Vangelo di Verità

IL VANGELO DI VERITÀ

Commento e Prefazione Tratto da “Viaggio nella Gnosi” di Andrea Bertoloni e Fabio Imbergamo

Qualcuno lo definisce un “proclama di speranza”, altri una rivelazione, altri ancora una meditazione sulla vita di Gesù il Salvatore.

Per noi è tut­te e tre le cose e molto altro.

E il Vangelo di Verità, un divino romanzo in cui si narra di avvenimenti che accaddero da quando Qualcuno o Qualcosa, mai l’uomo saprà esattamente di cosa stiamo parlando, decise di dare forma materiale all’infìnito, che forma non ha se non nella mente di coloro che l’Infinito lo abitano.

Il divino romanzo

Come tutti i romanzi, esso ha dei personaggi e una trama.

Personaggi in ordine di apparizione:

Padre-Pleroma: è la realtà prima e ultima, ineffabile e incommen­surabile.

Tutto esiste in Lui, e tutto da Lui viene avvolto.

Nel Vangelo di Verità, come nelle migliori fiabe e racconti mitologici, le cose e i concetti diventano creature viventi.

Il Pleroma, dal greco “pienezza”, diventa così anche il Padre per antonomasia che dà la vita e tutto crea.

Descrivere in modo oggettivo questo personaggio è impossibile;

allo stesso tempo per poterne parlare dobbiamo attribuirgli delle connota­zioni che ci consentano di avvicinarci alla Realtà da esso impersonata:

«Tutti, infatti, erano alla ricerca di colui dal quale erano usciti, e i tutti erano in lui, l’inafferrabile e l’incomprensibile, colui che è al di sopra di qualsiasi pensiero».

Logos-Salvatore: è un’emanazione diretta del Pleroma, inviato fra gli uomini per portare la conoscenza necessaria affinché essi riescano a uscire dalla condizione penosa di ignoranza in cui si trovano:

«…Egli è nel pensiero e nella mente del Padre, egli è chiamato Salvatore essendo questo il nome dell’opera che ha da portare a compimento per la salvez­za di coloro che non conoscevano il Padre»

Nel Vangelo di Verità viene più volte chiamato anche Gesù Cristo, identificandolo così con il Gesù storico a cui i cristiani fanno da sempre riferimento.

Gli Ilici, coloro che non conoscono il Padre e sono proiettati in una dimensione di dimenticanza totale del chi siano e da dove provengano.

La loro è una condizione di ignoranza di se stessi e del Padre che «… quando egli vorrà e se egli vorrà, in un futuro essi perverranno all’e­sistenza.»

Nel Vangelo di Verità si “esiste” solo se si ha la conoscenza di sé e della propria natura divina, ovvero di appartenere ed essere figli del Padre-Pleroma partecipando alla sua grandezza e trovan­do definitivo riposo in Lui.

Viventi: sono coloro che cercano il Padre che ha iscritto il loro nome nel Libro dei Viventi.

Essi hanno accolto l’insegnamento del Lo­gos-Salvatore, l’unico autorizzato ad aprire il Libro e a leggere il nome di coloro che potranno salvarsi.

In alcuni passaggi del Vangelo di Verità sono anche i Fanciulli:

questi ultimi, indipendentemente dalla loro età, che non va considerata dal punto di vista della giovinezza ma da quello dell’apertura del cuore, sono proprio coloro che accolgono l’insegnamento del Salvatore, in contrapposizione ai Sapienti, che sono i falsi dotti che attaccano e odiano Gesù.

Ad Errore: è la mostruosa creatura generata dall’angoscia e dalla pau­ra di cui sono schiavi gli esseri umani che vivono nel Luogo di Mezzo.

Potente dittatore, mantiene il suo potere grazie al fatto che gli uomini sono immersi in uno stato di angoscia e ignorano la Verità:

«Non avendo radice, (l’Errore) era in una caligine rispetto al Padre, apprestandosi a predisporre opere, oblìi e paure per attrarre – per loro tramite – coloro che si trovavano nel Luogo di Mezzo, e farli prigionieri.»

Lo Spirito Santo, diretta emanazione dell’amore del Padre, grazie al quale i cercatori riconoscono in Gesù Cristo il vero Salvatore.

Possiamo immaginare questo personaggio come una specie di messaggero invisi­bile che proviene direttamente dal Padre per guidare segretamente colo­ro che sono alla ricerca della Verità.

Narratore, che è anche l’autore del Vangelo di Verità.

Benché sem­pre presente, solamente in tre punti del testo viene “allo scoperto” par­lando di sé in prima persona.

L’oscura trama

La storia si svolge in una regione del Pleroma chiamata Luogo di Mezzo, in cui regnano disordine e confusione.

Gli uomini che vi abitano sono domi­nati dalla paura e dall’angoscia, e vivono la loro esistenza inseguendo false certezze.

Le loro giornate si susseguono a ritmo incessante ed essi impiega­no tutte le loro energie per raggiungere un benessere effimero ed esteriore.

Essi vivono nell’oblio, uno stato di dimenticanza di quei valori che nella vita possono dare reale felicità.

Sono preda di emozioni distruttive che li spingono a farsi continuamente del male l’un l’altro, invece di allearsi per combattere le comuni avversità.

Come un grande despota, l’Errore domina il Luogo di Mezzo permean­dolo come una nebbia densa e pesante (la caligine).

Egli vive nutrendosi del­la paura e dell’angoscia che regna in tutta la regione.

Gli uomini trascorrono le loro giornate ignari del fatto di essere come ciechi che brancolano nel buio e, convinti di vedere benissimo, compiono azioni dalle gravi conseguenze per se stessi e per tutto il loro mondo.

Il Padre-Pleroma sa che la condizione di coloro che vivono nel Luogo di Mezzo è senza speranza:

gli uomini da soli non potranno mai liberarsi dal dominio dell’Errore.

Decide quindi di generare un essere luminosissimo, interamente costituito dalla sua stessa sostanza immortale, e lo incarica di discendere fra gli uomini per istruirli su come salvarsi dalla terribile condizione in cui vivono.

Gli consegna un prezioso e antichissimo libro, il Libro dei Viventi, che Gesù Cristo, questo infatti è il nome del Salvatore-Essere di luce, dovrà aprire e leggere quando sarà fra gli uomini.

Gesù giunge nel Luogo di Mezzo

Gesù, quindi, lasciò il Padre-Pleroma e andò nel Luogo di Mezzo.

Es­sendo molto sapiente iniziò la sua missione recandosi nelle scuole religiose della regione e impartì una dottrina che proveniva direttamente dal Padre del Tutto:

«Tutti gli uomini sono emanazione del Padre e contengono la Sua pie­nezza.

Non c ’è quindi motivo di avere paura e di vivere nell’angoscia!».

In un luogo in cui dimenticanza e oblio sono la normalità, tali parole suonarono come assurde e rivoluzionarie.

I Sapienti di tali scuole, che si credevano dotti ma in realtà non lo erano, rimasero sconvolti e attaccarono ferocemente Gesù cercando di dimostrare l’infondatezza delle sue parole.

Ma Gesù, che sapiente lo era veramente, subito li confuse provando che le loro argomen­tazioni erano vuote.

Fra coloro che lo ascoltavano vi erano gli Ilici, che non prestarono atten­zione alle parole del Maestro e tornarono alle loro occupazioni terrene;

vi erano poi i Viventi, che invece furono subito conquistati dall’insegnamento supremo e iniziarono a camminare sulla Via indicata da Gesù.

