Ofiti e Naasseni

OFITI – NAASSENI

a cura di Luigi Moraldi

L’atteggiamento polemico degli gnostici verso l’Antico Testamento e il suo Dio creatore non ha sempre lo stesso grado negativo, ma va dalla negazione assoluta a un certo accoglimento interpretando i testi biblici in modo gnostico.

In vari sistemi gnostici incontriamo  una radicalizzazione singolare come, ad  es. è  negli scritti  gnostici che svalorizzano quanto l’Antico Testamento presenta in modo positivo e additano un valore segreto a quanto l’Antico Testamento propone in modo negativo (ad es. il serpente, Caino, Esaù, Gomorra, Sodoma, ecc.);

 ed è appunto dal serpente (in greco image 30 in ebraico nahas) che trae il nome la setta gnostica degli ofiti e naasseni.

Un’interesse  particolare è riconosciuto a un lungo testo di Ireneo, anche perché la sua lettura lascia l’impressione che si tratti dei primi stadi di una lunga speculazione:

1. 

 All’inizio c’era la luce beata, incorruttibile e infinita, l’Abisso, cioè il «Padre di tutto» o primo Uomo, dal quale procedette il Pensiero (Ennoia) suo Figlio, cioè il Figlio dell’Uomo-secondo  Uomo;

 sotto di loro due c’era lo Spirito santo, che è detto la «prima Donna»;

 si noti che Ennoia = Pensiero in greco è un termine femminile e quindi, per sé, partner femminile dell’Essere supremo, perciò il primo e il secondo uomo si possono considerare due modi di essere di una sola entità;

 il carattere femminile attribuito allo Spirito deriva dal fatto che in ebraico «spirito» = ruah è femminile;

2.

 Sotto  la  «prima  Donna»  c’erano  quattro  elementi:

  acqua, tenebre, abisso, caos;

 dall’unione del primo e del secondo Uomo con la prima Donna nasce il Figlio, cioè il Cristo, il terzo Uomo, che – con la Madre – va subito nell’eòne incorruttibile del Padre, cioè nella «vera e santa Chiesa» che è il nome, l’accordo e l’unione «del Padre di tutto, primo Uomo, del Figlio, secondo Uomo, del Cristo, loro figlio, e della Donna»;

3.

 La Donna «madre dei viventi» non poté reggere e sostenere la grandezza delle luci e, satura di luci, le fece traboccare a sinistra;

 questa potenza traboccata, conservante una rugiada luminosa è chiamata «Sinistra», Prunico ( = lasciva), Sofia, Bisessuata;

 questa si precipitò nelle acque, diede loro movimento, e si spinse fino agli abissi e  da  essi prese un  corpo;

 ma  appesantita  e aggravata dal corpo, si pentì:

 se non avesse avuto «la rugiada luminosa» sarebbe stata assorbita e sommersa dalla materia;

 tentò di elevarsi in alto, sfuggendo dall’acqua, ma il corpo la impedì;

 liberatasi dal corpo e fortificata dalla luce, si slanciò in alto:

 del suo corpo fece il cielo visibile e le acque del firmamento;

4.

 Prunico, Sofia ebbe anche un figlio al quale lasciò «un soffio di immortalità», divenne potente, ma non conobbe la sua madre;

 questo figlio ne generò altri sei (cieli, potenze, autorità, angeli) costituendo così una ebdomade, e una ogdoade annoverando tra  essi la madre Sofia;

 i nomi di costoro sono:

 Jaldabaoth, che procedette dalla madre, Iao, Sabaoth, Adonai, Elohim, Hor, Astafeos che amministrano le cose del cielo e della terra (aspetti del Dio creatore dell’Antico Testamento, cioè di Jaldabaoth);

5.

 Vedendosi circondato da figli e nipoti, si erge contro la madre Prunicos-Sofia, ma  sorge una  lite  tra  lui e  le sue  creature  «per il dominio» ;

  Jaldabaoth  volge allora  lo  sguardo  e  il  desiderio alla materia sottostante dalla quale trae una altra ogdoade:

 l’intelletto (tortuoso come un serpente), lo spirito (cioè il «soffio di immortalità» e seme divino nel mondo), l’anima,  l’oblio, la malvagità, l’invidia,  la gelosia, la  morte;

  ingannato  dal  tortuoso  serpente  (intelletto)  si credette e si proclamò Dio:

 «io sono Padre e Dio…»;

6.

 La madre, Prunicos, gli gridò:

 «Non mentire, Jaldabaoth !

