Secondo Discorso del Grande Seth

SECONDO DISCORSO DEL GRANDE SETH

a cura di Luigi Moraldi

Il testo è contenuto nell’importante codice VII edito nella Facsimile  Edition nel 1972.

Le notizie  essenziali sul codice e sul testo sono date da M.Krause e P.Labib, e da James M.Robinson nella presentazione  dell’edizione fotografica.

Sebbene  la scrittura non sia sempre chiara, il testo è integro;

ci è pervenuto quindi in un ottimo stato, ma lo scriba fu poco accurato nella trascrizione del testo.

Il primo interrogativo che ci si pone è il perché del titolo che si legge in greco al termine del trattato – Δεύτερος λόγος τοϋ μεγάλου Σηϑ – dato che Seth non è mai menzionato.

L’autore come non si curò di  premettere  un suo  schema  cosmogonico  e  dell’universo  plero- matico, come presuppone il significato gnostico del mondo inferiore dell’oblio, del sonno e dell’ignoranza, il motivo per cui il corpo umano è una «tomba», il motivo della profonda libertà interiore dello  gnostico, così  –  verosimilmente  – dà  per  scontata l’identificazione di Seth col Cristo:
quasi a suggerire che come Sem fu l’antenato   di   Abramo,   della   sua   generazione (gli Ebrei) e dell’occupazione della terra di Canaan, così Seth-Cristo – un «Abramo spiritualizzato»   anch’egli  antenato   di   una   nuova   generazione universale,   quella   degli   gnostici.

Ma   la conclusione è troppo semplicistica:
lo scritto, infatti, non è sethiano!
Né si comprende bene a quale sistema si possa aggregare.

La via da percorrere per comprendere l’attribuzione a Seth e perché è detto «Secondo logos» (discorso) parte con probabilità dal trattato che nel codice VII precede il nostro, cioè la Parafrasi di Seem  (=Shem) un trattato contenente la rivelazione fatta da Derdekeas a Shem, rapito dalla  terra  in  cielo;

Derdekeas  è  appunto  il  nome  del  redentore gnostico che discende dal regno della luce nel regno delle tenebre per compassione verso l’umanità decaduta;

qui fa l’esperienza della ostilità delle   forze   delle tenebre;

senza venire   riconosciuto,   porta   a compimento l’opera salvifica e ritorna;

in fine rivela all’eletto, Shem, l’opera   compiuta.

Lo  scritto   è   di   origine   giudaica,   trasforma radicalmente  il materiale dell’Antico  Testamento, di cui si serve, e dimostra analogie con la «Parafrasi di Seth» citata da Ippolito.

Nel titolo originale dello scritto c’era Shem o Seth?

Un passo indietro:

lo studio di questo testo, il più lungo, dopo il Trat-Trip, tra quelli di Nag Hammadi, ha portato alla conclusione che alla base della Parafrasi di Shem  e della Parafrasi di Seth (citata da Ippolito) ci fu una fonte comune giudaico-gnostica, «cristianizzata» nel trattato a noi giunto;

ma quale era il titolo di questa fonte?
Si è nel campo delle ipotesi, ma si suppone che fosse quale fu riferito da Ippolito;

l’autore volle identificare Shem e Seth per somiglianza di nome e, soprattutto, per  analogia  di  rappresentanza  del  primo  uomo  di  un’era  nuova.

Inoltre dato che la Parafrasi  di Shem  è distinta (con i soliti segni a spiga,  e  le  lineette  orizzontali)  da  una  riga e mezza dal trattato seguente, si suppone che questa divisione sia secondaria e da porre in relazione  alla «cristianizzazione» dello  scritto costituente  la  prima parte (cioè  la Parafrasi di Shem);

si  avrebbe  così  una  parafrasi giudaico gnostica, la sua cristianizzazione, in fine l’aggiunta del nostro presente scritto.

Con questa ipotesi si spiegherebbero vari elementi e, per quello che qui ci riguarda, il titolo.

Shem  e  Seth  rappresenterebbero  i due  termini  (uno  all’inizio  e l’altro alla fine) dai quali il redattore partì per riunire questi scritti, per i motivi sopra accennati;

«secondo discorso» appunto perché considerò come primo, la parte precedente, che in realtà è indipendente.

Tale accostamento sarebbe avvenuto già nella stesura greca in quanto il traduttore mantenne il titolo proprio nella forma greca.

Questi parziali sviluppi e accrescimenti, che a prima vista possono apparire frutto di soggettive  elucubrazioni con scarso  fondamento, sono molto verosimili per chiunque ha una certa familiarità con gli scritti gnostici di Nag Hammadi.

Nel nostro caso presente, sono – per ora – i soli dati che ci permettono una ragionevole spiegazione del titolo.

Più complesso e verosimile è l’esame di Gibbons – Bullard – Wisse e D.A.Bertrand.

Lo scritto, che come si è visto non è sethiano, presenta molti altri problemi e aspetti particolari, assai più importanti e nuovi per questa breve raccolta di testi.

Sostanzialmente il trattato consta di una lunga rivelazione di Gesù Cristo risorto ai suoi, cioè ai perfetti e incorruttibili, i gnostici, che qua e là ha l’apparenza di un dialogo;

ma è un’apparenza superficiale;

al di là  di  tale  apparenza  è  assai  più  importante la forma narrativa.

Composizione letteraria a nostro modo piuttosto eterogenea in quanto a volte è in prima persona («io»), a volte prevale la terza persona («egli», «il vero uomo»;
il «figlio della grandezza»).

In forma semplice questo trattato presenta la missione affidata a Gesù Cristo da una assemblea celeste, quindi la sua discesa quaggiù, il suo scontro con le potenze terrene, la sua apparente sconfitta con la crocifissione, e il suo ritorno nella pienezza.

Qua e là interrotto da brevi tratti innici, lo scritto termina col pressante invito del salvatore rivolto ai fedeli gnostici cristiani affinché seguitino a restare con lui:

«Fin dall’inizio io ero nel seno del Padre,

nel luogo dei figli della verità e della grandezza.