I Viventi era­no uomini e donne di tutte le età, ma le loro menti erano simili a quelle dei Fanciulli, il loro essere era leggero e il loro animo gioioso.

Gesù subito rico­nobbe fra le folle che lo ascoltavano i Fanciulli-Viventi e aprì il libro datogli dal Padre-Pleroma prima di partire:

in esso vi erano scritti i nomi di coloro che lo avrebbero seguito.

Iniziò così a lavorare per la loro salvezza.

Ma l’Errore subito si mise in allerta perché ciò che stava accadendo rischiava di compromettere la sua posizione di governatore oscuro del Luogo di Mezzo:

cominciò a perseguitare duramente Gesù, che però andò avanti nella sua missione accettando tutti i patimenti pur di salvare coloro i cui nomi erano iscritti nel Libro dei Viventi.

Lo scontro si fece durissimo:

da un lato vi erano Gesù e i Fanciulli-Vi­venti, che combattevano utilizzando l’amore, la comprensione e la guari­gione spirituale;

dall’altro vi erano l’Errore e i Sapienti che esercitavano una violenta repressione.

Gli Ilici, essendo in uno stato di non-esistenza, vivevano il tutto passivamente, schierandosi ora con gli uni, ora con gli al­tri.

Il Padre-Pleroma seguiva tutto dalla sua incommensurabile altezza e, sapendo che la lotta sarebbe stata violentissima, inviò nel Luogo di Mezzo lo Spirito Santo, che si posò su Gesù e i Fanciulli-Viventi dotandoli di una grande forza.

Gesù, a seguito delle persecuzioni subite, perse il suo corpo materiale ma, subito dopo, riapparse con il suo corpo di Luce che mostrava la sua perfetta uguaglianza con il Padre-Pleroma, a cui fece infine ritorno portando con sé i Fanciulli-Viventi.

Costoro finalmente vissero in una dimensione in cui regna riposo e gioia.

La loro felicità indescrivibile e incontenibile li portò presto a dedicare ogni momento alle cose del Padre del Tutto e ad assistere i Fratelli che, in ogni epoca, camminano sulla Via del ritorno.

Una storia infinita, un testo particolare

Ed ecco, in breve, la storia che racconta il Vangelo di Verità, che non è accaduta una sola volta, ma si ripete continuamente in tutte le epoche andan­do oltre la figura di un Gesù storico di cui abbiamo ben poche notizie sicure.

Certamente non desideriamo entrare nel merito di polemiche che persistono da duemila anni;

la nostra intenzione, piuttosto, è enfatizzare la figura senza tempo di un Gesù-Cristo-Logos-Salvatore che porta agli uomini una Buona Novella, e che invita a riscoprire la scintilla divina che esiste in tutti.

Il Vangelo di Verità è un testo particolare ed è stato scritto in modo spe­ciale.

Le frasi si concatenano l’una all’altra dando luogo a periodi che pos­sono abbracciare interi paragrafi.

La sua lettura necessita di attenzione continua perché l’autore passa da un soggetto all’altro senza preavviso, e se non ci si accorge che il soggetto è cambiato la comprensione del testo subito si interrompe.

Vi è un filo invisibile che attraversa le sue pagine e che non andrebbe mai perso di vista.

Prendiamo ad esempio il seguente passaggio:

«Egli è colui che ha fatto il tutto, colui nel quale era il tutto, e del quale il tutto ha bisogno.

Siccome uno che è ignorato da molti desidera essere conosciuto e, quindi, amato — di che cosa, infatti ha bisogno il tutto se non della conoscenza del Padre? – così egli venne, guida serena e tranquilla.» 

Il soggetto “egli” inizialmente è il Padre, ma alla fine della frase è cam­biato: “egli” ora è il Logos.

Il susseguirsi di soggetti, nomi e situazioni in un continuo concatenarsi di frasi conferisce alle pagine di questo testo una sorta “ritmo interno”, che il lettore può scoprire nello stesso modo in cui un musicista dovrebbe capire a che velocità eseguire le note di uno spartito.

Colto questo ritmo si può veri­ficare un piccolo miracolo:

la psiche e il corpo si uniformano al ritmo delle pagine che si stanno leggendo dando luogo a uno stato di unità che ben si può definire uno “yoga letterario”.

Il Vangelo di Verità fa parte dei codici di Nag Hammadi, rinvenuti nel 1945 nell’omonima località dell’Egitto.

Esso è inserito nel Codice I, deno­minato anche “Codex Jung” perché acquistato nel 1952 dall’istituto Jung di Zurigo tramite un finanziamento della Bollinger Foundation di Ascona.

Il codice era stato rinvenuto presso un antiquario di Bruxelles, dove fu acqui­stato e donato a Jung per il suo ottantesimo compleanno.

Dopo la morte del grande psicanalista, avvenuta nel 1961, il codice fu riportato al Museo Cop­to del Cairo, dove attualmente è conservato assieme agli altri dodici codici della collezione.

La prolungata permanenza in Europa del codice consentì, quindi, di pubblicare nel 1956 una prima edizione del presente Vangelo, in cui l’originale testo copto era accompagnato da ben tre versioni in francese, tedesco e inglese.

Essa rimase la versione di riferimento per gli studiosi fino al 1974, quando fu pubblicata la ben nota Facsimile Edition.

Il prezioso testo oggetto di questo articolo, in realtà, non ha un titolo.

Furono i primi curatori a proporre Vangelo di Verità traendolo direttamente dall’incipit:

non tutti gli studiosi accettano questo titolo per le ragioni più varie.

Evitando di addentrarci in una questione che lasciamo ben volentieri ai filologi, ci sentiamo di condividere la posizione del Moraldi secondo cui, proprio perché sono assenti titoli sia all’inizio che alla fine del testo, non c’è motivo per rifiutare il titolo ormai a tutti noto.

Come per altri testi di Nag Hammadi, si suppone che la versione del Van­gelo di Verità contenuta nel Codice I sia una traduzione in lingua copta di un precedente originale greco, composto personalmente da Valentino durante la sua permanenza a Roma fra il 140 e il 160 d.C.

Anche di questo, ancora una volta, non abbiamo certezze;

tuttavia, il fatto che di questo vangelo vi siano riferimenti in Adversus Haereses (Contro le eresie) di Ireneo spinge la maggioranza degli studiosi a pensare che la datazione non vada posta oltre il 180.

Se così fosse, il Vangelo di Verità si collocherebbe in una fascia tem­porale alla quale appartengono anche altri importanti scritti gnostici come il Vangelo di Maria e il Vangelo di Filippo.

L’Autore e le tre linee di lavoro

Dopo aver raccontato, per così dire, la “storia” che il Vangelo di Verità narra, e dopo aver dato delle note necessarie per collocarlo nel panorama dello gnosticismo, vorremmo ora portare l’attenzione su alcuni aspetti par­tendo dalla figura del narratore, ovvero dell’autore:

«Quanti non sono an­cora pervenuti all’esistenza ignorano colui che li ha fatti.

Io, dunque, non affermo che quanti non sono ancora pervenuti all’esistenza sono un nulla: essi sono in lui.»

Siamo a circa metà del testo, quando succe­de una cosa che non può non colpire il lettore:

l’autore, dopo aver introdotto e raccontato la storia su cui è basato il vangelo, inizia a parlare in prima persona, introducendo temi di straordinario interesse.

Innanzi tutto chiarisce la posizione di coloro che «non sono ancora per­venuti all’esistenza».

Che fine faranno?

Sono per sempre condannati a va­gare nell’oblio?

