Date e contesto storico

DATE E CONTESTO STORICO

a cura di Luigi Moraldi

Individuato il luogo della scoperta, sorsero spontanee due domande: quando furono nascosti e quali ne potevano essere state le ragioni, tanto più che colui, o coloro, che li nascose agì con molta cura.

La risposta alla prima domanda risultò la meno difficile.

L’esame attento del materiale usato per rendere più solida la parte interna della rilegatura in cuoio dei codici in più casi è costituita da lettere private, nelle quali sono leggibili nomi di luoghi e di persone, ricevute di merci, e spesso è possibile controllarne la datazione che varia dal 330 al 340; lo scarto di qualche studioso non è rilevante.

 

Per rispondere alla seconda domanda  il discorso è  alquanto  più lungo.

Un nascondiglio così anonimo e accurato, i codici così straordinariamente eleganti, le rilegature intatte e le pagine pressoché intatte (ove non sono intervenute cause posteriori al ritrovamento alle quali, più che al tempo, sono attribuiti i maggiori guasti) sono argomenti che attestano come i proprietari non avevano alcuna intenzione di distruggere questi scritti, ma volevano conservarli né più né meno di come fecero gli Esseni di Qumran.

Leggiamo nel libro di Geremia:  «Prendi il contratto  di compra, quello sigillato e quello aperto, e ponili in un vaso di terra, perché si conservino a lungo»;  quando,  invece,  il  re  volle distruggere gli scritti del Profeta, ne tagliava le pagine e le gettava nel fuoco.

E, più o meno, questa è stata la prassi in tutti i secoli.

Nell’anno  367 il patriarca di Alessandria, Atanasio, inviò la XXXIX «lettera festale» che si è potuta ricostituire quasi integralmente (da vari frammenti greci, siriaci, copti)   e il cui interesse è universalmente riconosciuto:  elenca  i  libri  canonici del  Nuovo  Testamento, quelli dell’Antico Testamento, tra i deuterocanonici inserisce la Didache e il Pastore di Erma giudicandoli validi per i neofiti; si scaglia duramente contro i libri «eretici» per avere essi introdotto e diffuso opere spurie come divinamente ispirate; la lettera fu tradotta dal greco in lingua copta da Teodoro, coadiutore e assistente di Orsieri successore di san Pacomio (che verso il 320 fondò il grande coenobium, o monastero, di Tabennesi ove era capo Teodoro, morto  poi nel 368);  la lettera fu diffusa in tutti i monasteri.

È ben nota la stretta relazione di Atanasio con questi monasteri nonché la sua strenua lotta in difesa della ortodossia.

Libri sedicenti antichi che circolavano sotto  il nome  di apostoli li troviamo proprio nella biblioteca di Nag Hammadi; questa stessa situazione è attestata dalla vita di Pacomio (morto nel 346) ove è pure narrato che certi «filosofi» vennero dalla vicina città di Akhmin per interrogarlo circa l’interpretazione delle Scritture sacre (impegno, questo,  che  come  si  è  già  visto,  e  ancor  apparirà  appresso, era preminente tra gli gnostici);  anche nella Vita di Antonio (morto nel 357), scritta da Atanasio intorno al 355, nei ce. 72-78 si parla ancora di «filosofi» andati a interrogare il santo solitario.

Ci troviamo dunque nella stessa regione, sostanzialmente, di fronte agli stessi problemi e nello stesso periodo: gli anni nei quali dilagano, specie nelle città, le campagne contro gli «eretici» dirette dai rappresentanti della Grande Chiesa, i vescovi e i capi di comunità a loro legati; sono anche gli anni nei quali è illecito e reato il possesso di libri non conformi a quelli ufficiali della «ortodossia» ;  gli anni nei quali la religione cristiana diventa  di  Stato  e  i  suoi  rappresentanti  ufficiali perseguitano  gli «eretici», e i loro libri vengono bruciati e distrutti.

Una  comunità  cristiana  di  gnostici nella  regione  ove  dominava sempre più il monachesimo, sotto l’energica protezione di Atanasio, nascose con cura i suoi libri riponendoli in quella giara dalla quale furono  estratti  quasi 2000 anni  dopo?

