Rassegna delle fonti

Rassegna delle fonti.

a cura di Hans Jonas

Quali sono le fonti, cioè la letteratura, per mezzo della quale dobbiamo ricostruire l’immagine di questo credo dimenticato? La seguente rassegna non ha la pretesa di essere completa ma soltanto rappresentativa. Dobbiamo dividere le fonti in originali e in secondarie, ma di queste ultime fino ad un’epoca recentissima quasi nessuna era conosciuta. Iniziamo da questo secondo gruppo.

– Fonti secondarie o indirette.

  1. La lotta contro lo gnosticismo come pericolo per la vera fede occupò larga parte della primitiva letteratura cristiana e gli scritti dedicati a confutarlo rappresentano la più importante fonte secondaria di conoscenza sia per le loro discussioni, sia per i sommari che danno degli insegnamenti gnostici e frequentemente anche per le estese citazioni letterali da scritti gnostici. Possiamo aggiungere che fino al diciannovesimo secolo essi erano l’unica fonte (a parte il trattato di Plotino), perché la vittoria della Chiesa aveva naturalmente portato alla scomparsa degli originali gnostici. In questo gruppo sono comprese  le  grandi  opere  polemiche  dei  Padri:  Ireneo,  Ippolito, Origene ed Epifanio in greco, Tertulliano in latino. Un altro Padre, Clemente di Alessandria, lasciò tra i suoi scritti una collezione molto notevole di “Excerpta” greci dagli scritti di Teodoto, un membro della scuola valentiniana di gnosticismo, che ne rappresenta  il  ramo  orientale  («anatolico»).  Del  ramo  italico,  Epifanio  ci  ha conservato un completo documento letterario, la “Lettera a Flora” di Tolomeo. Nel caso di così complete, o quasi complete, descrizioni del soggetto contro cui è diretto l’attacco (tra le quali si possono annoverare anche i riferimenti di Ippolito sui Naasseni e sul “Libro di Baruch”), la distinzione da noi fatta tra fonti secondarie e primarie si offusca. E’ nella natura delle circostanze che tutti gli originali conservati in questo modo, sia interamente che in parte (di regola in parte), siano greci. Nell’insieme queste fonti patristiche danno notizia di un grande numero di sètte, tutte almeno nominalmente cristiane, sebbene in alcuni casi la vernice cristiana sia piuttosto  tenue.  Un  contributo  unico  di  questo  gruppo  proveniente  dal  campo pagano è il trattato di Plotino, il filosofo neoplatonico: “Contro gli Gnostici o contro coloro che affermano che il Creatore del mondo è cattivo e che il mondo è cattivo” (Enn. II, 9). Esso è diretto contro una particolare setta gnostica cristiana che non può essere identificata con nessuna di quelle nominate nei cataloghi patristici, ma che certamente doveva far parte di uno dei maggiori raggruppamenti gnostici.

 

  1. Dopo il terzo secolo gli scrittori antieretici dovettero occuparsi di confutare il manicheismo. Essi non considerano questa nuova religione come facente parte dell’eresia gnostica che nel suo senso più ristretto in quel tempo era già scomparsa. Ma secondo il più ampio criterio della storia delle religioni appartiene allo stesso ordine di idee. Tra la letteratura cristiana molto estesa ricordiamo soltanto gli “Acta Archelai”, le opere di Tito di Bostra (greco), di sant’Agostino (latino) e di Teodoro bar Konai (siriaco). Inoltre un autore pagano, di buona educazione filosofica, Alessandro di Licopoli (in Egitto), che scrisse una generazione dopo Mani e si aggiunge al coro cristiano.

 

  1. Alcune delle “religioni misteriche” della tarda antichità appartengono anch’esse in modo specifico al circolo gnostico, nel senso e fino al punto in cui esse allegorizzano i miti rituali e originali del loro culto in uno spirito somigliante a quello gnostico; possiamo menzionare i misteri di Iside, Mitra e Attis. Le fonti in questo caso consistono nei riferimenti di scrittori contemporanei, greci e latini, per la maggior parte pagani.

 

  1. Un certo numero di velate informazioni si trovano sparse nella letteratura “rabbinica”, sebbene   il   silenzio   fosse   considerato   l’unico   modo   efficace   di comportarsi con l’eresia, a differenza della pratica cristiana.

 

  1. Infine, quel ramo della letteratura “islamica”, per quanto tarda, che tratta della varietà delle religioni, contiene notizie importanti sulla religione manichea in particolare, ma anche su alcune oscure sètte gnostiche i cui scrittori sopravvivevano ancora nel periodo islamico.