Il Padre non si occupa di essi?

Il messaggio è sicuramente positivo: «…essi sono in lui», cioè nel Padre.

Il Padre-Pleroma, infatti, per definizione contiene tutto! «

Quando egli vorrà, e se egli vorrà, in un mo­mento futuro essi perverranno all’esistenza.»

“Pervenire all’e­sistenza” per gli gnostici vuol dire svincolarsi dalle catene della paura e uscire da quello stato di coscienza limitato rappresentato dall’oblio, creando un collegamento interiore fra se stessi e la realtà più grande del Padre-Pleroma.

«Quando risplende la Luce, comprende che la paura da cui era preso, è nulla.

Erano talmente ignoranti del Padre che non lo vedevano.»

E il testo prosegue dipingendo un bellissimo quadro in cui viene rappresentato il ritratto dell’uomo che passa dall’ignoranza alla luce, dalla dimenticanza di se stesso alla vera esistenza:

«Si comportarono così tutti coloro che erano addormentati, allorché erano ignoranti;

così si levaro­no, allorché si svegliarono.»

Il passaggio da “addormentati” a “svegli” è reso possibile dall’intervento dello Spirito Santo che «Diede loro i mezzi per conoscere la gnosi del Padre e la rivelazione del Figlio»

Gesù-Cristo-Logos-Salvatore che «annunziò cose nuove, parlò di quanto è nel cuore del Padre, proferì il Logos perfetto»

Non solo:

Gesù annienta ogni forma di sofferenza cui è soggetto l’uomo, capo­volgendo la visione di un Dio che, da punitivo, diventa simbolo di acco­glienza e perdono:

«Pose termine ai castighi e ai supplizi, giacché erano questi che distoglievano dal suo volto quanti, invece, avevano bisogno della sua misericordia…»

E con la parabola del “buon pastore e la pecorella smarrita” si conclude una sezione incentrata sulla figura di un Salvatore che dà se stesso per la salvezza di coloro che gli sono stati affidati.

Ricompare poi la figura dell’autore con una nuova sezione, in cui egli esorta coloro che sono giunti alla conoscenza di Sé e del Padre-Ple­roma a parlare della Verità, ad assistere coloro che sono in cammino, a cu­rarsi di se stessi respingendo tutto ciò che ormai è stato dimostrato essere inutile e dannoso.

Abbiamo qui precise indicazioni rispetto a tre linee di lavoro che sono punti fermi di tutti i percorsi di crescita interiore.

La prima linea riguarda la testimonianza e la diffusione dell’insegnamen­to:

«Dite, dunque, di cuore che questo giorno perfetto siete voi, che in voi abita la luce inestinguibile.

Parlate della verità con coloro che la cercano, della gnosi con coloro che — nel loro cuore – hanno peccato.

Voi siete i figli della gnosi e del cuore!»

La seconda linea è il servizio verso chi ha bisogno, la vicinanza alla de­bolezza, alla sofferenza altrui, al limite insito nella natura umana.

Assistere tutti coloro che vivono nell’oblio, che “dormono” e che a causa di questo sonno conducono vite di pena e depressione:

«Rinforzate il piede di colo­ro che vacillano, tendete la mano agli infermi.

Nutrite quanti hanno fame, consolate coloro che soffrono, innalzate quanti lo desiderano, innalzate e svegliate coloro che dormono.

Voi, infatti, siete la coscienza che attrae.

Se la forza agisce così essa diventa ancora più forte.»

La terza linea di lavoro è il lavoro verso se stessi, in cui ci si cura delle proprie necessità e dei propri reali bisogni, cercando di evitare l’esposizione e l’assimilazione di ciò che può farci del male.

Sembrerebbe quasi un’esor­tazione inutile;

tuttavia, osservando la realtà in cui vive l’uomo, è impossi­bile non osservare quanto le persone intraprendano attività e si sottopongano a processi dannosi, girando prigionieri in un circolo vizioso che rischia di trascinare la propria vita in un baratro.

L’autore del Vangelo di Verità sembra tenere molto a questo punto e lo fa capire servendosi di immagini incisive:

«Non rivolgetevi a quanto avete vomitato, per nutrirvene.

Non diventate tarme, non diventate vermi:

sono cose che avete definitivamente respinto.

Non diventate un luogo del diavolo, perché l’avete definitivamente distrutto»

L’uomo che inizia a conoscersi si ama, si dà quello di cui ha veramente bisogno.

Non si nutre del “cibo morto” preconfezionato da perso­ne che vivono nel sonno della coscienza.

Lotta contro la tendenza a ricadere nei processi che lo allontanano dal raggiungimento dei propri obiettivi.

Le tre linee esposte sono da sempre i tre ambiti di lavoro di tutte le Scuole di Conoscenza, che le adottano con modalità adeguate al periodo e alle con­dizioni sociali in cui vivono.

Il Maestro di conoscenza

L’autore del Vangelo di Verità a questo punto prende una direzione pre­cisa:

da vero maestro di conoscenza ha ben chiaro l’obiettivo a cui vuole portare il lettore, obiettivo  comincia a delinearsi all’oriz­zonte così come la Stella del Mattino preannuncia il punto del cielo in cui a breve sorgerà il Sole.

Egli vuole portare il lettore a immaginare una realtà in cui tutti coloro che anelano al Padre si innalzano sino a fondersi profonda­mente con Lui: «Il Padre è in loro, ed essi sono nel Padre…».

Per conseguire tale obiettivo intraprende un percorso costellato di bellissime metafore tratte dalla tradizione neotestamentaria:

«Il Padre ama il proprio profumo e lo manifesta in ogni luogo;

se esso si mescola con la materia, egli comunica il suo profumo alla luce e, nel suo silenzio, egli permette che assuma ogni forma e ogni suono.»

Il Profumo del Padre è lo Spirito Santo, che tutto pervade e che viene percepito da colui che at­tende la salvezza come un aroma che costantemente gli ricorda che esiste una realtà più grande, una realtà che trascende la materia.

«Per tale motivo l’incorruttibilità ha soffiato:

ha inseguito colui che aveva peccato affinché trovasse il riposo.»

Anche qui, come per altri testi gnostici, il termine “peccato” va inteso in senso etimologico, come “mancare l’obiet­tivo”.

Perché colui che ha peccato, in realtà, manifesta una deficienza che il Padre-Pleroma colma attraverso il suo perdono, così come «…Il medico si affretta verso il luogo ove si trova il malato, perché tale è la sua volontà. (…) Così la deficienza è colmata dal Pleroma (…) affinché ora riceva la grazia.»

Il Padre, per l’autore del Vangelo di Verità, è il medico che porta la grazia:

quest’ultima, per gli gnostici, è l’indispensabile aiuto per rendere possibile la salvezza.

La grazia è l’aiuto insperato che ci giunge nel momento del bisogno, quando ogni speranza crolla.

Tutti abbiamo fatto l’esperienza, almeno una volta nella vita, da piccoli o da adulti, di trovarci in seria difficoltà sino a essere disperati.

E proprio quando non sapevamo più cosa fare, ecco che accade qualcosa che ci fa intravedere una soluzione all’orizzonte.

L’autore vuole trasmettere proprio l’immagine di una persona (il malato) che cerca la guarigione e, nel momento in cui non sa più come proseguire la sua ricerca, ecco che un aiuto (medico) arriva dall’alto.

A chi non piacerebbe essere curati da un simile terapeuta?

Coloro che cercano il Padre-Pleroma sono come dei vasi che non hanno falle e, quindi, rimangono pieni.

