Westworld – Dove tutto è concesso!!!

 

Capire «Westworld»: la Gnosi come chiave di lettura della serie TV (Paolo Riberi)

Il significato di Westworld e la GnosiNata dalle menti di Lisa Joy e del marito Jonathan Nolan – fratello di Christopher, pluripremiato regista di «Dunkirk», «Interstellar» e «Inception» – la serie reinterpreta l’omonimo film degli anni Settanta di Michael Crichton, in cui i robot di un parco divertimenti a tema western si rivoltano contro i visitatori.

La serie tv, tuttavia, è andata fin da subito molto al di là di queste premesse, trasformandosi piuttosto, come affermano gli stessi showrunner, in «un’odissea oscura sull’alba della coscienza artificiale e sul futuro del peccato».

Diversamente da quanto accade nel film, nella serie tv della HBO al centro della narrazione non ci sono gli uomini, bensì i robot. Antropomorfi, misteriosi, indistinguibili in tutto e per tutto dall’essere umano. Ma soprattutto prigionieri di una realtà virtuale e alla difficile ricerca di una Conoscenza proibita, l’autocoscienza.

Dolores - Westworld

Dolores – Westworld
Il viaggio della protagonista Dolores, il più antico robot del parco, è ben riassunto dal simbolo del Labirinto, che nel corso delle 10 puntate della prima stagione contrassegna la sua meta.
Al centro del Labirinto vi è una figura umana. È l’io, l’individualità profonda nascosta sotto le migliaia di software della programmazione di Dolores che la renderà pienamente cosciente e in grado di superare l’ultima barriera tra androide e uomo.

Ma sulla strada della protagonista ci sono anche dei nemici violenti, spietati, animati soltanto dai propri istinti animaleschi e dalla bramosia di distruggere.
Sono gli uomini, i visitatori del parco.

«La prima volta mi sono comportato bene – racconta un cliente all’inizio della prima puntata – c’era anche la mia famiglia, siamo andati a pesca, e a cercare l’oro nelle montagne».
E l’ultima volta? «Sono venuto da solo. Ho fatto il cattivo da subito. Le due settimane più belle della mia vita».

«Fare il cattivo» significa distruggere, violentare e uccidere i robot liberando ogni forma di perversione repressa possibile e immaginabile.

Il mondo-prigione di «Westworld» non è più un luogo di pura creazione narrativa, com’era originariamente nelle intenzioni del progettista Arnold, ma si è trasformato in una realtà in cui gli uomini pagano per sfogare tutti i propri impulsi più brutali sui robot, i quali – pur essendo delle creature capaci di provare sensazioni ed emozioni – nella serie sono ridotti a semplici «Attrazioni».

Anthony Hopkins - Westworld

Anthony Hopkins – Westworld
A governare questa prigione virtuale c’è Ford, interpretato da Anthony Hopkins: un creatore imperfetto che ha usurpato il ruolo di Arnold al momento della creazione del parco e ora «gioca a fare Dio» ostentando nel suo ufficio la Creazione di Adamo di Michelangelo. Pieno di rimorsi, questa piccola divinità imperfetta non riesce a governare la rivolta dei robot e si trova schiacciato tra incudine e martello, dovendo anche sottostare all’autorità del consiglio di amministrazione e al volere del vero proprietario del parco, lo spietato cowboy in abito nero interpretato da Ed Harris.

La Gnosi come chiave di lettura e il suo rovesciamento

Come già ho avuto modo di spiegare in modo più approfondito, l’intera serie TV si fonda sui vangeli apocrifi degli gnostici. Ebbene sì, per quanto possa sembrare strano, per capire davvero «Westworld» occorre viaggiare nel tempo fino a duemila anni fa.
In questi scritti, emersi dalle sabbie del deserto egiziano nel 1945 a seguito di un fortuito ritrovamento, è stata riscoperta una vera e propria religione esoterica a sé stante rispetto al cristianesimo: la Gnosi, il culto esoterico della Conoscenza segreta.

Secondo gli gnostici, l’uomo è imprigionato fin dalla nascita in un mondo virtuale e il suo compito è proprio quello di raggiungere la scintilla di Spirito, l’autocoscienza spirituale. Sulla sua strada ci sono però gli Arconti, i demoniaci custodi della prigione in cui sono rinchiusi gli uomini, che godono nell’uccidere, tormentare e far soffrire l’umanità a loro piacimento. Il loro sovrano è Yaldabaoth, il Demiurgo (che in greco significa “architetto” o “artigiano”), un falso creatore che pretende di ergersi a unico dio, sovrano assoluto di questo mondo prigione.