 Su di te c’è il Padre di tutti, il primo Uomo, e il figlio dell’Uomo»;

 turbato del nome e dal grido, ignaro d’onde venissero, radunò tutti attorno a sé, e disse:

 «Venite, facciamo l’uomo a nostra immagine»;

 la madre, Prunicos-Sofia, immise nelle potenze l’idea dell’uomo  per privarle della loro potenza (prevedendo che l’avrebbero insufflata nell’uomo);

 le sei potenze crearono l’uomo, «un uomo di smisurata larghezza e lunghezza», incapace di camminare eretto e abile soltanto di strisciare;

 lo portarono a Jaldabaoth il quale «insufflò nell’uomo il soffio di vita» (spiritum vitae):

 si realizzò così il volere di Sofia in quanto Jaldabaoth si privò della rugiada luminosa, e  l’uomo  acquistò l’intelletto  e  il pensiero:

 ricevuta la conoscenza del primo Uomo, l’uomo non si curò più né degli angeli creatori né del demiurgo-Jaldabaoth –, ma ringraziò il primo Uomo;

7.

 L’invidia di Jaldabaoth lo spinse a «derubare l’uomo per mezzo della donna»:

 dall’enthymesi (pensiero) dell’uomo estrae la donna, e – attratti dalla sua bellezza – gli arconti commettono adulterio con lei che chiamarono Eva;

 ma Sofia sedusse Eva e Adamo per mezzo del serpente inducendoli a trasgredire l’ordine di Jaldabaoth (il dio della legge  =  dell’Antico   Testamento)  mangiando  i  frutti   dell’albero;

 «mangiando vennero a conoscenza della potenza che è al di sopra di tutto» e Jaldabaoth li espulse dal paradiso, cioè dal cielo nel quale ebbero luogo gli eventi fin qui narrati.

Jaldabaoth  voleva  che  Adamo  ed  Eva  avessero  dei  figli  (che sarebbero stati anch’essi servi del demiurgo), ma Sofia li privò della «rugiada luminosa» affinché lo Spirito della somma Potenza non fosse partecipe della maledizione:

 è, infatti, solo dopo che Sofia li privò della sostanza divina che i due furono maledetti da Jaldabaoth e cacciati dal cielo;

8.

 Dal cielo fu cacciato anche il serpente il quale soggiogò al suo potere gli angeli nati dall’unione di Eva con gli arconti, e generò sei demoni che con lui formano una  seconda ebdomade caratterizzata dall’inimicizia contro il genere umano motivata dal fatto che il loro padre, il serpente, fu scacciato dal cielo a motivo della coppia umana;

 il serpente gettato quaggiù ha due nomi:

 Michele (angelo protettore del popolo ebraico) e Samaele ( = il diavolo.);

9.

 In cielo, i corpi di Adamo ed Eva erano leggeri e splendenti, così come erano  stati  creati, ma  giunti  quaggiù divennero  oscuri, pesanti,  spessi, corrispondenti  alla  terra,  e  la  loro  anima  rimase illanguidita  dotata  soltanto  del  «soffio mondano» del demiurgo.

Sofia ne ebbe compassione e restituì loro «il profumo della rugiada luminosa»:

 Adamo ed Eva si ricordarono, allora, di loro stessi, conobbero la materia del loro corpo, si accorsero di essere nudi, conobbero anche di portare in se stessi la morte, capirono tuttavia che la materia  del corpo aveva un limite di tempo ed era destinata  a dissolversi;

10.

 Non più sotto il dominio del demiurgo, Adamo ed Eva si unirono e generarono Caino, che fu subito soggiogato dal serpente, lo annoverò tra i suoi figli, lo riempì di oblio, lo spinse al fratricidio e così rivelò, per primo, l’invidia e la morte;

 dopo generarono Seth e Norea;

 da  questi  due  ebbe  origine  la  moltitudine  degli  uomini  che, soggiogata dall’ebdomade  inferiore (cioè quella del serpente), visse nella malvagità, nella superbia, nell’idolatria, e nell’apostasia dall’ebdomade superiore (costituita da Jaldabaoth e dai suoi, cioè dai sette cieli planetari, superiori al diavolo e ai suoi caratterizzati dalla malvagità del diavolo-serpente).

Jaldabaoth adirato perché gli uomini non lo veneravano come Dio e Padre scatenò il diluvio per distruggere l’umanità, ma intervenne Sofia – cosciente della rugiada luminosa nell’umanità destinata a prendere coscienza di sé e ad essere reintegrata nell’eòne incorruttibile – pose in salvo Noè e i suoi, e per il di lei intervento il mondo si riempie di uomini;

11.