Il contenuto del vaso è dato tramite l’un­zione: «L’unzione è la misericordia del Padre, ed egli sarà misericordioso verso di loro.

Quelli che egli ha unto sono diventati perfetti»

Per gli gnostici l’unzione (crisma) è data direttamente da Gesù a coloro che sono come semi che vengono seminati in un terreno molto particolare:

il Paradiso del Padre, dove regna riposo e perfezione.

E infatti gli gnostici fra di loro si chiamavano “i perfetti”, non come segno di superiorità verso gli altri, ma proprio per ricordare costantemente a se stessi l’appartenenza a una realtà perfetta.

«E questi è il Padre, dal quale proviene il principio e verso il quale ritorneranno tutti coloro che da lui provengono.

Essi, d’altronde, furono manifestati per la gloria e per la gioia del suo nome»

Si chiude così questa parte del Vangelo di Verità.

L’Infinito che prende forma

Sembra di essere arrivati a un epilogo, tuttavia qualcosa di molto impor­tante deve ancora essere detto:

«Ma il nome del Padre è il Figlio:

fu lui che nel principio diede il nome a quegli che promanò da lui:

era se stesso;

egli lo generò come Figlio»

Comincia il gran finale del Vangelo di Verità, una lunga sezione cristologica in cui l’autore tratta dell’uguaglianza fra il Padre-Pleroma e Gesù-Cristo-Logos-Salvatore.

La trattazione non si svolge solo sul piano delle argomentazioni teologiche.

Leggendo queste pa­gine nel lettore attento si creano immagini, visioni, collegamenti e riflessioni che portano a dare una forma a qualcosa che non ha corrispondenti certi nella realtà tangibile.

L’uomo non può immaginare il Padre-Pleroma, che per definizione è in­conoscibile, ineffabile e infinito.

Però se l’infinito diventa come l’uomo, ecco che l’impossibile diventa possibile!

L’Infinito prende forma in Gesù, e noi conoscendo tale figura conosceremo l’infinito.

Ecco l’argomento che sta a cuore all’autore:

egli cerca di trasmettercelo non solo con una comuni­cazione di tipo logico-razionale, ma soprattutto di tipo intuitivo e interiore, scavalcando le barriere della mente che così spesso sbarra l’ingresso a idee portatrici di cambiamento.

Ma non solo.

L’autore si spinge oltre:

«Egli (Gesù) parlerà del luogo da cui ciascuno è venuto e della regione nella quale ha ricevuto il suo essere essenziale;

si af­fretterà a farlo ritornare nuovamente colà, a ritirarlo da questo luogo, luogo nel quale egli si è trovato, provando piacere per l’altro luogo, nutrendosene e crescendo in esso.

Il luogo del suo riposo è il suo Pleroma»

L’azione di Gesù non si ferma a descrivere la realtà del Padre-Pleroma, ma si spinge sino a riportare colà coloro che lo seguono, sino a quando saranno profondamente fusi con la realtà superiore rappresentata dal luogo di ripo­so.

Grazie a un processo di natura miracolosa, tutti coloro che giungono in questo luogo diventano tutt’uno con il luogo stesso, perché «…tutte le emanazioni del Padre sono Pleromi…».

L’uomo, Gesù e il Padre diventano una cosa unica, o, sarebbe meglio dire, tornano a essere un’unica realtà:

«Questo è il luogo dei beati, questo è il loro luogo.»

Il vero epilogo

Ma l’autore del Vangelo di Verità non ha ancora terminato:

manca un ultimo passaggio, fondamentale, con cui si spingerà ancora oltre.

Tutto ciò che ha descritto nelle pagine precedenti non è solo una teorica, per quanto affascinante, trattazione teologica.

Ciò di cui si è sinora parlato è realtà’.

E come fare per attestare inconfutabilmente questa realtà?

«Quanto agli altri, sappiano, nel loro luogo, che io non sono in grado – dopo essere giunto nel luogo del riposo – di dire altro.

Dimorerò là, e in ogni momento mi dedi­cherò al Padre del tutto e ai veri fratelli, su cui è stato effuso l’amore del Padre e in mezzo ai quali egli non lascia mancare nulla di sé»

L’autore dice senza mezzi termini che egli è giunto nel Luogo del ripo­so, e di conseguenza dà una testimonianza in prima persona che tale luogo esiste.

Una volta lì, l’unica cosa che importa è godersi la permanenza in tale meraviglia e fare in modo che anche altri possano giungervi.

Grande l’onestà, il coraggio, l’ardore e, allo stesso tempo, l’umiltà dell’autore che dice esplicitamente di essere fra coloro che hanno realizzato quanto promesso dalla Buona Novella, straordinaria e senza tempo.

Potremo mai essere grati abbastanza all’autore di questo scritto gnostico?

Potremo mai essere grati abbastanza agli eventi che dopo diciotto secoli hanno riportato alla luce un simile testo?

Mentre ci poniamo queste domande, nella nostra mente sorge l’immagine dell’autore, forse Valentino, ma di sicuro un grande Maestro illuminato, che ci sorride tranquillo e ci invita a seguirlo, chiamandoci per nome e pronun­ciando la frase finale dello straordinario Vangelo di Verità:

«Questi sono i figli che egli (il Padre) ama».

 

Vangelo di Verità

Il Vangelo di verità è gioia per coloro che dal Padre della verità hanno ricevuto la grazia di conoscerlo attraverso la potenza del Logos venuto dal Pleroma:

egli è nel pensiero e nella mente del Padre, egli è chiamato “Salvatore” essendo questo il nome dell’opera che ha da portare a compimento  per la salvezza di coloro che non conoscevano  il Padre.

Il nome del Vangelo è, infatti, un proclama di speranza, è una scoperta per coloro che lo cercano.

Tutti, infatti, erano alla ricerca di colui dal quale erano usciti, e i tutti erano in lui, l’inafferrabile l’incomprensibile, colui che è al di sopra di qualsiasi pensiero.

L’ignoranza del Padre fu sorgente di angoscia e di paura.

L’angoscia si è condensata come una caligine, sicché nessuno ha potuto vedere.

Perciò l’errore si è affermato:

ignorando la verità,  ha  elaborato  la  sua  materia  nel  vuoto.

Si  industriò  a  formare  una  creatura sforzandosi di ancorare nella bellezza l’equivalente della verità.

Ma  ciò  non  era  un’umiliazione  per  lui,  l’inafferrabile  l’incomprensibile:

questa  angoscia, questo  oblio,  e  quest’opera  menzognera  erano  un  nulla,  mentre  la  verità  è stabile, inalterabile, inamovibile,  è imperfettibilmente  bella.

Perciò disprezzate l’errore.

Non avendo radice, era in una caligine rispetto al Padre, apprestandosi a predispone opere, oblii e paure per attrarre -per loro tramite – coloro che si trovano nel (luogo) di mezzo, e farli prigionieri.

L’oblio, derivante dall’errore, non era manifesto.

Non e’ come … presso il Padre.

L’oblio non esisteva presso il Padre, anche se pervenne all’esistenza a causa di lui;

quanto esiste in lui è  la  conoscenza,  che  fu  manifestata  affinché  si  estinguesse  l’oblio  e  il Padre  fosse conosciuto.

L’oblio,  infatti,  pervenne  all’esistenza  perché  non  conoscevano  il Padre:

dal momento,  dunque,  in cui conoscono  il Padre, l’oblio non sarà più.

Questo è il Vangelo di colui che essi cercano:

è stato manifestato ai perfetti grazie alla misericordia del Padre.