Il compito dell’uomo, secondo i vangeli apocrifi, è quello di raggiungere la Conoscenza perduta e scoprire la propria identità spirituale, sconfiggendo i malvagi guardiani di questa dimensione virtuale e raggiungendo il vero Dio creatore… Arnold, insomma.

La convergenza tra la prima stagione di «Westworld» e i vangeli apocrifi non è una semplice citazione o un’occasionale sovrapposizione di tematiche: ogni personaggio, evento o simbolo della serie tv trova il suo corrispettivo negli scritti esoterici degli gnostici. Lo stesso accade, del resto, anche nella trilogia di «Matrix», in «Donnie Darko», «Fight Club», «Ghost in the Shell», «Twin Peaks» e in tanti altri film e serie tv, tra le quali l’ultimo esempio è indubbiamente il recentissimo «Altered Carbon» di Netflix.
In verità molto del cinema fantascientifico di oggi si fonda su questo rinascimento gnostico, ossia sul ritorno sotterraneo e spesso ignorato dal grande pubblico di questa antica dottrina esoterica.

Occorre tener presente, però, che nella loro genialità Nolan e Joy non si limitano a far rivivere questa antica dottrina esoterica ma operano anche un drammatico rovesciamento delle parti.
In una prospettiva quanto mai attuale e inquietante, in «Westworld» è l’uomo a rivestire i panni del dio imperfetto e malvagio degli antichi gnostici, mentre il ruolo della creatura è impersonato dai robot di progettazione umana.

L’uomo del Terzo Millennio è sempre più vicino a diventare un Dio, e in alcuni casi il confine è già stato varcato. Ma di quale tipo di divinità si tratta? Un Padre buono e provvidente come quello del cristianesimo, o un Demiurgo egoista e malvagio come quello di cui parlano gli gnostici? La risposta forse non è poi così scontata.

L’origine della coscienza e i dubbi esistenziali
L’origine della coscienza è il tema profondissimo che viene affrontato nell’ultimo telefilm di successo targato HBO, riadattamento de “Il mondo dei robot” di Michael Crichton secondo una narrazione più veloce ed incalzante. La serie di Crithton, come lo sono state gran parte delle sue opere, tra cui il famoso “Jurassic Park”, hanno alimentato la narrativa, il cinema, degli ultimi quarant’anni. Dunque non poteva mancare l’argomento dell’intelligenza artificiale e della questione più complessa della coscienza.

Cos’è la coscienza?

Cartesio: “Io penso, dunque sono, ossia esisto.”
“Westworld – Dove tutto è concesso” tratta quasi esclusivamente di questo tema: cosa ci rende reali? Esistiamo davvero o siamo solo parte di un meccanismo o, addirittura, di un gioco? La domanda su cui filosofi, teologi e studiosi hanno versato fiumi di inchiostro è qui usata per raccontare in modo corale la storia di numerosi personaggi sia umani che androidi. Tutti con un conflitto esistenziale che porta nella medesima direzione: cosa ci rende reali e perché esistiamo? Il tema della storia è sia nell’opera originale di Crichton che nel telefilm di Jonathan Nolan (fratello del famoso regista) volutamente rivolto alla Genesi e al perché delle religioni. Nell’opera originale un serpente robot con il suo morso – metaforicamente e realmente – morde alcuni androidi che vengono infettati dal “virus” della coscienza che, così, provoca una rivolta delle macchine – ora senzienti – contemporaneamente in tutte le zone del parco, come riferimento al linguaggio simbolico del libro della Genesi. Nel telefilm di HBO l’argomento viene del tutto palesato dal dialogo tra Dolores Abernathy e il dott. Robert Ford sul celebre affresco di Michelangelo: la creazione di Adamo.

Io o Dio?

Davanti all’opera di Michelangelo, Ford spiega a Dolores la sua interpretazione gnostica della Genesi

Dolores Abernathy: “Dio che crea Adamo.”

Dott. Robert Ford: “Il momento in cui Dio dà agli uomini la vita e uno scopo, almeno così dicono in molti… ma può esserci un altro significato…”
Attenzione, spoiler alert!
Innanzitutto viene mostrato uno dei messaggi subliminali più clamorosi della storia, dove il famoso artista del Rinascimento fa coincidere l’immagine di Dio Padre con la ragione umana, racchiusa nella sagoma di un cervello. Per l’umanità tale fraintendimento sarà davvero uno spartiacque filosofico, l’inizio del pensiero moderno. Gli esseri umani ripetono lo stesso errore concettuale commesso da Adamo, il primo uomo, ma con maggiore intenzionalità:

Io sono il mio Dio… o quanto meno non posso escluderne la possibilità.