Entrate, dunque, nel luogo del riposo con me,

voi, miei amici spirituali ed eterni fratelli».

Cercando di penetrare meno imperfettamente in questo importante e singolare scritto, e accennando esclusivamente ad alcune linee più caratteristiche possiamo procedere come segue.

L’autore  dimostra  di  conoscere  bene  sia  l’Antico  sia il Nuovo Testamento  (i  Vangeli  sinottici,  la  letteratura giovannea  e  quella paolina) e ad essa attinge per l’esposizione della sua dottrina gnostica.

Letto  attentamente,  lo  scritto  costituisce  un  esempio di sottile interpretazione gnostica come ad es. il trattato su Melchisedec e il trattato sulla Interpretazione della gnosi –  E  tuttavia  se  ne  distingue  nettamente  su  tre punti caratterizzanti:

la polemica antigiudaica, la polemica contro la Grande Chiesa, il forte e chiaro docetismo.

Anzitutto è da ricordare come è presentata la venuta di Gesù Cristo quaggiù ;
e il nostro scritto lo dice espressamente:

«Col cuore puro dissi:

– Convochiamo  una chiesa (celeste)!

Visitiamo la sua creazione!
Mandiamo in essa qualcuno…» e nelle righe seguenti prosegue la mitica presentazione della sua discesa, più ricca di tratti mitologici,  ma sostanzialmente  concorde  ad  altri  scritti  dell’epoca (anche non chiaramente gnostici) come la Lettera  degli apostoli, ad es.:

«Quando  io,  dal  Padre  di  ogni  cosa,  ero  in  procinto  di scendere quaggiù  passai  attraverso  i cieli  e  assorbii  la  sapienza  del  Padre, assorbii la forza del suo potere.

«Mi trovai nei cieli, con gli arcangeli e gli angeli, passai attraverso la loro figura quasi fossi uno di loro, tra le dominazioni e le potestà;

li passai tutti avendo io la sapienza di colui che mi ha mandato.

Il capo supremo degli angeli, Michele, e Gabriele, Uriele e Raffaele mi hanno seguito fino al quinto firmamento, pensando in cuor loro ch’io fossi uno di loro.

Ma il Padre mi aveva dato il potere di questa natura.

In quel  giorno  ornai  gli arcangeli  di  una  voce meravigliosa affinché andassero presso l’altare del  Padre  per  servire  e  compiere  quel ministero fino al mio ritorno.

Ho fatto così per mezzo della sapienza della somiglianza.

«Io,  infatti,  divenni  tutto  in  ogni  cosa  per  potere  portare  a compimento le disposizioni del Padre… e la gloria di colui che mi ha mandato, e per fare ritorno a lui…

Io sono diventato angelo tra gli angeli, io sono diventato tutto in ogni cosa…

In quel giorno appunto, io presi la figura di Gabriele, apparvi a Maria e parlai con lei.

Il suo cuore mi accolse e lei credette;

io mi fermai ed entrai nel suo corpo;

mi incarnai, ma, all’infuori di me, non ebbi altri ministri per quanto si riferisce a Maria (alla quale apparsi) nelle sembianze dell’aspetto di un angelo:
io farò così dopo che sarò andato dal Padre»

Da questo testo e dal nostro scritto si comprende la radice di una sottile  polemica.

Gesù è  forse  l’anello  della catena della così detta «storia della salvezza» anticotestamentaria  ?

È forse figlio di Adamo ?

Ha forse parentele terrestri?

Certo no!

Egli quaggiù è Vuomo, il figlio dell’uomo  venuto in una piccola  dimora è forse un discendente di David?

Certo no!

Egli è l’uomo celeste, l’uomo divino;

non ha alcuna relazione con Abramo, con Seth, con David.

E tutto ciò è una delle radici della polemica seguente.

 

1.

Polemica antigiudaica e anticristiana.

Non si tratta di polemica direttamente o prevalentemente antigiudaica, bensì contro quella parte della tradizione assimilata, in grado diverso, dai giudeo-cristiani e dalla Grande Chiesa, prima  di  tutto accogliendo integralmente  l’Antico Testamento.

Questo tipo di polemica l’abbiamo più volte incontrata in altri testi, ma non sono gli unici.

Si tratta di una tradizione (quella ebraica e l’ecclesiastica da essa derivata) che nel migliore dei casi produce degli «psichici» legati alla «legge – ai peccati – alle opere – alla paura – alla condanna» ;

posizione  sintetizzata nell’espressione:

«Colui  che  non  ha  ancora accolto il Signore, è un ebreo», e nell’espressione riferita da Ireneo e attribuita al gnostico Saturnino:

«Cristo è venuto per la distruzione del Dio dei Giudei».

Ora nel nostro scritto questa polemica è approfondita ed esplicitata con chiare parole, più che in qualsiasi altro scritto di Nag Hammadi, :

«Oggetto di scherno fu Adamo, creato dalla ebdomade quale contraffazione del tipo di uomo…» creato dall’arconte o kosmocrator Jaldabaoth qual tipo del vero uomo cioè di Gesù Cristo.

E di qui l’elenco delle  grandi personalità ebraiche, dai patriarchi a Mosè, da  David  ai profeti, a  Giovanni Battista;

tutto  «ciò  che  essi avevano  era una dottrina data dagli  angeli»,  cioè  dai  figli di Jaldabaoth, «non hanno  mai  conosciuto   la   verità,  né   mai  la conosceranno».

2.

Polemica contro la Grande Chiesa.

Anche questa polemica ha una base largamente e più o meno sottilmente comune ai testi gnostici, ma non sempre appare con la stessa chiarezza.

Gli gnostici protestano di appartenere alla chiesa celeste
«Uno solo è colui che è e… tutti sono  uno.