Mistero  nascosto,  Gesù  Cristo,  per mezzo  del quale  ha illuminato  coloro  che,  a  motivo dell’oblio, si trovavano nell’oscurità:

li ha illuminati, ha indicato (loro) la via.

E questa via è la  verità  che  ha  insegnato  loro.

Per  questo  motivo,  l’errore  si  adirò  contro  di  lui,  lo perseguitò,  lo  maltrattò,  lo  annichilì.

Fu  inchiodato  a  un  legno,  divenne  frutto  della conoscenza  del  Padre;

ma  per  coloro  che  ne  hanno  mangiato  non  divenne  causa  di perdizione.

Al  contrario,  per  coloro  che  ne  mangiarono,  divenne  (causa)  di  gioia,  a  motivo  della scoperta.
Egli, infatti, li trovò in se stesso, ed essi trovarono lui in se stessi:

(lui che è) l’inafferrabile l’incomprensibile,  il Padre perfetto, colui che ha fatto il tutto, nel quale si trova il tutto, e del quale il tutto ha bisogno.

Egli, infatti, trattenne in se stesso la loro perfezione:

non l’aveva data al tutto.

Non perché il Padre sia geloso:

quale gelosia vi può essere in lui verso le sue membra?

Poiché se in tal modo questo eone avesse trattenuto per se la loro perfezione,  essi non avrebbero potuto salire verso il Padre, che trattiene in se stesso la loro perfezione:

egli (invece) la concede loro affinché ritornino a lui e lo conoscano con una conoscenza unica nella perfezione.

Egli è colui che ha fatto il tutto, (colui) nel quale  era il tutto, e del quale il tutto ha bisogno.

Siccome uno che è ignorato da molti desidera essere conosciuto e, quindi, amato – di che cosa, infatti, ha bisogno il tutto, se non della conoscenza dei Padre? -, così egli venne, guida serena e tranquilla.

Entrò in una scuola e, da maestro, pronunciò la Parola.

Si recarono da lui i sapienti, quanti si credevano tali, mettendolo alla prova;

ma egli li confondeva, dimostrando loro che erano vuoti.

L’odiarono perché, in verità, non erano sapienti.

Dopo tutti costoro si recarono da lui anche i fanciulli, ai quali appartiene la conoscenza del Padre:

poiché furono irrobustiti,  impararono  (a conoscere)  gli aspetti del volto del Padre.

Conobbero,   e  furono  conosciuti.

Furono  glorificati,  e  glorificarono.

Nel  loro  cuore  si manifestò il libro vivo dei viventi, scritto nel pensiero e nell’intelligenza dei Padre, che nella sua incomprensibilità era anteriore alla fondazione del tutto.

Nessuno poteva impadronirsi di questo  (libro),  poiché  era riservato  a colui  che lo afferrerà,  a colui che sarà immolato.

Nessuno di coloro che credettero alla salvezza poté essere manifestato fino a che quel libro non fece la sua apparizione.

Perciò il misericordioso e fedele Gesù accettò con pazienza di sopportare  le sofferenze,  fino a quando prese quel libro, sapendo che la sua morte è vita per molti.

Come  in  un  testamento,  che  non  è  ancora  stato  aperto,  è  nascosta  la  fortuna  del capofamiglia morto, così il tutto rimaneva nascosto fintanto che il Padre, l’essere che esiste da sé e dal quale provengono tutti gli spazi, era invisibile.

Perciò apparve Gesù:

si rivestì di quel libro, fu inchiodato a un legno, rese pubblica – sulla croce- la disposizione del Padre.

Oh grande insegnamento!

Si umiliò fino alla morte, colui che era rivestito di vita  eterna!

Spogliatosi dei cenci corruttibili, si rivestì di immortalità, della quale nessuno lo può privare.

Penetrato nelle vuote regioni delle paure, passò attraverso gli ignudi a causa dell’oblio – e divenne gnosi  e perfezione  – annunziando  quanto  è nel cuore  del Padre affinché  la sua parola ammaestrasse coloro che avrebbero accolto il suo insegnamento.

Coloro  che accolgono  il suo insegnamento,  cioè i viventi,  gli iscritti nel libro dei  viventi, ricevono la dottrina su se stessi, La ricevono dal Padre tornando nuovamente verso di lui.

Siccome la perfezione del tutto è nel Padre, è necessario  che il tutto risalga verso di lui.

Allora colui che conosce prende ciò che è suo e l’attrae a sé.

Colui, infatti, che non conosce è nel bisogno;

e ciò di cui ha bisogno è grande, giacché ha bisogno di ciò che lo rende perfetto.

Siccome la perfezione del tutto si trova nel Padre, è necessario che il tutto risalga verso di lui, e che ognuno prenda ciò che è suo;

costoro egli li ha già iscritti e li ha preparati per dare a quanti sono proceduti da lui.

Costoro, il cui nome egli aveva già conosciuto,  furono chiamati alla fine, sicché colui che conosce  è quegli  il cui  nome  fu pronunciato  dal  Padre.

Colui  il cui nome  non  è stato pronunciato è ignorante.

E, infatti, come può udire uno il cui nome non è stato pronunciato?

Poiché colui che è ignorante fino alla Fine è opera dell’oblio e con esso sarà distrutto.

Se così non fosse, perché questi miserabili non hanno un nome, non hanno una voce?

Sicché colui che conosce  è dall’alto.

Se viene chiamato,  ascolta, risponde,  si volge verso colui che lo chiama,  risale verso di lui.

Conosce  come viene chiamato,  Siccome  conosce, compie la volontà di colui che lo chiama, vuole essergli gradito, accoglie il riposo.

Il nome dell’Uno diventa il suo nome.

Colui che conoscerà in questo modo sa donde venne e dove va;

conosce  come  uno  che,  ubriacatosi,  si  riscuote  dall’ebbrezza:

ritornato  in  sé,  ha ristabilito ciò che è suo.

Egli ha distolto molti dall’errore,  li ha preceduti fino ai luoghi dai quali si erano allontanati quando caddero in errore a motivo della profondità di colui che avvolge ogni spazio, e non è avvolto da alcuno.

E’ una grande meraviglia che essi fossero nel Padre, senza conoscerlo, e che fossero capaci di uscire da soli, dato che erano incapaci di comprendere e di conoscere colui nel quale si trovavano.

Poiché  non  così  era  uscita  da  lui  la  sua  volontà.

Egli  si  manifestò  come conoscenza che convince tutte le emanazioni,

Questa è la gnosi del libro vivente che egli ha manifestato  agli eoni, alla fine, come lettera senza che egli stesso si manifestasse.

Poiché non sono vocali né consonanti  che uno può leggere, e pensare a cose vuote, bensì, sono lettere della verità, che pronuncia solo chi le conosce.

Ogni lettera è verità perfetta come un libro perfetto, poiché sono lettere scritte dall’unità;

le scrisse il Padre, affinché per mezzo delle sue lettere gli eoni conoscano il Padre.

Mentre la sua sapienza medita il Logos e la sua dottrina lo esprime, la sua gnosi si manifestò.

La sua indulgenza è su di lui come una corona.

La sua gioia è unita a lui.

La sua gloria lo ha esaltato.

La sua immagine lo ha manifestato.

Il suo riposo l’ha accolto in se stesso.

Il suo amore si è incarnato in lui

La sua fedeltà lo ha circondato.

Così il Logos del Padre camminò tra il tutto, essendo il frutto del suo cuore e l’espressione della presenza della sua volontà.

