elementi, sono rimessi i peccati di tutte le anime, prime fra cui quelle dei discepoli che ora sono in uno stato di grande gioia:

«Disse Gesù ai suoi discepoli:

“Gioite e rallegratevi, poiché i vostri peccati sono perdonati, le vostre iniquità sono cancellate, e voi siete annoverati nel regno del Padre mio Dopo che egli parlò così, i discepoli provarono una grande gioia» (142,9).

Ora Gesù prosegue raccomandando ai discepoli di ripetere essi stessi il rito appena compiuto in favore di tutti gli uomini che hanno creduto negli insegnamenti del Padre Ineffabile, assegnando loro la missione di operare per la salvezza di tutti gli uomini.

La trattazione del Libro Quarto prosegue in una descrizione dell’importanza dei battesimi e dei crismi, elementi che, seppure con linguaggio e forma differenti, abbiamo già incontrato nel Libro Terzo e nel Vangelo di Filippo.

Grande spazio viene dato ai tormenti per ogni genere di peccato che le anime commettono, e l’Autore della Pistis Sophia trascina di nuovo il lettore in un girone di colpe e relativi castighi da cui sembra impossibile uscire:

di nuovo una grande elencazione di peccati che pesa sullo stato d’animo del lettore come un macigno.

Ma ecco che si arriva al capitolo conclusivo del Libro Quarto, e dell’intera Pistis Sophia, in cui finalmente riappare una Luce di speranza, tema portante degli insegnamenti gnostici e di tutto il cristianesimo delle origini:

«Domandò Giovanni:

“Un uomo che ha commesso tutti i peccati e tutte le iniquità, ma alla fine ha trovato tutti i Misteri della Luce, li porta a compimento, li adempie, è possibile che venga salvato?”

Gesù rispose:

“Un tale che abbia commesso tutti i peccati e tutte le iniquità, ma trova i Misteri della Luce, li porta a compimento, li adempie, non desiste e non commette più peccato, erediterà il Tesoro della Luce”» (148,3-4).

 

Il messaggio finale

Ecco il messaggio con cui si conclude il Libro quarto della Pistis Sophia, un messaggio che abbiamo visto ricorrere anche nelle pagine dei libri precedenti e che caratterizza tutto lo gnosticismo e, in generale, il cristianesimo.

E la conclusione che dà al credente forza e motivazioni per proseguire sul percorso spirituale, e sembra che proprio questo sia il messaggio che più di ogni altro sta a cuore all’autore della Pistis Sophia.

Nel capitolo 148 il testo contiene svariate lacune, per cui diventa difficile capire quale sia l’esatto epilogo dell’opera.

Le righe finali, infatti, sono quasi sicuramente un’aggiunta posteriore posta dall’amanuense che effettuò la copia del codice in nostro possesso proprio per supplire alla mancanza di una conclusione del testo originario.

Di sicuro un’aggiunta che si accorda ai contenuti precedentemente presentati:

ora che Gesù ha trasmesso i massimi insegnamenti i discepoli ne raccolgono l’eredità e si recano in tutto il mondo a diffondere il Vangelo, la Buona Novella che rende liberi tutti gli esseri umani dalle catene dell’oblio e della sofferenza:

«Uscirono tre a tre verso le quattro regioni del cielo e predicarono in tutto il mondo il Vangelo del Regno, mentre Cristo operava in loro attraverso la parola convalidatrice, e attraverso i segni e i miracoli che li accompagnavano.

E così il Regno di Dio fu riconosciuto su tutta la terra e in tutto il mondo di Israele, a testimonianza per tutti i popoli dal sorgere al tramontare del sole» (148,8).

 

CONCLUSIONE

Al termine di questo affascinante viaggio fra le pagine della Pistis Sophia non possiamo che ammirare la profondità e la ricchezza dei contenuti, a cominciare dalle vicende di Sophia, per scendere poi in questioni che toccano la vita spirituale dell’uomo.

Leggendo e rileggendo le parole di Gesù e dei discepoli emergono continuamente nuove riflessioni e messaggi di cui gli esseri umani dei nostri tempi hanno disperato bisogno, esattamente come l’uomo dei primi secoli del primo millennio.

Viene da chiedersi, a questo punto, se tutto ciò che questo antico testo descrive appartenga a una realtà che si è persa nei secoli, oppure se ancora oggi sia possibile vivere e sperimentare quanto in esso descritto.

Ebbene, è nostra opinione che non solo anche oggi si possano sperimentare e vivere in prima persona elementi spirituali come i misteri o la comunione con un Padre Ineffabile, ma che nel mondo di oggi, apparentemente così lontano dal contesto medio-orientale di diciotto secoli addietro, ci siano ancora luoghi e gruppi di persone che mantengono viva la conoscenza del cristianesimo gnostico.

In questi gruppi, in cui è sempre presente la figura di un Maestro, si tramanda in forma viva e attualizzata l’insegnamento del Cristianesimo delle origini.

Il nostro augurio è che tutti i sinceri Cercatori possano presto trovare persone, condizioni e ambienti di lavoro in cui cominciare lo stesso viaggio che da sempre intraprendono coloro che vedono una Luce in lontananza e se ne innamorano, decidendo di mettersi in cammino per diventare tutt’uno con Essa.

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