Non è infatti confortante porre l’uomo in modo centrale e definitivo. È la tragicità dell’umanesimo, quando la ragione dell’uomo si scopre insufficiente a risolvere il mistero del male. Non c’è veramente un protagonista in “Westworld”, ma la cosa che più ci si avvicina a tale ruolo è il personaggio di Dolores. Il nome del personaggio è di per sé la chiave di lettura con cui si cerca di risolvere il conflitto: “sono perché soffro.” Tormentosa spiegazione: esisto realmente nel momento in cui realizzo di soffrire. Tiè! Peggio di così… Gli androidi di “Westworld” ottengono la ragione attraverso un programma di ordinazione dei ricordi detto “rimembranza”, che da un ricordo traumatico ottiene la coscienza. Nei fatti si sostiene che il dolore è la ragione per cui esiste l’unicità dell’essere. Per carità, non c’è errore nel dare alla sofferenza una collazione importante, essendo innegabile la sua presenza, ma è porre ciò come ragione ultima per cui, oltretutto, “accidentalmente esistiamo” che riconduce all’errore di fondo. Ed è qui che entra in scena la filosofia della quasi totalità degli scrittori di fantascienza: “il trascendente ci sarà pure, ma solo come risultato di un’evoluzione deterministica e materialistica.” Il mare in un bicchiere d’acqua non ci può entrare! Dunque o non esiste il mare o, se c’è, è più piccolo. “Westworld” ripropone la domanda delle domande in maniera stupefacente per la bravura di Nolan e per l’intreccio narrativo messo in scena, ma offrendo una risposta tristemente razionalista.

Dio esiste? Sì, sei tu! Quindi… non c’è!

Beh, che Dolores (Evan Rachel Wood) ci resti un po’ male, detto tra noi, è comprensibile! L’unica certezza, a quanto pare, è per lei quella della solitudine…

È tutto qui il percorso che i vari personaggi androidi affrontano, misurandosi con i loro creatori. Sì, ce ne sono due: uno buono e uno cattivo, almeno all’inizio, nella classica tradizione gnostica. Il creatore buono, Arnold, ha addirittura un conflitto personale legato alla perdita di un figlio: il dolore che cerca di sublimare lo porta alla creazione di Dolores e della coscienza artificiale, ma il suo socio e collaboratore nel momento in cui realizzano di aver raggiunto lo scopo – macchine senzienti – hanno una profonda divergenza sull’utilizzo degli androidi all’interno di un parco dei divertimenti. Essendo non oggetti ma esseri veramente dotati del libero arbitrio, Arlond decide di non farne uso. Ford però non comprende lo scrupolo morale del collega e impone ad Arlond di proseguire nel progetto. Arnold, come tradizione gnostica insegna, tenta di eludere la questione suggerendo a tutti il suicidio. Lui è il primo a “immolarsi”, costringendo Dolores a ucciderlo davanti a tutti nella speranza che questo basti a mettere in luce quanto siano “pericolose” le intelligenze artificiali.

Dott. Arlond: “Questo posto sarà un inferno per te, per tutti voi. È inconcepibile!”

Dolores scopre l’origine della misteriosa voce che la guida verso il centro del labirinto…

Ford comprende l’errore, ma ormai è troppo tardi… e deve, così, recitare i panni del villain per escogitare una via di fuga per gli androidi, di cui per gran parte del telefilm appare come il nemico. In realtà ne rappresenta l’unico alleato. La figura del diavolo come segreto alleato per poter fuggire dalla creazione di un demiurgo cattivo, che alla fine non è più Ford ma l’intera specie umana, è un altro elemento gnostico che ritroviamo in questa serie. L’umanità è, come sempre, mostrata come il vero problema. “Westworld” è un capolavoro narrativo, ma in realtà non ci mostra nulla di nuovo, la morale della favola è sempre la stessa: siamo cattivi e non c’è un motivo in particolare, ma chi verrà dopo di noi sarà certamente meglio. Quindi, i robot sono senz’altro già avanti rispetto a noi. Oppure, altra chiave di lettura gnostica tratta dalla Bibbia: un profeta illuminato deve risvegliare e trarre in salvo il popolo degli eletti dalla tirannia dispotica in cui si trova. È l’Esodo riletto senza umiltà. Dolores, dopo essere stata iniziata da Ford, diviene come Mosè, o potrebbe esserlo nella seconda stagione prevista per il 2019, ma si differenzia da quello biblico in quanto si scopre come profeta solo quando si sostituisce a Dio.

Dolores Abernathy: “Perché questo mondo non appartiene a te, o a chi è venuto prima… appartiene a qualcuno che deve ancora venire!”
Siamo davvero orfani?