Egli, tuttavia, sostenta il tutto;

egli vi compie una scelta, e prende la forma del tutto.

Egli lo purifica e lo fa ritornare al Padre, alla Madre, il Gesù di infinita dolcezza.

Il Padre scopre il suo petto: (il suo petto è lo Spirito Santo);

manifesta  quanto in  lui è nascosto:

ciò che in lui è nascosto è il Figlio suo, affinché, per opera della misericordia del Padre, gli eoni possano conoscerlo e non più penare alla ricerca del Padre:

così si riposano in lui, sapendo che egli è il riposo.

Colmata la mancanza, distrusse l’esterna apparenza.

La sua esterna apparenza è il mondo, al quale egli era asservito.

Infatti, il luogo ove si trovano invidia e discordia è la deficienza;

mentre il luogo ove si trova l’unità è la perfezione.

La  deficienza  venne  perché  essi  non  conoscevano  il  Padre,  ma  dal  momento  in  cui conoscono il Padre la deficienza non esisterà più.

Come l’ignoranza di una persona si dissolve da sola, nel momento in cui ella conosce.

Come si dissolve  l’oscurità  nel momento  in cui splende  la luce, così la deficienza  dispare  nella perfezione.

Da  questo  momento   non  appare  più  l’apparenza   esterna:

si  dissolverà fondendosi  nell’unità,  mentre  con le loro opere  sono disperse.

In (quel) momento  l’unità porterà alla perfezione gli spazi.

Nell’unità ognuno ritroverà se stesso.

Nell’unità, per mezzo della conoscenza, egli purificherà se stesso dalla molteplicità;

come una fiamma, divorerà in se stesso la materia:

l’oscurità per mezzo della luce, la morte per mezzo della vita.

Se questo, dunque, avvenne a ognuno di noi, è anzitutto necessario che ognuno rifletta a che l’abitazione sia santa e tranquilla per l’unità.

Come persone che abbandonando un luogo, distruggono i vasi non buoni che vi si trovano e il padrone dell’abitazione non si offende, anzi, se ne rallegra perché al posto dei vasi cattivi ve ne sono di pieni e perfetti.

Questo infatti è il giudizio che è venuto dall’alto e ha giudicato ognuno, la spada sguainata a due tagli che taglia da ambo le parti:

quando apparve il Logos, che è nel cuore di quanti lo proferiscono – non fu soltanto un suono, ma ha assunto un corpo -, tra i vasi si produsse un grande trambusto  poiché gli uni erano vuoti e gli altri pieni, gli uni erano dritti e gli altri rovesciati, gli uni erano puri e gli altri spezzati.

Tutti gli spazi sobbalzarono e furono sconvolti:

in essi non v’era stabilità alcuna, né avevano un ordine.

L’errore fu preso dall’angoscia, non sapendo che cosa fare;

si afflisse, si lamentò, si stupì, poiché non sapeva nulla.

Allorché gli si avvicina la gnosi – che è la rovina sua e di tutte le sue emanazioni, l’errore è vuoto, non ha più nulla in se stesso.

Apparve la verità, e tutte le sue emanazioni la riconobbero.

Nella verità salutarono il Padre con una forza perfetta che le ricongiunge al Padre:

ognuno, infatti, ama la verità poiché la verità è la bocca del Padre;

la sua lingua è lo Spirito Santo.

Colui che si unisce alla verità è congiunto alla bocca del Padre, allorché dalla sua lingua riceverà lo Spirito Santo:

egli è la manifestazione del Padre e la rivelazione di questi ai suoi eoni.

Egli ha rivelato quanto di lui era segreto.

Egli lo ha spiegato.

Chi è mai, infatti, colui che esiste, se non il solo Padre?

Tutti gli spazi sono sue emanazioni.

Essi conobbero che procedevano  da lui come i figli da un uomo perfetto.

Essi sapevano  che non avevano  ancora ricevuto la forma, né avevano ancora ricevuto il nome che il Padre crea per ognuno:

allora ricevono da lui una forma della sua conoscenza.

Poiché, pur essendo in lui, essi non lo conoscono;

ma il Padre, il quale è perfetto, conosce gli spazi che sono in lui.

Se egli vuole manifesta chi vuole, dandogli una forma e un nome:

dà loro un nome, e fa sì che pervengano all’esistenza.

Quanti non sono ancora pervenuti  all’esistenza  ignorano  colui che li ha fatti.

Io,  dunque, non affermo che quanti non sono ancora pervenuti all’esistenza sono un nulla:

essi sono in lui.

Quando egli vorrà e se egli vorrà;

in un momento futuro essi perverranno all’esistenza.

Prima che appaiano tutte le cose, egli conosce ciò che produrrà;

al contrario, il frutto che non è ancora  apparso  non  sa nulla  e non fa nulla.

Così ogni spazio,  che è nel  Padre, proviene da colui che è, ma egli lo ha posto in essere partendo dal non essere.

Poiché ciò che non ha radice non ha frutto;

ma dice a se stesso:

” Ho avuto l’esistenza  per essere nuovamente distrutto “.

Sarà distrutto.

Perciò quanto non è mai esistito non avrà mai esistenza.

Che cosa vuole dunque che egli pensi di se stesso?

Questo:

“Sono  come  le  ombre  e  i  fantasmi  della  notte”.

Quando  risplende  la  luce, comprende che la paura, da cui era preso, è nulla.

Erano talmente ignoranti del Padre che non lo vedevano.

E ciò infondeva  paura,  confusione,  instabilità,  indecisione,  dissensione;

molte erano le illusioni che li agitavano;

molte le vuote stoltezze;

proprio come se fossero immersi nel sonno e pervasi da sogni inquietanti;

o come se fuggissero da qualche pena o ritornassero stremati dopo avere inseguito questo o quello;

(come se) colpissero qualcuno o ricevessero dei colpi, cadessero dall’alto o volassero nell’aria pur senza avere ali;

altre volte è come se qualcuno li volesse uccidere, sebbene nessuno li insegua, o come se uccidessero i vicini, poiché sono sporchi del loro sangue;

fino al momento in cui coloro che sono passati attraverso tutto ciò si svegliano:

non vedono nulla, quanti erano in tutta questa confusione, poiché tutto ciò era nulla.

E quanto accade a coloro che hanno eliminato l’ignoranza come un sogno, che per essi non conta più nulla;

neppure  le  sue  opere  contano  più:

le  considerano  vuote,  perciò  le abbandonano come un sogno notturno;

e stimano la gnosi dei Padre come la luce.

Si comportarono  così tutti coloro che erano addormentati,  allorché erano ignoranti;

così si levarono, allorché si svegliarono.

Felice colui che è ritornato  in sé, e si è svegliato.

Felice colui che ha aperto gli  occhi  ai ciechi.

Lo Spirito si affrettò a rialzarlo, allorché tese la sua mano a colui che giaceva a terra, gli consolidò i piedi, poiché non era ancora risorto.

Diede loro i mezzi per conoscere la gnosi del Padre e la rivelazione del Figlio.

Quando lo videro e l’udirono, concesse loro di gustarlo, di sentirne il profumo e di toccare il Figlio prediletto, dopo che era apparso portando loro il Vangelo dei Padre incomprensibile.

Soffiò  su di loro  ciò che  si trova  nel pensiero,  compiendo  la sua  volontà.

Molti  furono illuminati, si volsero a lui.

Ma gli ilici gli erano estranei, non vedevano la sua immagine e non lo avevano riconosciuto;

poiché era venuto in una forma di carne, non c’era ostacolo sul suo cammino  essendogli propria sia l’incorruttibilità sia l’essere irresistibile.