Costoro saranno ammaestrati sulPuno  (il Padre), come lo fu la chiesa (celeste) e quelli che dimorano in lei»

«Questa è la vera e santa chiesa»

Una delle più gravi accuse  consiste  nella  reputazione  che  ha  la chiesa di quaggiù di credersi la vera e perfetta fraternità, cioè la vera chiesa  (celeste), inoltre  di  avere  «vescovi»  e  «diaconi»  quasi  che abbiano autorità da Dio, mentre sono canali secchi, invece di venerare e lodare il Padre, venera e loda il demiurgo;

la Grande Chiesa è, nel nostro trattato, una «scimiottatura» della vera chiesa, scimiottatura creata dagli arconti, perciò è oggetto di scherno come tutto l’Antico Testamento;

non ricerca, non indaga, è priva di intelligenza, è schiava;

«i ciechi sono sempre ottusi».

In un contesto molto simile al nostro leggiamo:

«alcuni credono di entrare nella fede ricevendo il battesimo, che essi chiamano sigillo, ignorando  che  seguono  la  strada del  mondo:

«il vero  battesimo  è qualcosa  di  diverso:

si  trova  nella  rinuncia al mondo;

ma quanti affermano di rinunciarvi solo con la lingua, sono bugiardi… Il figlio dell’uomo non battezzò nessuno dei suoi discepoli…» .

Ma nella polemica del nostro scritto, c’è ancora di più.

3.

Il  docetismo   che   significa, essenzialmente,   l’apparenza dell’incarnazione del Cristo e, in particolare, la pura apparenza della passione-morte-risurrezione di Gesù, negli scritti di Nag Hammadi è attestato piuttosto ampiamente.

Nel   trattato  su   Melchisedec   si   leggono   alcune  righe   che polemizzano  contro  quei  cristiani  che  negano l’incarnazione, la passione e la morte di Gesù Cristo:

«Verranno alcuni nel suo nome dicendo che egli non fu generato, sebbene egli sia stato generato;

che egli non ha mangiato, sebbene egli abbia mangiato;

che egli non ha bevuto, sebbene egli abbia bevuto, che egli fu incirconciso, sebbene egli  sia  stato  circonciso;

che egli era  incorporeo, sebbene egli sia venuto  nella  carne;

che  egli  non  ha  sofferto,  sebbene  egli  abbia sofferto;

che egli non è risorto dai morti, sebbene egli sia risorto dai morti».

Un testo del genere è certo antidoceta, ma – nel nostro caso, è contrario alla divinità di Gesù Cristo come tutta la corrente gnostica dei Molchisedechiani.

E questa è una delle molti correnti cristologiche dello gnosticismo.

Ed ecco qualche testo che illustra quanto si legge nel nostro:

«Colui che avete visto sull’albero (della croce) allegro e sorridente, questo è il Gesù vivente.

Mentre colui le cui mani e piedi furono inchiodate, è la sua parte carnale, il suo sostituto posto a vergogna, colui che venne come  sua  somiglianza»  ;

il testo  prosegue  spiegando  come  nella passione di Gesù ci fosse lui e il suo sostituto, come i nemici abbiano crocifisso un altro mentre egli – Gesù – vicino al sostituto «sorrideva della  loro  (dei nemici)  mancanza  di conoscenza, conscio  della  loro cecità»;

di qui l’eresia e l’errore di quanti predicano  la  fede  «in  un  uomo  morto» ,  cioè  della Grande Chiesa.

E nel VangVer:

«Perciò il misericordioso Gesù accettò i dolori… sapendo che la sua morte sarebbe stata vita per molti…

Egli fu inchiodato a un legno… fu umiliato fino alla morte, mentre lo rivestiva la  vita eterna.

Dopo  che  si  spogliò  dell’abito  perituro  si  rivestì dell’immortalità»;

ma appresso si legge:

«Gli ilici erano a lui (Gesù) estranei.

Essi non vedevano la sua reale somiglianza (cioè la sua vera natura).

Egli, infatti, venne in una carne apparente, senza alcun impedimento  alla sua venuta, poiché  incorruttibilità e  incoercibilità sono sue caratteristiche»

E i testi di questo genere, cioè sui molteplici aspetti della cristologia gnostica, sono piuttosto numerosi

Le  spiegazioni  non  sono  univoche,  ma  la professione  di  fede  gnostica  è  sostanzialmente  uguale:

«Il nostro illuminatore, Gesù, venne, e fu crocifisso e fu sepolto in una tomba e risorse dai morti… Fratelli, Gesù è  estraneo  a questa passione, mentre  noi abbiamo sofferto a motivo della  trasgressione  della  madre»  (cioè  di  Sofia).

Perciò egli (Gesù) fece tutto a somiglianza (di ciò che è) in noi

Una  breve  frase  degli  Insegnamenti  di  Silvano  può riassumere tutta questa  complessità cristologica del  gnosticismo:

«Anche  se  egli  (il Cristo)  è  nella  deficienza,  è  comunque  senza deficienza.

Anche se è stato generato, è comunque ingenerato.

Il Cristo è   così:

da  una   parte   è   comprensibile,   ma   dall’altra   egli   è incomprensibile nella sua vera natura»

Il nostro scritto si inserisce in questa serie di testi sulla cristologia gnostica in modo chiaro e caratteristico sotto due aspetti.

Nel primo è spiegato che non fu il Cristo a subire la morte in croce, ma una creatura degli arconti:

«Io non provai alcuna sofferenza…»;

«fu il loro padre colui che bevette il fiele e l’aceto…

Era un altro colui che portò la croce sulle spalle…

Era un altro colui sul cui capo fu posta la corona di spine».

Gesù era «nelle altezze» e rideva.