Pare una  conclusione ragionevole, almeno come ipotesi di lavoro.

Il quesito cronologico più problematico e discusso di questi manoscritti  è  costituito  dalla  datazione  degli originali  greci:  tutti, infatti,  sono  versioni dal  greco  in  copto.

Alcuni tra  i  più  antichi possono datare, pressoché certamente, tra il 120 e il 140.

Al di là di quanto si vedrà, non si può dimenticare che Ireneo di Lione, scrivendo intorno al 180, si duole che scritti gnostici abbiano già ampia diffusione nell’Asia Minore, in Grecia, in Gallia e a Roma, cioè in tutte le regioni da lui conosciute; ed è normale dopo quanto si è qui esposto nelle prime pagine.

Additare quali siano i più antichi e preparare  una  lista cronologica è  quanto  mai ipotetico (se non  in rarissimi casi); perciò è meglio, e doveroso, evitare ogni generalizzazione a proposito dell’originale greco, e ricercare piuttosto una qualche cronologia della versione in uno o l’altro dei due dialetti – sahidico e bohairico – della lingua copta; e anche questo soltanto dopo un attento esame lessicale e sintattico di singoli testi.

Organizzati da James M. Robinson, nel 1966 iniziarono campagne di scavi e ricerche approfondite in tutta la regione della scoperta; ma, per motivazioni impreviste, dovettero  venire  sospese.

La ripresa  ebbe luogo nel 1975 e proseguì fino al 1978 (almeno per quello che qui ci interessa), con l’organizzazione del Robinson e la direzione di Torgny Sàve-Sòderberg e,  in  sua  assenza,  di  Bastian  Van  Elderen,  con l’assistenza del Dr. Labib Habachi, decano degli archeologi egiziani.

La prima campagna si limitò al Jabal al-Tarif e alle sue numerose grotte ove – a giudicare da resti di iscrizioni e da monete – si constatò che qualcuna delle grotte minori fu abitata da anacoreti cristiani; ma non si scoprirono indizi di costruzioni.

La seconda campagna (nel 1976) si accentrò sul luogo della basilica di san Pacomio, a Pabau nei pressi immediati di Chenoboskion ; al di sotto delle rovine, fu accertata una piccola chiesa e al di sotto di questa un ampio deposito di giare databili nel 111 secolo o all’inizio del IV ;  in uno strato inferiore apparvero tracce di un complesso edificio diviso in varie parti risalente al III secolo.

Le altre campagne limitate ancora al suolo della basilica e alle vicinanze  confermarono  l’esistenza,  nel  I  secolo, di  una  colonia romana, e la straordinaria  importanza del sito nei primi secoli del Cristianesimo.

Si possono addurre  ancora  altre  costatazioni.

È  noto  che  nelle vicinanze della vicina Akhmin fu scoperto (nel 1886-87) il Vangelo e Apocalisse di Pietro; dei codici Askewianus e Brucianus tuttora si ignora la precisa provenienza, così pure dei famosi papiri Bodmer.

Le campagne di scavi confermarono, per questi ultimi, la congettura di alcuni studiosi, cioè la loro provenienza da  questa  regione.

«Dalle (campagne) di scavi del 1976-78  – scrive B. Van Elderen – si ricavò un’ulteriore prova a proposito della provenienza della massa dei papiri Bodmer che finora era ignota; essa conferma la precedente congettura che anche questa collezione provenga dalle vicinanze del Jabal al-Tariff e  Waw  Qibli  (=Pabau).

In  tal  modo  tre  grandi  indicazioni  del Cristianesimo primitivo in Egitto sono localizzate nelle vicinanze di Nag Hammadi: i codici gnostici, i papiri Bodmer, e  il movimento monastico di Pacomio»

E perché no i codici Askewianus e Brucianus?

In una regione assai ristretta da Tabennesi ad Akhmim con al centro l’area di Jabal al-Tarif ci fu un solo grande centro cristiano importante non  solo  per  il  monachesimo, ma  anche  per  le  lettere  cristiane «ortodosse» e per quelle gnostiche.

a cura di Luigi Moraldi

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