 Allora Jaldabaoth si scelse una categoria di devoti con i quali strinse un patto promettendo loro «l’eredità della terra»:

 fu così che fu scelto Abramo, i suoi discendenti, Mosè che li trasse dall’Egitto e diede la legge, scelse sette giorni per la «santa ebdomade» ;

 i profeti ebrei provengono da arconti, diversi:

 da Jaldabaoth, vennero Mosè, Giosuè, Amos, Abacuc;

 da Jao, Samuele, Nathan, Giona, Michea;

 da Sabaoth, Elia, Gioele, Zaccaria;

 da Adonai, Isai, Ezechiele, Geremia, Daniele;

 da Elohim, Tobia e Aggeo;

 da Hor, Michea e Nahum;

 da Astapheus, Esdra e Sofonia;

 per mezzo dei profeti anche Sofia disse molte cose sul primo Uomo, sull’eòne incorruttibile, sul Cristo superiore e sulla sua discesa, lasciando stupiti e atterriti quanti udivano gli annunzi dei profeti;

12.

 Ma Sofia fece molto di più.

Per mezzo di Jaldabaoth, ignorante di quanto faceva, suscitò due uomini:

 uno dalla sterile Elisabetta, l’altro dalla vergine Maria, preparando così il ritorno della luce;

 ma la stessa Sofia ebbe una crisi – cooperando così ancor più alla redenzione –:

 non trovava più pace né in cielo né in terra, e chiese aiuto alla sua madre, lo Spirito, che le mandò il Cristo, suo fratello;

 per mezzo di Giovanni Battista ne annunziò l’arrivo, preparò il battesimo di penitenza, adattò Gesù, affinché Cristo – discendendo —  trovasse un involucro puro, e per mezzo del figlio di Jaldabaoth, cioè Gesù (generato quaggiù nel mondo e perciò sotto il Dominio del demiurgo), il Cristo annunziasse Sofia;

13.

 II Cristo, dunque, discese:

 attraversò i sette cieli, cambiando aspetto di volta in volta, e così non fu riconosciuto;

 prima si rivestì di sua sorella, Sofia («per questo li chiamano lo sposo e la sposa»), poi — unito con la sorella Sofia-discese (nel battesimo) su Gesù, e così «fu fatto Gesù Cristo»:

 il quale operò prodigi, annunziò il Padre sconosciuto e si proclamò figlio del primo Uomo;

 perciò principi e demiurgo vollero ucciderlo:

 «ma mentre (Gesù Cristo) era condotto a morte,  Cristo  e  Sofia si  trasferirono  nell’eòne  incorruttibile, Gesù invece fu crocifisso»;

14.

 Cristo non dimenticò ciò che era suo:

 mandò una potenza «che lo  risuscitò nel corpo», ma  in  un  corpo psichico e spirituale, in quanto il corpo terreno e materiale lo aveva restituito;

 per questo gli apostoli non lo riconobbero:

 «credettero che fosse risorto in un corpo materiale, ignorando che la carne e il sangue non conseguono il regno di Dio»;

 in realtà gli apostoli non avevano conosciuto la vera natura  di Gesù, la sua componente divina e la sua componente psichica, eppure è proprio dalla sua unione con Cristo che si realizzò la salvezza dell’elemento psichico (insufflato dal demiurgo);

15.

 Dopo la risurrezione, Gesù rimase 18 mesi con gli apostoli e, presa coscienza di sé e, conosciuta la verità (solo allora), fu in grado di insegnare   i   grandi   misteri   riservati   ai   pochi   che   potevano comprenderli;

 indi fu assunto  in cielo, siede temporaneamente  alla destra di Jaldabaoth per accogliere le anime che quaggiù ebbero la conoscenza di Gesù Cristo e deposero il loro corpo materiale:

 Gesù così si arricchisce per le anime sante (quelle dotate di seme divino) che a lui giungono, mentre  il demiurgo (che resta sempre ignorante  e neppure si avvede della presenza di Gesù) viene sempre più impoverito e diminuito dalle anime sante che manda giù nel mondo, fino  a  quando  non  avrà  più  anime  sante,  ma  soltanto  anime provenienti dal suo soffio, cioè anime di uomini ilici o materiali;

 allora tutta  la «rugiada luminosa» dello spirito della luce sarà raccolta e assunta in cielo, e ci sarà la fine:

Molto importante  questa  notizia di Ireneo sugli Ofiti sia per la chiarezza sia per gli accostamenti che ci è dato intravedere con Saturnino, con Valentino e con i testi che qui seguiranno.