Questo testo così eloquente che contrappone il vero Gesù che ride durante la passione di una altra persona è da mettere in relazione al passo di Ireneo che tratta di Basilide e dei basilidiani:

«Gesù invece aveva assunto l’aspetto di Simone e stando lì vicino irrideva i crocifissori»

Ambedue gli aspetti convergono in una sferzante polemica contro la Grande  Chiesa,  contro  il suo  insegnamento  fatto  di  ignoranza,  di paura,   di   schiavitù,   di   cose   ridicole,   di   bugie   come   ad   es. «l’insegnamento di un uomo morto» (cioè la predicazione della morte redentiva  di  Gesù);

la  chiesa  stessa  è  una scimiottatura, una contraffazione, della vera chiesa celeste, quella degli gnostici, e i suoi membri sono «minorenni e ignoranti»

A questo punto ci si può domandare se è proprio vero che il docetismo  è  un derivato  dello  gnosticismo, o se  non sia piuttosto  un esame vario e approfondito della cristologia che condusse intellettuali cristiani al docetismo.

Quanto precede non esaurisce gli aspetti caratteristici di notevole importanza del presente scritto, ma ne manifesta l’estremo interesse.

Sebbene  sia  un  metodo  piuttosto  comune  additare  questi  scritti come  il  risultato  di  più  fonti,  mi  pare  che  il presente  si  debba considerare   un  trattato  unitario.

Certo  non  secondo  le  nostre metodologie bensì secondo la metodologia piuttosto libera di questi antichi scrittori che  al metodo  lineare  preferiscono quello circolare (come ad es.gli stessi scritti giovannei del Nuovo Testamento).

Questo incontro del Cristo risorto con i suoi fedeli, gli gnostici, ha l’aspetto di una omelia liturgica e in questo senso ho posto i sottotitoli.

Il tema generale è l’unione   tra  il salvatore e i suoi fratelli gnostici:

ambedue hanno origine dal regno della luce, nel quale ritorneranno, e si trovano in modo diverso sotto le inimicizie degli arconti e di tutto il loro mondo.

Nella prima parte dopo l’autopresentazione di Cristo risorto e la risposta degli gnostici, inizia la «vera» sua storia in quanto «figlio dell’uomo» e salvatore:

la sua dimora celeste, la decisione presa nella chiesa di lassù, la sua discesa verso i suoi fratelli quaggiù.

Si leggono  qui allusioni al mito  di Sofia e  al mito  della creazione  di Adamo da parte degli arconti:

allusioni comprensibili solo a patto di riportarsi ai testi precedenti.

In questa discesa di Gesù Cristo, Adonaios – che in altri testi è un arconte maligno – ha una parte buona o neutrale come quella di Sabaoth e del demiurgo valentiniano anch’egli ha fiducia nella salvezza.

La guerra che gli arconti e il loro mondo scatenò contro il Cristo non ebbe successo;

qui si legge il primo testo improntato al più chiaro docetismo, e la prima menzione della «camera nuziale» alla  quale  ritornerà  il Cristo  e  alla  quale  sono chiamati tutti gli gnostici.

La decisione a proposito della discesa del Cristo è  strettamente  legata  alla eliminazione del dominio  degli arconti quaggiù.

La seconda parte è sotto molti aspetti la più ricca di temi.

Ha il carattere di una perorazione morale nella quale è additato negli  gnostici  lo  stesso destino di Gesù Cristo:

«Eravamo odiati  e perseguitati non soltanto da coloro che sono ignoranti, ma anche da coloro che ritengono di promuovere il nome di Cristo, sebbene siano inconsapevolmente vuoti».

L’andatura è polemica sia contro la Grande Chiesa  sia  contro  l’Antico Testamento  (un marcionita  non avrebbe potuto scrivere meglio!

la sezione di acerba polemica, è seguita da un’altra più serena che riprende la vera storia di Gesù, sulla fratellanza, la  pace,  la  concordia  da  lui  apportata e  che deve regnare tra gli gnostici, ai quali sono  contrapposti  i «non vedenti»,  i seguaci  di Jaldabaoth, e si conclude con un breve tratto innico.

Conclusione
in una breve perorazione rivolta agli gnostici, Gesù li invita a guardare al futuro, e termina ancora con un passo  innico:

«Entrate,  dunque  nel  riposo  con me,  voi, miei  amici spirituali ed eterni fratelli».

Autopresentazione del Cristo

La grandezza  perfetta  riposa  nell’ineffabile luce, nella  verità della madre del tutto.

Io sono colui che è perfetto;

poiché sono unito a tutta la grandezza dello spirito – il quale è nostro compagno – e un compagno come lui non c’è – dopo ch’io pronunciai una parola a gloria del Padre nostro.

E voi tutti siete giunti a me a motivo di questa parola.

Gnostici

A causa della sua bontà, la parola che è in lui (ci ha dotato) di un pensiero  intramontabile.

(La  sua  bontà)  è  schiavitù,  poiché  «noi moriremo con Cristo», (dotati) di un intramontabile e incontaminato pensiero.

Un miracolo incomprensibile è il segno dell’acqua:
di esso non si può parlare.

Questa parola (deve essere detta) da noi.

Automanifestazione del Cristo

Io sono colui che è in voi, e voi siete in me;

come il Padre è in me [e in] voi.

Col cuore puro dissi (agli altri esseri celesti preesistenti):

– Convochiamo una chiesa!

Visitiamo la sua creazione!

Mandiamo in essa qualcuno, così come egli (Dio) visitò le ennoiai  che si trovano nelle regioni inferiori.

Allorché pronunciai queste  (parole)  davanti  all’intera  folla  della numerosa chiesa della esultante  grandezza, tutta la casa del Padre della verità se ne rallegrò.

È perché sono uno di loro, della loro sfera, che  diedi  il consiglio  in  merito  alle  ennoiai  emanate dallo  spirito incontaminato,  cioè  in  merito  alla  discesa  sull’acqua, nelle  regioni inferiori.

Tutti ebbero un’unica ennoia:

quella che procede dall’uno.

Designarono me, perché io ero pronto.

Venni per rivelare  la gloria (del padre) ai miei compagni e  agli spiriti miei compagni.

Poiché quelli che si trovavano nel mondo erano stati preparati per volere della nostra sorella Sofia – quella che è Prunikos a motivo della sua  ingenuità.

Essa  non era  stata  mandata  (per  questo),  né  (in proposito) aveva chiesto alcunché dal tutto, né dalla grandezza della chiesa (celeste), né dalla pienezza.