Annunziò  cose nuove, parlò di quanto è nel cuore del Padre, proferì il Logos  perfetto.

La luce parlò per sua bocca, la sua voce generò la vita.

Diede loro il pensiero, la ragione, la misericordia, la salvezza, lo spirito di forza che deriva dall’infinità del Padre e dalla dolcezza.

Pose termine ai castighi e ai supplizi, giacché erano questi che distoglievano  dal suo volto quanti, invece, avevano bisogno della sua misericordia, (trovandosi) nell’errore e tra i lacci:

li distrusse con forza, e li confuse per mezzo della gnosi.

Egli divenne via per quanti si smarrivano,  gnosi per quanti erano ignoranti,  scoperta  per quanti cercavano, stabilità per quanti barcollavano, biancore per quanti erano macchiati.

Egli è il pastore  che ha lasciato le novantanove pecore che non si erano smarrite,  ed è andato alla ricerca di quella smarrita;

trovatala, se ne rallegrò, Novantanove, infatti, è un numero che si trova sulla mano sinistra, che ne è padrona.

Ma allorché è trovato l’uno, tutto il numero passa alla (mano) destra.

Così accade  a colui che manca  dell’uno;

e cioè tutta la mano destra attrae ciò di  cui è manchevole,  lo prende  dalla  mano  sinistra,  lo fa passare  alla  destra,  e così  diventa  il numero cento.

Questo è il segno di quanto è nella loro voce, cioè del Padre.

Per la pecora ritrovata, caduta in un pozzo, egli lavorò anche di sabato, e le diede vita.

Trasse questa pecora dal pozzo affinché i vostri cuori sappiano qual è il sabato nel quale bisogna che la salvezza  non resti inoperante;

affinché  voi parliate  del giorno  che viene dall’alto ed è senza notte, e della luce che non tramonta, perché è perfetta.

Dite,  dunque,  di  cuore  che  questo  giorno  perfetto  siete  voi,  che  in  voi  abita  la  luce inestinguibile.

Parlate della verità con coloro che la cercano, della gnosi con coloro che – nel loro errore – hanno peccato.

Voi siete i figli della gnosi e del cuore!

Rinforzate il piede di coloro che vacillano, tendete la mano agli infermi.

Nutrite quanti hanno fame, consolate  coloro che soffrono,  innalzate  quanti lo desiderano,  innalzate  e  svegliate coloro che dormono.

Voi, infatti, siete la coscienza che attrae.

Se la forza agisce cosi essa diventa ancora più forte.

Curatevi  di voi  stessi,  non  curatevi  delle  cose  estranee  che  avete  respinto,  che  avete abbandonato.

Non  rivolgetevi  a  quanto  avete  vomitato,  per  nutrirvene.

Non  diventate  tarme,  non diventate vermi:

sono cose che avete definitivamente respinto.

Non diventate un luogo del diavolo, poiché l’avete definitivamente distrutto.

Non rafforzate quei vostri ostacoli vacillanti:

sarebbe una restaurazione.

Colui che è senza legge è nulla:

danneggia più se stesso che la legge.

Compie, infatti, le sue azioni come un senza legge.

Ma colui che è giusto compie  le sue opere per gli altri.

Voi, dunque,  fate la volontà  del Padre, poiché derivate da lui.

Il Padre, infatti, è dolce, e nella sua volontà vi sono cose buone.

Egli ha preso conoscenza di ciò che è vostro, affinché in esso voi troviate riposo.

È dai frutti che si riconosce ciò che è vostro, giacché i figli del Padre sono il suo profumo, poiché provengono dalla grazia dei suo volto.

Il Padre ama il proprio profumo e lo manifesta in ogni luogo;

se esso si mescola con la materia, egli comunica il suo profumo alla luce e, nel suo silenzio, egli permette che assuma ogni forma e ogni suono.

Non sono le orecchie che aspirano il profumo, ma è lo Spirito che ha il senso dell’olfatto e l’attira a sé e l’immerge nel profumo del Padre;

lo prende e lo riconduce al luogo dal quale era venuto, (lo riconduce) nel profumo originale (il profumo comunicato) che era diventato freddo in una creatura  psichica  come l’acqua fredda,  che (cade) in una terra instabile,  e coloro che la vedono, pensano: ” E terra, e presto nuovamente si dissolverà “.

Ma se spira un soffio, essa si riscalda.

I  profumi  freddi  derivano  dalla  separazione.

Venne  perciò  la  fede  a  distruggere  la separazione  e a condurre il caldo Pleroma dell’amore, affinché il freddo non ritorni più, e regni l’unità del pensiero perfetto.

Questo  è il Logos  del Vangelo,  della scoperta  del Pleroma,  per coloro  che  attendono  la salvezza che viene dall’alto.

Desta è la loro speranza e verso di essa sono tesi coloro la cui immagine è luce, in cui non vi è ombra alcuna se in quel momento giunge il Pleroma.

La deficienza  della materia  non proviene  dall’infinità  del Padre, che giunge nel  momento della deficienza,  sebbene  nessuno  fosse in grado di affermare  che  l’incorruttibile  sarebbe venuto in questo modo.

E piuttosto la profondità del Padre che si moltiplica;

e in lui non vi era il pensiero dell’errore.

E un mistero  di caduta,  è un mistero  che cessa di ergersi,  grazie alla scoperta  di  chi è venuto da colui che vuole fare ritornare.

Questo ritorno è detto conversione.

Per tale motivo l’incorruttibilità  ha soffiato:

ha inseguito  colui che aveva peccato affinché trovasse il riposo.

Il perdono  è l’eccedenza  della luce nella deficienza,  è il Logos  del Pleroma.

Il  medico  si affretta verso il luogo ove si trova il malato, perché tale è la sua volontà.

Colui che ha una deficienza non la nasconde, poiché (il medico) ha ciò di cui egli (il malato) ha bisogno.

Così la deficienza è colmata dal Pleroma – nel quale non vi è alcun bisogno -, che (il Padre) ha mandato per riempire la deficienza, affinché ora riceva la grazia:

quando, infatti, era nella deficienza, non aveva la grazia.

Ove non c’era la grazia, vi era la deficienza.

Allorché ricevette ciò di cui era mancante, egli (il Padre) manifestò  che ciò di cui abbisognava  era il Pleroma, cioè la scoperta della luce della verità, che lo ha illuminato perché essa è immutabile.

Questo  è il motivo  per cui essi parlano  di Cristo  in mezzo  a loro, affinché  quanti  sono angosciati si convertano ed egli li unga con l’unzione.

L’unzione è la misericordia del Padre, ed egli sarà misericordioso verso di loro.

Quelli che egli ha unto sono diventati perfetti.

Sono i vasi pieni, quelli che si ha cura di sigillare.

Ma allorché la sigillatura  svanisce, (il vaso)  si  vuota;

e  il motivo  per  cui  è  difettoso  consiste  nel  luogo  dal  quale  fuoriesce l’unzione.

Poiché in quel momento  è attratto da un soffio in forza di colui che è con lui.

Ma in chi non ha deficienza non avviene alcuna dissigillatura né alcun svuotamento, bensì il Padre perfetto lo riempie di ciò di cui ha bisogno.

Egli è buono.

Egli conosce le sue sementi avendole seminate egli stesso nel suo paradiso.

Il suo paradiso è il luogo del suo riposo, è la perfezione  grazie al pensiero  del Padre;

e  queste sono le parole della sua meditazione.

Ognuna  delle sue parole è opera della  sua singola volontà nella manifestazione del suo Logos.

