Simone Mago

SIMONE MAGO.

I così detti «eresiologi», cioè gli scrittori cristiani su menzionati, sono tutti concordi nel additare Simone Mago come il padre delle eresie e il primo maestro gnostico.

Simone Mago era già famoso nell’epoca apostolica fin dalla prima diffusione del Cristianesimo, come attesta Luca che, nel libro degli Atti degli Apostoli gli dedica uno  spazio notevole.

Allorché il diacono Filippo predicava Cristo in Samaria «nella città c’era un certo Simone, che esercitava la magia, sbalordiva il popolo della Samaria e si spacciava per un gran personaggio.

A lui aderivano tutti, grandi e piccoli, dicendo: “Costui è la Potenza di Dio, quella chiamata Grande”. Aderivano  a  lui perché da molto tempo li aveva storditi con le sue magie.

Ma quando presero a credere a Filippo che evangelizzava il Regno di Dio e il nome  di Gesù Cristo, si battezzarono l’uno  dopo l’altro,  uomini e donne.

Anche Simone abbracciò la fede: fattosi battezzare si teneva continuamente a fianco di Filippo e, osservando i segni e i miracoli grandi  che  si  compivano, rimaneva  stupefatto.

Gli apostoli, che si trovavano a Gerusalemme, inviarono Pietro e Giovanni affinché i nuovi credenti di Samaria ricevessero lo Spirito santo: «… imposero le mani a uno a uno e così essi ricevevano lo Spirito santo.

Simone, quando  vide che  mediante  l’imposizione  delle mani  degli apostoli veniva dato lo Spirito santo, offrì loro del denaro, dicendo: – Date anche a me questo potere di conferire lo Spirito santo a chiunque imporrò le mani –.

Pietro gli rispose: – Alla perdizione tu e il tuo denaro! poiché hai creduto di ottenere il dono di Dio con il denaro.

Non c’è per te porzione né parte in questa materia, dal momento che il tuo cuore non è retto davanti a Dio.

Péntiti del tuo malvagio progetto e prega il Signore Gesù che perdoni possibilmente il pensiero della tua mente, perché io ti vedo nell’amarezza del fiele e nei lacci d’iniquità–.

Rispose Simone: – Pregate voi per me il Signore che nulla mi accada di quanto mi avete detto –». 

Lo spazio che Luca ha riservato a Simone è inusuale.

Il filosofo pagano Celso, intorno  alla fine del 11 secolo descrive brevemente la situazione religiosa della Siria-Palestina – da lui direttamente constatata – con un quadro che doveva essere molto simile al periodo che ci interessa:  «Vi sono parecchi uomini… che molto facilmente… nei templi e fuori dei templi… si agitano come se pronunciassero oracoli.

Per ciascuno di costoro la frase più alla mano e ripetuta è questa: lo sono dio, o il figlio di dio, o lo Spirito divino.

Ecco, io sono venuto: il mondo, infatti, si avvia alla distruzione, e voi, o uomini, per le vostre ingiustizie andate alla perdizione.

Ma io ho intenzione di salvarvi; e voi mi vedrete di nuovo tornare con la potenza celeste.

Beato colui che mi venera quest’oggi!

A tutti gli altri invierò il fuoco eterno, e alle loro città e alle  loro  campagne…;  …   quelli che  saranno  da  me  persuasi,  io  li  proteggerò  per l’eternità».

Il filosofo e martire Giustino (m. nel 165 circa), conterraneo di Simone, ci tramandò altre informazioni: questo era samaritano (non greco come Giustino), nativo  del villaggio di Ghitton; fu ritenuto  dio anche  a Roma, dopo che «tutti i Samaritani» lo avevano adorato riconoscendo in lui «il primo dio». Non v’è dubbio che la statua (che gli sarebbe stata eretta in Roma) e l’iscrizione, cui si riferisce Giustino, in questo stesso testo, non si riferivano a Simone Mago; tra l’altro, di questa statua non parla neppure il testo Vercellese degli Atti di Pietro, scritti intorno al 180-90; a una statua di lui e di Elena si riferisce Ireneo, ma non in Roma bensì come venerata dai seguaci.