Era venuta prima, per preparare dimore e luoghi per il figlio della luce e i suoi collaboratori che essa trasse dagli elementi inferiori costruendo da essi dimore corporee;

ma, essendo  venuti all’esistenza in una  gloria vuota, finirono in distruzione nelle dimore nelle quali si trovavano, dato che erano state preparate da Sofia.

Essi erano pronti ad accogliere la parola vivificante a  proposito  dell’inneffabile  Monade  e  della grandezza  della  chiesa (celeste) di tutti coloro che sono perseveranti e di coloro che sono in me.

Entrai in una dimora corporea.

Scacciai quello che era in essa, e vi entrai io.

Tutta la folla degli arconti ne fu sconvolta.

Tutta la materia degli arconti e così pure le forze generate della terra   furono scosse allorché  videro  la somiglianza dell’immagine  (ilica):

infatti,  era mescolata.

Io sono colui che era in essa;

non rassomigliavo a quello che c’era prima.

Quello, infatti, era un uomo mondano.

Io invece, io sono dall’alto dei cieli.

A loro non nascosi neppure che sarei diventato un Cristo;

ma non mi manifestai loro con quell’amore che da me doveva sprigionarsi.

Io manifestai che sono straniero alle regioni inferiori.

Grande  apprensione,  smarrimento  e  fuga  prevalsero  nell’intero luogo cosmico;

e così fu pure del piano degli arconti.

Alcuni, tuttavia, si convinsero allorché videro i miracoli da me compiuti;

tutti coloro che erano discesi in basso con quella generazione, fuggirono da colui che era fuggito dal trono, (e andarono) verso la Sofia della speranza:

prima, infatti, lei aveva dato un segno, a nostro riguardo, e di tutti quelli che  sono  con me, coloro  cioè  che  sono  della generazione  di Adonaios.

Altri, invece, fuggirono perché dal cosmocrator e dai suoi era venuto su di me ogni (genere di) punizione;

si avverò una fuga del loro intelletto a proposito di ciò che dovevano decidere a mio riguardo:
pensavano, infatti, che lei (Sofia) fosse l’intera grandezza, e perciò adducevano una testimonianza falsa contro l’uomo e (contro) l’intera grandezza della chiesa (celeste).

Non era loro possibile conoscerla,  cioè  (conoscere)  il Padre  della verità, l’uomo della grandezza.

Ma costoro sono quelli che hanno rubato quel nome («uomo») per contaminarlo con l’ignoranza per consumare con un vaso che avevano preparato per la distruzione dell’Adamo che essi avevano creato per nascondere allo stesso modo quelli che sono loro.

Gli arconti, poi, appartenenti al luogo di Jaldabaoth, manifestano il regno degli angeli (planetari) – seguito dall’umanità – affinché noi si conosca l’uomo della verità.

A loro, infatti, era apparso l’Adamo che avevano formato.

Ma un moto di paura colpì tutta la loro (degli arconti)  dimora:

(temevano)  che  gli angeli, i quali li circondano  si ribellassero;

infatti,  senza  quelli  che  lodano  di  continuo,  essa  (la dimora) sarebbe andata in rovina e il loro arcangelo sarebbe rimasto svergognato.

Allora, dal cosmocrator, venne un grido rivolto agli angeli:
– Io sono dio, e all’infuori di me non ve n’è alcun altro -.

All’udire quel borioso vanto, io feci una allegra risata.

Ma egli aggiunse  ancora:

«Chi è l’uomo?».

Tutto l’esercito dei suoi angeli, alla vista di Adamo e della sua dimora, risero della sua (di Adamo) esiguità.

E così la loro (degli  angeli)  ennoia  fu  distolta  dalla  grandezza  del  cielo  – cioè dall’uomo della verità del quale avevano visto il nome – poiché era in una piccola dimora.

Sono essi che sono piccoli e insensati nel loro riso, cioè nella loro vuota ennoia.

Egli (l’uomo) era là allo scopo di scalzarli.

Tutta la grandezza della paternità dello  spirito  riposava nei suoi luoghi.

E sono proprio io che ero presso di lui.

Poiché io ho una ennoia dall’unica e identica emanazione (proveniente) dagli eterni e dalle inconoscibilità incontaminate e incommensurabili, deposi nel mondo la piccola ennoia, suscitando (tra loro) inquietudine e incutendo paura a tutta la folla degli angeli e al loro arconte.

A motivo della mia ennoia, io passai attraverso tutti, sebbene essi mi  combattessero  con  fuoco  e  fiamme.

Tutto  ciò  che  mi contrapposero  non  ebbe  successo.

Eccitazione  e  lotta   sorsero   attorno ai serafini e ai cherubini che stanno ai lati di Adonaios, non appena iniziarono  a sciogliersi la loro gloria e  la miscela e  la loro dimora, fino al cosmocrator e a colui che disse:

– Togliamolo di mezzo -;

altri (dissero) pure:

– Il piano (salvifico) di certo non riuscirà !

Adonaios,  infatti,  (se  ne  restò)  tranquillo  in  quanto  sperava  (nella salvezza):
egli mi conosce.

Io ero nelle fauci dei leoni.

Il loro piano su di me, al quale essi miravano, era dissolvere il loro errore e la loro insensatezza, io però non soccombetti a loro, come essi, invece, avevano progettato.

Io non  provai  alcuna  sofferenza.

Quelli  che  erano  là  mi condannarono (a  morte),  ma  in  realtà  io non  sono  morto,  bensì (soltanto) in apparenza, altrimenti  sarei stato svergognato da loro;

essi, infatti, sono parte di me stesso.

Allontanai da me la vergogna;

non ebbi paura di fronte a ciò che mi accadde nelle loro mani.

Ero in procinto  di  soccombere alla paura, sarei  divenuto  schiavo  della paura.

È (soltanto) secondo la loro vista e il loro pensiero che io ho sofferto, affinché  non  andasse  perduta  alcuna  parola,  a  loro riguardo.