Per quanto riguarda la lingua, queste fonti secondarie sono greche, latine, ebraiche, siriache e arabe.

– Fonti primarie o dirette.

Per   la   maggior   parte   le   fonti   dirette   sono   venute   alla   luce   soltanto   nel diciannovesimo secolo e sono in continuo aumento per le fortunate scoperte archeologiche. La seguente enumerazione è indipendente dall’ordine di origine e di scoperta.

 

  1. Per la conoscenza dello gnosticismo sono di incalcolabile valore, al di fuori dell’orbita cristiana, i libri sacri dei “Mandei”, una setta che sopravvive in pochi gruppi residui nella   regione   del   basso   Eufrate   (il   moderno   Iraq)   e   che   è violentemente anticristiana e antigiudaica, ma annovera tra i suoi profeti Giovanni Battista in opposizione e a scapito del Cristo. E’ questo il solo esempio di religione gnostica che sia durato fino ai nostri giorni. Il nome deriva dall’aramaico “manda”, «conoscenza», perciò «Mandei» significa letteralmente «Gnostici». Le loro scritture, in un dialetto aramaico molto vicino a quello del Talmud, costituiscono il più vasto corpo di scritti gnostici originali in nostro possesso, con la possibile eccezione del gruppo successivo. Esso comprende trattati mitologici e dottrinali, insegnamenti rituali e morali, liturgia e raccolte di inni e salmi, queste ultime comprendenti brani di profonda e toccante poesia religiosa.

 

  1. Un gruppo di fonti in continuo aumento è costituito dagli scritti cristiani copto- gnostici, in massima parte della scuola valentiniana o della cui più ampia famiglia questa scuola è il membro preminente. Il Copto era il vernacolo egiziano dell’ultimo periodo ellenistico, derivante dall’antico egiziano, con una mescolanza di greco. L’assunzione di questo linguaggio popolare a mezzo di espressione letteraria riflette il sorgere di una religione di massa che si contrapponeva alla cultura greca secolare delle persone di formazione ellenistica. Fino a poco tempo fa, l’insieme di scritti copto-gnostici in nostro possesso, quali la “Pistis Sophia” e i “Libri di Jeû”, rappresentava un livello piuttosto basso e deteriore di pensiero gnostico, appartenente allo stadio decadente della speculazione sulla Sophia. Ma ultimamente (circa nel 1945) una scoperta sensazionale fatta a Nag-Hammadi (Chenoboskion) nell’Alto Egitto ha messo in luce un’intera biblioteca di una comunità gnostica, contenente scritti finora sconosciuti, tradotti dal greco in copto, di quella che può essere chiamata la fase «classica» della letteratura gnostica: tra essi uno dei  più importanti libri dei Valentiniani, il “Vangelo della Verità” – da attribuirsi se non allo stesso Valentino, certamente a qualcuno della generazione fondatrice della scuola – di cui attraverso Ireneo erano noti semplicemente il titolo e l’esistenza dell’opera. Ad eccezione di quest’unica parte di un solo codice, che è stata pubblicata per intero nel 1956, ed alcuni estratti da altre parti, il restante del nuovo abbondante materiale (13 codici, alcuni frammenti, di cui alcuni quasi intatti, consistenti in totale di circa 1000 pagine di papiro e contenenti circa 48 scritti) non è stato ancora reso noto. D’altra parte, è stato recentemente pubblicato per la prima volta (1955), e quindi conosciuto nelle  sue  parti  di  contenuto  gnostico,  un  codice  proveniente  dalle  più  antiche scoperte copte che era conservato da 60 anni nel Museo di Berlino; la parte più importante è l’”Apocrifo di Giovanni”, opera capitale degli Gnostici barbelioti, già citata da Ireneo nella sua esposizione di questo sistema che risale al secondo secolo. (Questo scritto e l’altro alquanto posteriore, “La Sapienza di Gesù Cristo”, sono pure stati trovati tra le opere inedite della biblioteca di Nag-Hammadi, l’”Apocrifo” in non meno di tre versioni, prova della stima di cui godeva.)