A Simone è invece congiunta «una certa Elena che allora lo accompagnava sempre nei suoi viaggi e che prima stava in un bordello e che i Samaritani chiamavano primo pensiero emesso da lui» 

Ireneo specifica meglio la figura di Elena: Simone affermava che lei «era il primo pensiero della sua mente, la madre di tutti», pensiero per mezzo del quale aveva deliberato la creazione di angeli e arcangeli.

«Infatti, questo pensiero, venendo fuori da lui e conoscendo il volere di suo padre, è sceso in basso e ha generato gli angeli e le potenze» dai quali, secondo Simone, è «stato creato questo mondo» ; dopo avere proceduto alla generazione di questi esseri, che a loro volta crearono il mondo, il primo pensiero (Elena) «per invidia» fu trattenuto quaggiù non volendo essi essere considerati «progenie di alcun altro»: ignoravano  l’esistenza  della «Grande Potenza», cioè di Simone.

Le potenze emesse dal primo pensiero non solo lo trattennero  quaggiù, ma gli inflissero «ogni genere di offese, affinché non tornasse su da suo padre», fino al punto da rinchiuderlo «in un corpo umano e durante i secoli trasmigrò da un involucro all’altro  in diversi corpi femminili»; soffrendo e trasmigrando di corpo in corpo, finì per fare «la prostituta in un  bordello».

Perciò la «Grande Potenza» discese per assumere a sé lei (l’En-noia – Elena = «primo pensiero» è femminile) per  prima  e  liberarla  dalle  catene;  e  agli uomini  egli accordò la conoscenza di se stessi.

«Gli angeli governavano male il mondo perché ognuno voleva la supremazia, perciò egli venne per ristabilire le cose in ordine.

Discese trasfigurato, fattosi simile alle virtù, alle potenze, e agli angeli, per potere apparire tra gli uomini come un uomo, sebbene egli non fosse un uomo; si è creduto che egli abbia patito in Giudea, mentre egli non ha patito»,

Le profezie enunciate dai profeti erano ispirate dagli angeli creatori del mondo.

Perciò tutti coloro che hanno posto la propria speranza in lui (Simone) e in Elena (Ennoia) non si danno più cura di loro (angeli e profeti): sono liberi e fanno ciò che vogliono.

Gli uomini sono salvati dalla sua grazia, non per le opere giuste; non ci sono opere giuste per natura, ma soltanto (opere giuste) accidentalmente, cioè in quanto conformi a quanto avevano stabilito gli angeli creatori  che  con i  loro  precetti  ridussero  gli uomini  in schiavitù.

Il mondo sarà distrutto, ma quanti  sono in esso saranno liberati dal potere di coloro che lo hanno fatto.

Ireneo passa poi a parlare della vita scostumata dei sacerdoti e dei seguaci di Simone: sono dediti alla magia, incantesimi, filtri e canti erotici, ecc.

Simone non era un pagano, ma un Samaritano e le sue radici erano dunque  ebraiche.

Già  all’epoca  apostolica godeva di  grande  fama religiosa nella sua regione; la denominazione di «Grande Potenza» divina lo caratterizza bene nell’ambiente sincretista nel quale è inquadrato.

Che il suo pensiero fosse gnostico lo attestano i passi su riferiti, ad es.:

1. Lo sdoppiamento della «Grande Potenza» con il suo pensiero (Ennoia – Elena);

2.  L’involontaria   caduta  o  decadenza  (seppure  senza  colpa) dell’Ennoia, principio divino nel mondo;

3. La creazione del mondo a opera degli angeli che poi trattengono, incatenano, il principio divino che li aveva generati;

4. L’ignoranza  e l’orgoglio di questi creatori del mondo;

5. La lotta degli angeli tra loro per la supremazia sul mondo;

6. Il tema della discesa del salvatore dal cielo mediante trasfigurazioni per non venire riconosciuto lungo il tragitto;

7. La apparenza delle sofferenze del salvatore; ma v’è di più:

8. La vicenda di Ennoia – Elena (facile argomento di discredito) è in realtà un chiaro preludio della scintilla divina degradata e prigioniera, e di Sofìa (cfr., ad es., il «Canto della Perla»);