Questa  mia  morte  che  essi  pensavano  fosse  avvenuta, (avvenne)  su di loro.

Nel loro errore e nella loro cecità, inchiodarono (sulla  croce)  il loro  uomo;

così lo  consegnarono  alla  morte.

I  loro pensieri non mi vedevano:

essi erano sordi e ciechi.

Facendo questo, essi  condannarono  se  stessi.

In  verità,  costoro  mi  videro   e punirono.

Non io, ma il loro  padre, fu colui che  bevette  il fiele  e l’aceto.

Non io fui percosso con la canna.

Era un altro colui che portò la croce sulle sue spalle, cioè Simone.

Era un altro colui sul cui capo fu posta la corona di spine.

Io, nelle altezze, mi divertivo di tutta (l’apparente) ricchezza degli arconti, del seme del loro errore, della loro boriosa gloria.

Ridevo della loro ignoranza.

Ridussi a schiavitù tutte le loro potenze.

Allorché io discendevo, nessuno,  infatti,  mi  vide.

Poiché  mutavo  i miei  aspetti  (esteriori), cambiando da una forma a un’altra forma.

Quando giunsi alle loro porte  assunsi  le  loro  somiglianze.

Le attraversai tranquillamente, guardai i  luoghi, ma non provai alcun timore né vergogna, perché ero incontaminato.

Parlai con loro (i prigionieri), mi mescolai con essi attraverso coloro che sono miei,  calpestai quanto li tormentava, e spensi  il fuoco  e  la  fiamma.

Tutto  ciò  lo feci  di  mia  volontà adempiendo il volere del Padre che è in alto.

Il figlio della grandezza, che si trovava nella regione inferiore, lo portammo lassù in quelle altezze ove io mi trovo da tutte le eternità, in quelle altezze che nessuno ha visto né conosciuto, lassù ove ha luogo lo sposalizio e la vestizione  dell’abito  nuziale,  abito  nuovo  e  non vecchio, (abito) che non si logora .

Quella infatti, ch’io ho manifestato è la nuova e perfetta camera nuziale celeste a tre locali.

Mistero incontaminato (che si realizza) nello  spirito  dell’eòne  che  è  senza  fine,  non  frammentario,  né descrivibile:

è, invece, indivisibile, universale e duraturo.

Poiché  l’anima  che  viene  dall’alto,  non  può  parlare  sotto  (il dominio  dell’) errore  che  signoreggia  quaggiù, né  può  sfuggire  da questo eòne;

ne sarà tratta (soltanto) allorché sarà libera e, in questo mondo, avrà fatto uso della sua nobile origine, stando davanti al Padre instancabilmente e senza paura, sempre unita all’intelletto, affidata alla forza di un prototipo.

Guarderanno a me da ogni parte, senza odio.

Poiché mi vedono, saranno visti;

sono uniti a me, e vi è unione tra di loro;

(da loro) non fui umiliato, essi non furono umiliati (da me);

davanti a loro non ebbi alcuna  paura,  essi  non  ebbero  alcuna  paura    davanti   a  me.

Passeranno senza paura attraverso ogni porta e saranno perfetti nella terza gloria.

Il mondo non accolse la mia ascesa nell’altezza rivelata, il mio terzo battesimo in una immagine manifesta.

Quando essi fuggirono dalla fiamma delle sette potenze, e tramontò il sole delle forze degli arconti,  furono  avvolti  nelle  tenebre.

E  il mondo  divenne  povero allorché  egli  fu  trattenuto  da una  moltitudine  di  catene.

Essi  lo inchiodarono all’albero, lo fissarono con quattro chiodi di bronzo.

Con le sue mani, egli strappò il velo del suo tempio.

Un fremito assalì  il caos della terra, poiché le anime che si trovavano laggiù nel sonno erano state liberate;

si erano alzate e camminavano apertamente qua e là,  dopo  avere   deposto  nelle  tombe  morte  lo zelo  insensato e l’ignoranza, ed    essersi  rivestite  dell’uomo nuovo,  avendo  esse riconosciuto quel perfetto, beato (figlio) dell’eterno e incomprensibile Padre e della luce infinita, che sono io.

Allorché io venni  dai miei e li unii a me stesso, essi si unirono a me senza bisogno di molte parole.

La nostra ennoia era, infatti, con la loro ennoia.

Perciò compresero tutto quanto io dicevo.

Noi, infatti, prendemmo la decisione di eliminare gli arconti.

In conformità di ciò, io eseguì il volere del Padre, cioè io – il figlio del Padre – insieme al mio seguito.

Lasciata la nostra dimora,   siamo  discesi in questo  mondo:

in questo mondo abitavamo nei corpi.

Eravamo   odiati e perseguitati non soltanto da coloro che sono ignoranti, ma anche da coloro che ritengono   di  promuovere  il  nome   di  Cristo,   sebbene   siano inconsapevolmente vuoti:
simili a muti animali, non sanno essi stessi chi sono.

Perseguitavano, pieni di odio, anche coloro che erano stati liberati da me:

quando la porta sarà chiusa,  costoro piangeranno con inutili sospiri;

infatti, questi non mi hanno conosciuto pienamente, e furono, invece, servi di due e più padroni.

Sì, voi sarete vittoriosi nella guerra, nelle lotte e nelle divisioni causate da invidia e da rabbia.

 

Confessione del gnostico

Sì, nella integrità del nostro amore noi siamo innocenti, puri e buoni, poiché abbiamo il ricordo del Padre in un mistero ineffabile.

Sezione polemica

Sì, era una cosa ridicola!

Lo attesto io, era proprio una cosa ridicola.

Non riconoscendo che (la gnosi) è una inesprimibile unione – quale si trova  unicamente  tra  i figli della  luce  -,  gli  arconti crearono una scimiottatura di  voi;

diffusero  l’insegnamento    di  un  morto  e  (le corrispondenti)  bugie,  per  contraffare  la  libertà  e  la  purezza  della chiesa  dei  perfetti   e  ucciderla  con  il loro  insegnamento,  per (estendere)  la paura  e  la  schiavitù, preoccupazioni terrene e culti abbandonati:

minorenni e  ignoranti,  non  accettano  la  nobile discendenza dalla verità, poiché odiano colui nel quale sono, e amano colui nel quale non sono.