Mentre si trovavano nella profondità del suo pensiero, il Logos – che procedette per primo – le ha manifestate, con l’intelligenza che parla del Logos, nella grazia silenziosa.

Egli fu detto ” pensiero ” perché esse erano in lui prima di venire manifestate.

Avvenne che egli (il Logos) procedesse per primo nel momento in cui piacque alla Volontà di colui che ha voluto.

Nella volontà il Padre si riposa, e si compiace.

Nulla avviene senza di lui, nulla accade senza la volontà del Padre.

Ma la sua volontà è imperscrutabile.

La sua orma è la sua volontà, ma nessuno  la può conoscere,  né è possibile  scrutarla per comprenderla.

Ma  quando egli vuole, avviene quanto egli vuole, anche se la vista di ciò non piace loro affatto;

davanti a Dio questa è la volontà del Padre.

Egli conosce l’inizio e la fine di tutti.

Quando verrà la loro fine, egli domanderà loro ciò che avranno fatto.

Ora  la fine  consiste  nel conoscere  colui  che  è nascosto.

E questi  è il Padre  dal  quale proviene il principio e verso il quale ritorneranno tutti coloro che da lui provengono.

Essi,   d’altronde,   furono   manifestati   per   la  gloria   e  per   la  gioia   del   suo   nome.

Ma il nome del Padre è il Figlio:

fu lui che nel principio diede il nome a quegli che promanò da lui:

era se stesso;

egli lo generò come Figlio.

Gli diede il nome che gli apparteneva;

egli è colui al quale appartengono tutte le cose che lo circondano, il Padre.

Suo è il nome;

suo è il Figlio.

E possibile  vederlo,  ma il nome è invisibile,  poiché  esso soltanto è il mistero dell’invisibile destinato  a giungere alle orecchie che sono  totalmente piene di lui.

Infatti, il nome del Padre non è pronunciato,  ma è manifestato per mezzo del Figlio.

Così il nome è grande.

Chi sarà capace di esprimere un nome per lui, questo grande nome, se non egli soltanto al quale questo nome appartiene, e i figli del nome, sui quali riposa il nome del Padre, e che a loro volta riposano sul suo nome?

Dato che il Padre non è generato, egli solo che ha generato un nome per se stesso prima di produrre gli eoni, affinché sul loro capo vi fosse il nome del Padre, come Signore, cioè il nome vero, stabile nel suo comando, nella sua perfetta potenza.

Poiché questo nome non fa parte di (semplici) parole, né il suo nome consiste in appellazioni, ma è invisibile.

Egli ha dato il nome a se stesso, poiché è il solo che vede se stesso;

egli soltanto ha il potere di darsi un nome.

Poiché colui che non esiste non ha nome.

Che nome si può dare a colui che non esiste?

Colui, invece, che esiste, esiste con l’altro suo  nome, e conosce se stesso.

Darsi un nome è (prerogativa) del Padre.

Il Figlio è il suo nome.

Egli, dunque, non l’ha celato nel segreto, bensì era il Figlio;

e solo a lui egli ha dato il nome.

Il nome è, perciò, quello del Padre, come il nome dei Padre è il Figlio.

Dove, infatti, può trovare un nome la misericordia all’infuori del Padre?

Ma certamente qualcuno dirà al suo vicino:

Chi mai darà un nome a chi esisteva prima di lui?

quasi che ora i fanciulli non ricevano il nome da coloro che li hanno generati.

Anzitutto è importante che noi riflettiamo su questo:

che cos’è il nome?

Questo, infatti, è il vero nome;

è il nome che viene dal Padre, il suo nome proprio.

Egli, dunque, non ha ricevuto un nome a prestito, come gli altri, secondo il modo particolare in cui lo riceve ognuno di loro.

Al contrario, questo è il nome proprio.

Egli non l’ha dato ad alcun altro.

Ma è inneffabile, indicibile, fino al momento in cui egli, colui che è perfetto, lo ha pronunciato da solo.

Egli ha il potere di pronunciare il suo nome e di vederlo.

Perciò quando a lui piacque che il suo nome diventasse il Figlio suo prediletto, diede il nome a colui che promanò dalla profondità;

ed egli parlò dei suoi segreti sapendo che il Padre è assolutamente buono.

Per questo egli l’ha inviato, affinché parlasse del luogo e del suo riposo, dal quale è giunto, e desse  gloria  al Pleroma,  alla grandezza  del suo nome  e alla dolcezza  del  Padre.

Egli parlerà del luogo da cui ciascuno  è Venuto e della regione nella quale ha  ricevuto il suo essere  essenziale;

si affretterà  a farlo  ritornare  nuovamente  colà,  a  ritirarlo  da questo luogo, luogo nel quale egli si è trovato, provando piacere per l’altro luogo, nutrendosene  e crescendo in esso.

Il luogo del suo riposo è il suo Pleroma.

Perciò tutte le emanazioni  del Padre sono Pleromi, tutte le sue emanazioni  hanno la  loro radice in colui che le ha fatte tutte crescere da se stesso e ha assegnato loro i loro destini.

Ognuna fu poi manifestata affinché per opera del loro pensiero fossero perfette.

Infatti il luogo al quale rivolgono il pensiero, quel luogo è la loro radice, che le innalza in tutte le altezze fino al Padre;

esse raggiungono (allora) il suo capo che è il loro riposo, e si  trattengono  accanto  a  lui,  si  da  poter  affermare  di  avere  partecipato  al  suo  volto baciandolo.

Ma esse (le emanazioni)  non appaiono così, quasi che si siano innalzate da sole, né sono prive della gloria del Padre,  né lo concepiscono  come piccolo,  severo,  o  irascibile,  bensì come assolutamente  buono, imperturbabile,  dolce, conoscitore  di  tutti  i luoghi prima che pervengano all’esistenza, e senza alcun bisogno di venire istruito.

Questo è il modo di essere di coloro che hanno ricevuto (qualcosa) dall’alto, dalla sconfinata grandezza:

sono  protesi  verso  l’unico,  il  perfetto,  che  è  là  per  loro;

non  discendono nell’Amenti;

sono esenti da gelosia  e da sospiri,  da morte, si  riposano  in colui che è in riposo;

non hanno tormenti, né sono impegnati nella ricerca della verità;

essi stessi sono la verità;

il Padre è in loro, ed essi sono nel Padre, poiché sono perfetti e indivisibili da questo (essere) veramente buono:

non soffrono alcuna privazione, ma si riposano, rinfrescati nello Spirito.

Presteranno  attenzione  alla loro radice.

Volgeranno  il loro interesse alle (cose) nelle quali egli (il Padre) troverà la propria radice, e la sua anima non soffrirà danno alcuno.

Questo è il luogo dei beati, questo è il loro luogo.

Quanto agli altri, sappiano, nel loro luogo, che io non sono in grado – dopo essere giunto nel luogo del riposo – di dire altro, Dimorerò là, e in ogni momento mi dedicherò al Padre del tutto e ai veri fratelli, su cui è stato effuso l’amore del Padre e in mezzo ai quali egli non lascia mancare nulla di sé.

Costoro invero si manifestano  in questa vita vera ed eterna, parlano della luce perfetta, e sono ricolmi  della semenza  del Padre che è nel suo cuore e nel  Pleroma.

Mentre  il suo Spirito gioisce e dà gloria a colui nel quale era, poiché è buono.

I suoi figli sono perfetti, sono degni del suo nome, poiché egli è il Padre:

questi sono i figli che egli ama.

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