9. Il mondo, creazione degli angeli (cattivi), sarà distrutto mentre gli uomini, che credono in Simone, saranno liberati dal potere di quelli che lo hanno creato;

10. In fine, l’affermazione  di Ireneo secondo la quale Simone asseriva di essere «la Grandissima Potenza, cioè il padre che è al di sopra di tutto, colui che è invocato dagli uomini, qualunque siano i  nomi  sotto  i  quali  lo  invocano», è  un  altro  chiaro  aspetto  del sincretismo gnostico.

Il testo secondo il quale Simone avrebbe insegnato che fra i Giudei egli apparve come Figlio, in Samaria come Padre, e alle altre genti come Spirito santo desta il sospetto di una aggiunta cristiana, anche se gli fa eco Cirillo di Gerusalemme secondo il quale Simone avrebbe insegnato che «egli apparve sul monte Sinai come Padre, in seguito apparve ai Giudei, non in carne – ma in apparenza –, come Cristo Gesù, poi fu mandato come Spirito santo, il Paraclito che era stato promesso dal Cristo» (Catech., VI, 14).

Se ciò fosse vero, avremmo in Simone anche la più antica attestazione di una dottrina trinitaria  da parte  gnostica, dottrina  sulla quale si cimentarono poi varie scuole gnostiche; non solo, ma avremmo un  incontro  con la triplice incarnazione  del cosiddetto «Hermes Tri-ghenethlios» prototipo  dello gnostico; in un  testo  gnostico (il Trattato  gnostico senza titolo del codice Brucianus) leggiamo: la madre invocò la potenza infinita che sta con l’eòne nascosto del padre e appartiene alle potenze della gloria, e dalle glorie è detta trighénethlos, cioè generata tre  volte, ed è pure detta trighenes  (nata  tre  volte)  e  ancora  è  detta  Hermes».

Dato  questo  singolare  accordo  (colui che  sta,  potenza  infinita, triplice  manifestazione), non  sarebbe  improbabile applicazione a Simone della triplice manifestazione di Hermes, e considerare tardive le colorazioni cristiane, né più né meno del cenno di Ireneo che addita in Elena l’evangelica «pecora smarrita»

Nella dottrina gnostica di Simone, non si riscontra nulla di cristiano, tutto è piuttosto giudaico ed ellenistico.

Quanto  Ireneo  e  Ippolito affermano  a  proposito  delle  relazioni sessuali  e  condotta  sessuale  indiscriminata  di  Simone, additando proprio «l’amore perfetto e il santo dei santi», è tutto soggetto a cauzione.

Sulla fine di Simone e sulle sue relazioni con l’apostolo Pietro, oltre alla letteratura delle Pseudo-Clementine, abbiamo i già citati Atti di Vercelli   che   sono   leggendari;   qui   tuttavia   leggiamo  un   testo interessante in quanto  per certe espressioni si collega a quanto  già visto e a ciò che seguirà, confermando così una tradizione che si può ritenere sicura.

Simone si rivolge alla folla con queste parole: «Uomini romani, sembra che voi attribuiate a Pietro una superiorità su di me, quasi  che  sia  potente  e  gli  prestate  maggiore  attenzione.  

Voi vi ingannate.

Domani vi abbandonerò, uomini atei ed empi, e volerò verso  Dio  del  quale  sono  la  forza, sebbene sia  diventato  debole.