Essi, infatti, non hanno afferrato la grandezza della gnosi, che ha origine   dall’alto,  dalla  fonte  della  verità,  e  non  dalla  schiavitù, dall’invidia, dalla paura, e dall’amore verso la materia terrena .

Perciò costoro, senza paura e liberamente, si servono di ciò che appartiene a loro e di ciò che a loro non appartiene;

non bramano il potere, e una legge interiore determina ciò che essi vorranno.

Mentre quelli che non la possiedono sono poveri.

Sì, sono poveri quelli che non l’hanno, e quelli che desiderano averla.

E costoro seducono quanti si trovano tra loro  dandosi l’apparenza  di coloro  che, in verità, possiedono  la libertà, (proprio) come se noi fossimo condotti sotto il giogo e nella necessità dell’osservanza (della legge) e ci trovassimo sotto la paura (di Dio).

Mentre uno  è nella schiavitù, l’altro sarà difeso da Dio e guidato per mezzo di una valida costrizione e sotto minaccia, tutto il nobile seme della paternità non ha bisogno di alcuna custodia in quanto esso stesso – senza parola e  senza costrizione  – difende  ciò che  gli appartiene e unisce la sua volontà a quella dell’assoluta ennoia della paternità;

cosicché questa sarà perfetta nel santo e ineffabile mistero per  opera  dell’acqua viva, affinché  siate  saggi  l’un  l’altro,  non soltanto nell’ascolto della parola, ma nell’esecuzione e nel compimento della parola!

I perfetti, infatti, devono disporsi in tal modo e unirsi a me in buona amicizia, affinché non abbiano  nulla  in  comune  con  qualsiasi inimicizia.

Io ho compiuto ogni cosa per opera di colui che è buono.

Questa è l’unione con la verità, affinché non sorga tra loro qualche avversario.

Chiunque  porta  divisione  – portando  divisione  non insegna saggezza e non è un amico – è nemico di tutti loro.

Ma colui che vive in armonia e amicizia di amore fraterno, in modo naturale e non  artificioso,  completamente  e  non  in  modo  parziale,  costui  è veramente nel volere del padre, è l’amore universale e perfetto.

Oggetto  di  scherno  fu  Adamo,  creato  dalla  ebdomade  quale contraffazione  del  tipo  di  uomo:
quasi  che  egli  (con  ciò)  fosse superiore a me e ai miei fratelli;

noi che siamo innocenti davanti a lui e non abbiamo peccato.

Oggetto di scherno fu anche Abramo – e con lui Isacco e Giacobbe -, in  quanto  dalla  ebdomade  – quale  contraffazione  -furono  detti  «i padri»:

quasi che  egli (con ciò)  fosse  superiore a  me  e  ai miei fratelli;

noi che siamo innocenti davanti a lui e non abbiamo peccato.

Oggetto di scherno fu David in quanto, per influsso della ebdomade, suo figlio fu detto «il figlio dell’uomo»:

quasi che egli (con ciò) fosse superiore a me e ai compagni della mia stirpe;

noi che siamo innocenti davanti a lui e non abbiamo peccato.

Oggetto di scherno fu Salomone, in quanto egli – diventato vanesio per influsso dell’ebdomade – credette di essere un Cristo:

quasi che egli (con ciò) fosse superiore a me e ai miei fratelli;

noi che siamo innocenti davanti a lui e non abbiamo peccato.

Oggetto di scherno furono i dodici profeti in quanto, per influsso, dell’ebdomade, essi che sono contraffazioni, si presentarono come imitazioni dei veri profeti:

quasi che egli (con ciò) fosse superiore a me e ai miei fratelli;

noi che davanti a lui siamo innocenti e non abbiamo peccato.

Oggetto  di  scherno  fu  Mosè,  servo  fedele,  secondo  un’empia testimonianza,  il  quale fu  detto  «amico (di  Dio)»:

né  egli  mi conobbe né quanti furono prima di lui.

Da Adamo fino a Mosè e Giovanni Battista, nessuno ha conosciuto me né i miei fratelli.

(Tutto) ciò che essi avevano  era una dottrina data  dagli  angeli  concernente  prescrizioni sui  cibi,  e  una  dura schiavitù.

Non hanno mai conosciuto la verità, né mai la conosceranno.

Un grave inganno pesa, infatti, sul loro animo sicché non si trovano mai nella condizione di scoprire e riconoscere l’intelligenza della libertà,  fino  a  quando  riconosceranno  il  (vero)  figlio dell’uomo.

A motivo del Padre mio, io sono colui che il mondo non riconobbe;

e, per questo, esso (il mondo) insorse contro di me e contro i miei fratelli.

Ma noi davanti a lui siamo innocenti;

non abbiamo peccato.

Oggetto di scherno fu l’arconte, poiché disse:

«Io sono dio e non v’è alcuno più grande di me.

Io solo sono il Padre, il signore, e non v’è alcun altro  all’infuori  di  me.

Io sono  un dio  geloso,  colui  che addossa i peccati dei padri sui figli fino a tre e quattro generazioni».

Quasi che egli fosse più grande di me e dei miei fratelli.

Ma noi siamo innocenti  davanti  a  lui  e  non abbiamo  peccato.

E  così  abbiamo superato la sua dottrina.

Egli, infatti, era intento a presuntuosa gloria.

Non è in armonia col nostro Padre, e così abbiamo neutralizzato la sua dottrina  per  mezzo  della  nostra  amicizia:

egli infatti è gonfio di presuntuosa gloria, e  non è  in armonia col nostro Padre.

Sì, fu un oggetto di scherno, un giudizio  e una falsa la profezia !

O voi non vedenti, voi non vedete la vostra cecità!