 

  1. In lingua copta è anche la biblioteca di papiri “manichei” scoperta in Egitto nel 1930, la cui pubblicazione è in corso. I codici molto mal conservati, che risalgono al quarto secolo d.C. di circa 3500 pagine, hanno restituito fino ad ora uno dei libri di Mani, prima noto solo dal titolo che, come tutti i suoi scritti, era ritenuto irrimediabilmente  perduto:  i  “Kephalaia”,  ossia  «I  Capitoli»;  un  (il?)  “Libro  dei Salmi” della primitiva comunità manichea; ed anche parte di una collezione di “Omelie” che risale alla prima generazione dopo Mani. Ad esclusione dei rotoli del Mar Morto, tale scoperta si può considerare come il più grande avvenimento per la storia della religione che l’archeologia ci abbia fornito durante questa generazione. Come  nel  caso  del  corpo  di  scritti  mandei,  il  corpo  copto-manicheo  contiene materiale dottrinale come pure composizioni poetiche. La traduzione è stata probabilmente fatta dal siriaco, per quanto non si possa del tutto escludere l’intermedio di una traduzione greca.

 

  1. Un altro gruppo di fonti originali per la religione manichea, sebbene più tardive, questa volta in forma orientale, sono i cosiddetti frammenti di Turfan in lingua persiana e in lingua turca, trovati nelle ricerche compiute nell’oasi di Turfan nel Turkestan cinese al principio di questo secolo. Ad essi vanno aggiunti due testi cinesi trovati anche nel Turkestan, un rotolo di un inno e un trattato indicato dal nome del suo scopritore ed editore Pelliot. Tali documenti – non ancora interamente pubblicati – sono un segno evidente del fiorire di una religione gnostica in terre lontane come l’Asia centrale.

 

  1. Da lungo tempo noto agli studiosi occidentali è il corpo di scritti greci attribuiti ad “Ermete Trismegisto” e spesso citato come “Poimandres”, che strettamente parlando è il nome del primo trattato solamente. Il corpo esistente, pubblicato per la prima volta nel sedicesimo secolo, è ciò che resta di una letteratura egiziana ellenistica di rivelazione, chiamata «ermetica» a causa dell’identificazione sincretistica del dio egiziano Thoth con il greco Hermes. Si aggiunge alle fonti per la conoscenza del pensiero ermetico un certo numero di riferimenti e citazioni in tardi scrittori classici, sia pagani che cristiani. Questa letteratura, non nel suo insieme ma in alcune parti, riflette lo spirito gnostico. Lo stesso si può dire per la letteratura “alchimistica” molto vicina alla precedente e per alcuni dei “papiri magici” greci e copti, che presentano una   mescolanza   di   idee   gnostiche.   Lo   stesso   trattato   ermetico “Poimandres”, nonostante certi segni di influenza giudaica, è da considerare come uno dei principali documenti di gnosticismo pagano indipendente.

 

  1. C’è, infine, materiale gnostico in alcuni apocrifi del Nuovo Testamento, come gli “Atti di Tommaso” e le “Odi di Salomone”: in entrambi i casi nella forma di poesie, che sono tra le più belle espressioni del sentimento e della fede gnostica.

Per quanto riguarda il linguaggio, le fonti originali sono greche, copte, aramaiche, persiane, turche e cinesi. (Il termine «originali» non esclude qui antiche traduzioni, come è il caso dei documenti in lingua turca e cinese e la maggioranza di quelli in copto.)

Questa rassegna può dare una certa idea della vastità geografica e linguistica delle fonti gnostiche e della grande varietà di gruppi gnostici. Di conseguenza possiamo parlare della dottrina gnostica soltanto come un’astrazione. I più eminenti gnostici manifestarono un individualismo intellettuale molto pronunziato, e l’immaginativa mitologica di tutto il movimento fu incessantemente fertile. Il non-conformismo fu quasi un principio della mentalità gnostica e fu strettamente collegato alla dottrina di uno «spirito» sovrano come sorgente di conoscenza diretta e di illuminazione. Già Ireneo (“Adv. Haer.” I, 18, 1) osservava: «Ogni giorno ciascuno di essi inventa qualcosa di nuovo». I grandi artefici del sistema, come Tolomeo, Basilide, Mani, costruirono strutture speculative ingegnose ed elaborate che sono creazioni originali di  menti  singole,  ma  nello  stesso  tempo  variazioni  e  sviluppi  di  alcuni  temi principali condivisi da tutti: nel loro insieme questi formano ciò che può essere chiamato il più semplice «mito di base». Ad un livello meno intellettuale questo stesso contenuto basilare è espresso in favole, esortazioni, istruzioni pratiche (morali e magiche), inni e preghiere.

Nell’intento di aiutare il lettore a vedere l’unità di un così vasto campo, prima di entrare in una trattazione particolareggiata delineeremo questo «mito di base» che può essere estratto dalla varietà confusa del materiale a disposizione.

a cura di Hans Jonas

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