Mentre voi siete caduti, io sto dritto e ritorno verso mio padre e gli dirò:  – Hanno tentato di fare cadere anche me, tuo figlio che stavo dritto, ma non mi sono lasciato travolgere da loro, e sono ritornato in me stesso» 

A parte la persona e l’attività di Dositeo, Menandro   è   presentato   come   il   successore  di   Simone;   anch’egli «samaritano  di razza» condivideva le  idee  del maestro, ma  se  ne discostava su tre punti:

1.  La  «prima  potenza»  è  sconosciuta  a  tutti   (tema  molto sviluppato, come si vedrà, nello gnosticismo);

2. Egli era il «salvatore» mandato per la salvezza degli uomini;

3. Il «battesimo conferito nel suo nome» preservava l’uomo dalla vecchiaia e dalla morte.

Negli  anni   244-49, quando   Origene,  a   Cesarea  di  Palestina, componeva il Contro Celso, i seguaci di Simone erano pochissimi: «… non si riuscirebbe a racimolare un numero di Simoniani maggiore di una  trentina…»;  ma le idee di Simone non erano estranee  al tempo e all’ambiente  dei quali egli era figlio e, anche indipendentemente da lui, ne constatiamo sviluppi e specificazioni di ogni genere.

Ippolito tratta con notevole estensione di Simone Mago: nella prima parte  riproduce,  senza  originalità,  la  leggenda  di  Simone  ;  nella seconda parte Ippolito riferisce alla lettera (a quanto pare) un certo numero di passi piuttosto estesi e dà un’ampia sintesi del restante testo di un’opera  dal titolo Apóphasis megàle (o Grande Rivelazione) che egli attribuisce espressamente a Simone Mago. Si tratta sostanzialmente di una cosmogonia rivolta a una soteriologia (creazione del mondo, creazione dell’uomo, dio prima della creazione); siccome le due creazioni si esplicano per opera dell’azione dello spirito, lo scritto potrebbe intitolarsi «l’evoluzione creatrice dello spirito».

Il testo così come lo ha tramandato Ippolito è per noi troppo monco, disordinato e discusso; in particolare non è chiaro a tutti gli studiosi il metodo seguito da Ippolito nel riferire il contenuto dell’opera: aveva sotto gli occhi la stessa opera o piuttosto una parafrasi, un commento su di essa? Estraendo da  Ippolito le  linee essenziali del testo  che riferisce, o sul quale si basa, e riducendo al minimo il sincretismo filosofico e Pallegorismo biblico (soprattutto dei primi capitoli della Genesi), i dati caratteristici si possono sintetizzare come segue:

1. Principio di tutte le cose è il fuoco la cui natura è duplice: una visibile, l’altra invisibile; questo fuoco è la Potenza infinita, cioè «colui che sta che stette e che starà dritto»: «il mondo generato proviene dal fuoco ingenerato». Dal fuoco trassero origine sei «radici» congiunte in tre coppie: intelletto e pensiero , voce e nome, ragione e riflessione, che sono diverse manifestazioni dell’unico  principio; «in queste sei radici si trova  la Potenza infinita, ma si trova in potenza, non in atto» ; se dalla potenza passa all’atto e «diventa immagine», diverrà «identica alla Potenza ingenerata» ; se «resta soltanto in potenza e non diventa immagine, viene distrutta e scompare»;

2. Con evidente relazione alla creazione del mondo, le sei radici sono identificate così: intelletto e pensiero = cielo e terra (nello spazio intermedio c’è il «padre che tiene tutto e nutre gli esseri che hanno inizio e fine; voce e nome = sole e luna; ragione e riflessione = aria  e acqua: «in tutti… è mescolata e combinata insieme la grande Potenza, l’infinita, colui che sta dritto. Tutto, infatti, nel mondo è diretto alla maturazione del «frutto» (cioè dell’immagine) ed è in sua funzione: «il tronco (di un albero come corteccia e foglie) non è nato per sé ma per il frutto» il quale «allorché diventa immagine e prende la sua forma, è collocato nel deposito»;

3. Una  settima  «radice» o  Potenza «si trova  nella  Potenza infinita ed è nata prima di tutti i tempi»: è il Logos-Io Spirito; planava sulle acque primordiali, e a sua immagine fu fatto l’uomo; Dio col fango, preso dalla terra, non ha creato l’uomo semplice, ma duplice: secondo l’immagine ( = aspetto divino) e la somiglianza ( = aspetto corporeo); ma se egli «non diventa immagine, sarà annientato insieme col mondo, essendo rimasto soltanto in potenza, e non essendo diventato in atto;… se invece diventa immagine e nasce da un punto indivisibile, il  piccolo  diventerà  grande,  e  il  grande  esisterà  per l’infinita e immutabile eternità, non più soggetto al divenire» ;