(Io), infatti, sono colui che non fu riconosciuto, né mai è riconosciuto o compreso, (colui) sul quale non si volle udire un messaggio sicuro.

Perciò procedettero a un giudizio  illusorio, e contro di lui alzarono mani contaminate e omicide:
quasi a battere il vento.

Gli insensati e i ciechi sono sempre ottusi, sempre schiavi della legge e della paura terrena.

Io sono Cristo, il figlio dell’uomo, che da voi proviene, che è tra voi.

Per voi io sono oltraggiato, affinché voi stessi dimentichiate ciò che separa.

Non diventate femmine, affinché non partoriate malvagità insieme ai suoi fratelli:

invidia e divisione, collera e furore, paura e dubbio, meschina e inutile brama.

Ma per voi io sono un ineffabile mistero.

Sezione narrativa

Dunque:
prima  della  fondazione  del  mondo,  quando  sui  luoghi dell’ogdoade si radunò la moltitudine della chiesa (celeste), quando tennero  consiglio in merito a un  matrimonio spirituale, cioè una unione,  esso  (il matrimonio)  fu compiuto  così  (spiritualmente)  nei luoghi  ineffabili  per  mezzo  di  una  parola  viva;

il matrimonio incontaminato fu consumato attraverso la mediazione di Gesù il quale abita  in tutti loro  e  li possiede, egli che  dimora in un efficace indiviso amore.

Questo, che lo circonda, gli si manifesta come  una monade di tutti, (come) madre e padre.

Egli (Gesù) è uno e si avvicina a tutti, egli solo è irradiato di pieno splendore,  emanato  come  vita  dal  Padre  dell’ineffabile  e  perfetta verità, e come la luce  di quanti ivi si trovano;

egli è il fondamento della  pace,  amico  per  (le  persone)  buone  ,  vita eterna  e  gioia incontaminata,  grande  accordo  di  vita  e  di  fede  per  mezzo  della manifestazione della paternità e della maternità, della fratellanza e della sorellanza, e della sapienza spirituale.

Essi conseguirono una  intelligenza vasta, che si  estenderà  in esultante  riunificazione,  leale  e  fedele, all’ascolto di  uno  (solo).

Questo  è  il mistero   del  conseguimento della paternità,  della maternità,  della  spirituale fratellanza  e  della  sapienza.

Questo  è  il matrimonio della verità;

questa è l’assunzione del riposo immortale per opera di uno spirito di verità in ogni intelligenza;

(questo) è il conseguimento della luce perfetta in un mistero ineffabile.

Ma ciò non è, e non si realizzerà in noi – in alcuna regione né in alcun luogo – se vi è divisione o rottura della pace, ma è (solo) nell’unione e nel reciproco amore che tutti sono perfetti in colui che è, dopo che esso (l’amore) si realizzò, anche nei luoghi che sono al di sotto del cielo, per la loro riconciliazione.

Cristo, i suoi, e gli altri

Coloro che mi hanno riconosciuto con cuore integro e indiviso, e coloro che vissero a onore del Padre e della verità, una volta separati (dal mondo) prendono dimora nell’uno per mezzo della parola viva.

Io sono nello spirito e nella verità della maternità;

in quel luogo (cioè nel mondo)  mi  trovavo  tra  coloro  che  sono  sempre  uniti  in  una amicizia da amici e ignorano qualsiasi genere di inimicizia e cattiveria, bensì – avendomi conosciuto per mezzo della parola – sono uniti in una pace che, nella sua pienezza, si trova in ognuno e in tutti.

Coloro che furono formati secondo la mia immagine , riceveranno forma secondo la mia parola.

In verità costoro splenderanno nella luce eterna e nella reciproca amicizia nello spirito, dopo che avranno riconosciuto, sotto ogni aspetto e con cuore indiviso, che uno solo è colui che è e che tutti sono uno.

Costoro saranno ammaestrati sull’uno, come (lo fu) la chiesa (celeste) e quelli che dimorano in lei.

Il Padre  di  tutti,  infatti,  è  incommensurabile  e  immutabile;

è intelligenza  e  parola,  senza  divisione,  senza  gelosia  e  senza fiamma.

Egli è assolutamente uno, è presso tutti come la totalità, in un’unica dottrina, poiché tutti esistono per opera di un unico spirito.

O voi non-vedenti, perché non avete riconosciuto il mistero nella verità?

Ma gli arconti del seguito di Jaldabaoth disobbedirono a motivo dell’ennoia  discesa  a  lui da sua  sorella, Sofia.

Essi si crearono  una unione con quanti si trovavano con essi nella miscela nuvolosa di fuoco, — che era la loro gelosia —, con l’ausilio di altri da loro stessi prodotti per mezzo delle loro creature, quasi che in tal modo avessero potuto estinguere  la  nobile  gioia  della  chiesa  (celeste).

Essi  perciò manifestarono una miscela di ignoranza in una contraffazione di fuoco, di terra e di spirito micidiale:

sono, infatti, miseri e sprovveduti, senza conoscenza.

Quando osavano agire così, ignoravano che la luce si unisce (soltanto) alla luce, e le tenebre alle tenebre e l’impuro al transitorio e l’eterno all’incontaminato.

Questi (insegnamenti) ve li ho comunicati io Gesù Cristo, il figlio dell’uomo, colui che troneggia nei cieli.

O voi perfetti e voi incorruttibili, a motivo del mistero perfetto, incorruttibile,  e ineffabile, (ve  li ho  comunicati) per ricordare che prima  della  creazione  del  mondo abbiamo  deciso  che  allorquando usciamo dai luoghi del mondo, ci facciamo riconoscere con quei simboli dell’incorruzione (provenienti) dalla unione spirituale.

Voi, lui (il padre) non lo conoscete, perché siete coperti dall’ombra della nuvola carnale.

Io solo sono l’amico di Sofia.

Fin dall’inizio io ero nel seno del Padre, nel luogo dei figli della verità e della grandezza.

Entrate, dunque, nel riposo con me, voi, miei amici spirituali ed eterni fratelli!

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