Di tutt’altro genere è quanto ci ha tramandato Ippolito in un testo il cui scopo sembra più adatto a immergere la dottrina  dei Naasseni in un contesto di vastissimo sincretismo e di ampia  interpretazione  allegorica di  passi dell’Antico  Testamento  e Neotestamentari che ad  esporre le caratteristiche  del loro sistema, anche se è posto sulle labbra di Giacomo, fratello del Signore, rivolto a Mariamne.

Ecco qualche spunto per noi più interessante.

Il primo uomo, Adamo, fu prodotto dalla terra e giaceva per terra senza respiro, senza movimento, immobile come una statua, era l’immagine  dell’essere  celeste (da loro) cantato, –  dell’Uomo  Ada- mos… «Affinché il grande Uomo dall’alto, dal quale trasse origine ogni paternità… – fosse completamente asservito gli fu data anche un’anima cosicché per mezzo dell’anima soffrisse e fosse punito in servitù l’essere che era stato creato dal grande, nobilissimo Uomo perfetto…» si tratta  del figlio dell’Uomo, cioè dell’elemento divino che nel suo aspetto inferiore (l’aspetto superiore è il Dio immortale salvatore) è immanente nel mondo della materia alla quale dà movimento e vita, e – immesso nel corpo di Adamo – si trova come in prigione, nell’oblio, in un sepolcro anelando a congiungersi con la sua origine (il che si verificherà per mezzo del Logos).

Questa forza divina immanente nel mondo, sotto nomi diversi, è venerata dagli uomini senza conoscerla:

 «Questo figlio ha mille nomi, mille occhi… dal desiderio di lui è presa tutta la natura…».

Ma «l’anima è assolutamente difficile da trovare e da comprendere»;

 l’uomo  primordiale è additato  come bisessuato, «per questo essi (i Naasseni) dimostrano cosa turpe e proibita… l’unione della donna con l’uomo… dicono che opera dei porci e dei cani è l’unione della donna con l’uomo».

Non meno interessante è la dottrina secondo la quale tutte le cose derivano da tre principi:

 l’uno superiore (o spirito o Kaukalau = l’uomo superiore), l’altro inferiore (materia o Saulasau = l’uomo mortale di quaggiù), il terzo, il seme divino, distingue quelli che lo comprendono (i superiori) da  quelli che non lo intendono:

 ma, per il momento, costoro sentono  la  prigionia di quaggiù (il suo  nome  simbolico è Zeesar).

Meno poetica e immaginosa del «canto della Perla» ma, come esso, sintetizzante una profonda concezione gnostica dell’anima, connessa con la dottrina dei Naasseni (anche per quei tratti fin qui riferiti) è al termine della notizia di Ippolito.

Il testo, soprattutto all’inizio, non è sempre sicuro;

  l’insieme, tuttavia, è sufficientemente chiaro e ricrea con illuminante chiarezza la sorte dell’anima nel complesso dei sistemi gnostici;

  non  a  caso Ippolito scrive dei Naasseni:

  «…  si chiamano gnostici, affermando che solo essi “conoscono le cose profonde”…»;

 e, dopo l’inno:

  «Questi sono gli sforzi dei Naasseni che  si chiamano gnostici»:

 «Principio generatore dell’universo fu la mente primogenita, il  secondo  fu  il  caos diffuso  del  primogenito, terza, l’anima, accolse nel suo agire, questo principio:

 per questo, rivestita la forma di cervo (inseguito), è travagliata, dominata dalla morte, nella sua azione.

Ora con onore (regale) guarda la luce, ora precipitata nelle miserie piange.

Ora piange e si rallegra, ora piange ed è giudicata, ora è giudicata e muore, ora nasce e, infelice – non avendo scampo dai mali – vagando entra nel labirinto.

Allora Gesù disse:

 – Osserva, Padre, essa cercando il male sulla terra si allontana dal tuo soffio, cerca di sfuggire il caos amaro, e non sa dove passare.

Per lei mandami, Padre!

Con i sigilli scenderò, traverserò tutti gli eòni, rivelerò tutti i misteri, mostrerò le figure degli dèi.

L’arcano della santa via, chiamandola gnosi, rivelerò».

Con questo inno, osserva Ippolito, «celebrano tutti i misteri del loro errore».

a cura di Luigi Moraldi

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