4. La settima Potenza è il principio divino immanente nel mondo: «elemento beato e incorruttibile, si trova nascosto in ogni uomo in potenza, non in atto; è «colui che sta stette e starà beato; sta dritto in alto nella Potenza ingenerata; sta dritto in basso nello scorrere delle acque, generato in immagine; starà dritto  in alto presso la Potenza beata  infinita, se diventerà  immagine»; l’elemento   divino immanente nell’uomo è così presentato a un triplice livello: nell’immanenza della Potenza divina (colui che sta), nella sua condizione terrestre  (colui che stette), nella sua condizione perfetta (colui che starà).

Si realizza in tal modo l’identificazione, la consustanzialità dello gnostico con la settima Potenza sicché egli può asserire: «– Io e tu ( = settima Potenza) siamo una cosa sola.

Tu davanti a me, io dopo di te –; unica Potenza divisa in alto e in basso, che genera se stessa, aumenta se stessa, trova se stessa, che di se stessa è madre padre… unità, radice del tutto».

Nonostante  alcune  difficoltà  di  interpretazione  (dovute,  a  mio parere, al modo con cui è riportato questo importante testo), si sente molto più di una eco del pensiero gnostico di Simone e – di fronte ai molti testi gnostici che oggi conosciamo – si ha la netta impressione di trovarci davanti a un testo antichissimo.

Chiari influssi di ermetismo, di Filone Alessandrino, di correnti filosofiche e di poeti greci (dei quali sono riportati tratti) sono dati piuttosto comuni ad altri testi gnostici.

Sono invece da rilevare alcuni aspetti che lo distinguono da questi:

1. Una serie di temi gnostici spesso solo abbozzati e incompleti, ma che vedremo sviluppati nelle  altre scuole;

2. La sottile e singolare allegoria sui primi capitoli della Genesi e sui “titoli”  degli altri libri del Pentateuco; l’interpretazione  allegorica molto elaborata dei primi capitoli della Genesi è un luogo comune di molti testi  gnostici, ma  da  essi il  nostro  testo  si differenzia in tutto; l’allegoria sui “titoli” gli è esclusiva;

3. Il modo col quale è presentato il divino nell’uomo (potenza – atto) e il valore assoluto che è dato a «immagine» che equivale –se realizzata — a «uguaglianza — identità», non a un riflesso del prototipo (come, ad es., nelle scuole di Valentino);

4.  L’assenza   di  ogni  degradazione  dell’elemento   divino  nel mondo: in esso si trova, invece, in uno stato potenziale dal quale è possibile che non passi all’alto, che non diventi immagine, che non si realizzi, «e perisca con l’uomo  che muore»;  ma se «diventa immagine, sarà  in  essenza potenza  perfezione una  sola e  identica potenza con la Potenza ingenerata immutabile infinita; «avendo cominciato da piccolissima scintilla diventerà grande immediatamente, crescerà e sarà potenza infinita immutabile…»;

5. Non si parla mai di una «colpa», di «reintegrazione»;

6. Non si scorgono tratti  cristiani; le citazioni neotestamentarie sono aggiunte di Ippolito;

7. Non vi è alcun deprezzamento dell’Antico Testamento, questo anzi costituisce il filo direzionale del testo;

8. Prettamente gnostiche, ma anche originali rispetto ad altri testi, sono le parole iniziali: «Questo è il testo della Rivelazione della voce e del nome che proviene dal pensiero della Grande infinita Potenza.

Perciò sarà sigillato, celato, nascosto, riposto nella dimora ove ha fondamento la radice del tutto», cioè nell’uomo, in ogni uomo, che è la dimora nella quale «abita la Potenza infinita, radice del tutto».

Qui lo «scritto» è  visto interiorizzato, mentre  in  altri  testi è relegato lontano in attesa degli ultimi tempi.

“a cura di Luigi Moraldi”

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