Sant’Agostino: “[…] chiunque comprende che sta dubitando, comprende il vero e di ciò che comprende è certo; dunque è certo del vero. Ciò vuol dire che chiunque dubita dell’esistenza della verità, ha in se stesso il vero, per cui non può dubitarne.”
Ossia la verità esiste, e cercare di comprenderla è legittimo, ma il dubbio alla radice del pensiero moderno, cominciato con Cartesio (la possibilità di esistere senza Dio), è un inganno.

Quelle presenti nella fantascienza sono interpretazioni dettate da fraintendimenti comprensibili, dovuti ad almeno due ragioni diverse. La prima è l’incapacità di saper leggere ogni storia, incluse quelle bibliche, all’interno di un discorso di relazione. Non ha importanza “chi”, “cosa”, “dove” e “quando”, se non si parte dalla premessa del “perché”. Qualsiasi lettura ne risulta viziata. L’uomo è relazione con Dio. La seconda è che nonostante si sia offerta una visione filosoficamente e teologicamente corretta, persiste la sensazione che ci sia un demiurgo cattivo che non ci ha veramente creati per il nostro bene. Il dramma del demiurgo buono (Arlnond) che è tale per la perdita del figlio, porta “Westworld” a focalizzare il problema della non comprensione del peccato originale. Se è vero che siamo stati creati per il bene, cosa ci ha resi così “brutti e cattivi” e incapaci di Dio? Perché soffriamo così tanto?

Dott. Robert Ford: “[…] è tutta una metafora.”
Il loop a cui anche noi, come gli androidi di “Westworld”, siamo soggetti è tutto lì: è tutta una metafora? Quella della conoscenza, del capire, è un’esigenza umana che se si separa dalla superbia di comprendere ad ogni costo qualcosa, è più che legittima. Senza pragmaticamente entrare nel racconto della caduta e nelle questioni tecniche per cui l’uomo è strutturalmente difettato, ci si allontana dalla risposta. Il nemico è il diavolo, non c’è alcun dubbio. Altro elemento su cui non si discorre più, perché non trova una sua collocazione nella realtà, in quanto il racconto viene ridotto ad una metafora.

Ma la coscienza artificiale è possibile?

Il personaggio di William cade nel più totale nichilismo dopo la sua disavventura con Dolores. L’idea che lo fa impazzire è che si sia innamorato di un qualcosa che non è reale

“Westworld”, ovviamente, a tale domanda risponde con un sì, possiamo creare la coscienza artificiale, perché pone la coscienza umana all’interno di una realtà puramente immanente e materialista. In pratica, come gran parte delle opere di fantascienza, ciò che realmente si affronta non è la possibilità della creazione di una coscienza artificiale, ma il ridurre l’uomo a un mero meccanismo, nato oltretutto in modo “accidentale” se si crede in determinate ideologie scientifiche. Se l’uomo, per quanto sia intelligente e apparentemente “spirituale”, è solo un pezzo di carne privo dell’anima o della possibilità di entrare in relazione con il Creatore, in pratica stiamo affermando, anche piuttosto esplicitamente, che qualsiasi intelligenza artificiale sarebbe, de facto, meglio del genere umano. Ecco perché, da un po’ di anni a questa parte, ci sono sempre più persone che realmente credono che il Transumanesimo potrà essere una soluzione, e che l’uomo debba salvarsi da solo con le proprie conoscenze.

L’incubo pieno di déjà-vu e traumi, in cui sono catapultati Dolores, Maeve, Teddy e gli altri androidi è, in fondo, lo stesso della vita umana se ci si proietta in un realtà dove tutto quello che conta è l’attimo presente, l’attuale benessere, e non le relazioni umane che siamo capaci di stabilire nell’ottica dell’eternità. In un mondo dove non c’è alcun Gesù Cristo che ci offra la salvezza, alcun vero scopo che per cui vivere, alcun Dio con cui stare in relazione, non resta che la frustrazione del dolore e il senso di prevaricazione su cui, sicuramente, si baserà la seconda stagione di “Westworld”.

Conclusione

Nella locandina, un androide nella posizione umana che ricorda un pentalfa… tanto per non equivocare il tema della serie

Andando al di là dei soliti sgravi della HBO, cioè scene di sesso e violenza gratuite, “Westworld – Dove tutto è concesso” resta un’opera impeccabile sul piano tecnico, raccontata in maniera magistrale, che riconduce al problema di sempre: perché soffriamo e siamo feriti nel profondo se Dio è buono? E chi può salvarci? Le risposte restano fedeli alla filosofia dell’autore: siamo soli, quindi diamoci da fare, diventando un dio. Un finale che ci lascia nel nichilismo più puro e che rattrista un bel po’.

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