I codici Askewianus e Brucianus

I CODICI ASKEWIANUS E BRUCIANUS

a cura di Luigi Moraldi

Risulta evidente sia l’estensione  di movimenti gnostici, sia la loro vastissima area culturale abbracciante in pratica le tendenze e le aspirazioni del tempo a un raggio molto ampio, ma nel contempo ci permettono di constatare e la frammentarietà delle conoscenze che ne possiamo trarre, e le forzature cui furono, naturalmente,   sottoposti   dagli   eresiologi   che   non   sempre   ne compresero la radice, le motivazioni, la mentalità, in fine i luoghi comuni di facile successo, ma anche di troppo facile invenzione (ad es. l’immoralità, riti orgiastici, ecc.) furono coloriti.

Fatte pochissime eccezioni (ad es. la Lettera a Flora di Tolomeo), gli eresiologi non ci hanno trasmesso alcun testo gnostico completo;

 in concreto, ignoravamo la voce degli gnostici in un grande coro che da punti di vista diversi – li poneva continuamente sotto accusa:

 si trattava di scritti a noi ignoti da altre fonti, e fattici conoscere esclusivamente dai loro nemici.

Tuttavia molto prima della scoperta dei manoscritti di Nag Hammadi erano giunti in Europa due codici che ci facevano sentire l’autentica voce degli gnostici, cioè l’altra parte dei due contendenti.

Il primo è il così detto Codex Askewianus dal nome del Dottor A.  Askew suo primo proprietario nel 1772, che ora si trova nel British Museum (dal 1785);

 su questo lungo testo in lingua copta scritto su pergamena si cimentarono parecchi studiosi:

 la prima edizione del testo copto accompagnata da versione latina apparve nel 1851-1853, ma l’edizione tuttora fondamentale risale a C.  Schmidt, datata nel 1905.

Le vicende e il testo di questo codice sono offerte nelle pagine seguenti:

 l’unica opera contenuta è, infatti, Pistis Sophia della quale darò la versione con introduzione e note essenziali.

Com’era naturale, questo testo da solo, nonostante l’interesse che suscitò, era insufficiente per aprire una via nuova nella comprensione e valutazione  dello  gnosticismo, tanto  più  che  i  molti  studi  cui  fu sottoposto ne misero in mostra sia il disordine interno delle varie parti sia le difficoltà di interpretazione.

La sua pubblicazione segna comunque una data importantissima per lo studio dello gnosticismo:

 per la prima volta, e in un testo vastissimo, ci si trovò nella condizione di sentire la voce di uno o più maestri gnostici percorrenti pressoché tutta la gamma del loro dottrinario.

A pochi anni di distanza, nel 1769, un famoso viaggiatore scozzese, J. Bruce, acquistò nell’Alto Egitto, vicino a Luxor, un nuovo codice copto, detto perciò Codex Brucianus  (78 fogli di papiro per complessive 156 pagine), che si trova attualmente nella Bodlean Library (Oxford) con la prima trascrizione fatta da C. G. Woide.

La prima traduzione, preceduta da vari studi preliminari, fu fatta dallo studioso francese E. Amélineau nel 1891, un’altra  traduzione, questa volta tedesca, con accompagnamento della trascrizione del testo copto e un commento, fu opera del grande studioso C. Schmidt, nel 1892;

 col progresso degli studi copti, su questi e sullo gnosticismo se ne comprese assai meglio l’importanza:

  nel  1905 lo  Schmidt  pubblicò  una  revisione  della precedente, e questa – con revisioni, controlli, complementi – ebbe varie ristampe ed è un po’ l’edizione  classica anche per gli studiosi;

 ma il lavoro più esteso e lo sforzo maggiore per la comprensione di questo codice fu opera della C. A. Baynes, nel 1933, il cui libro è sempre il più prezioso strumento di lavoro;

 ultimamente la V. Macdermot curò una  nuova edizione del testo copto e una  nuova versione inglese con brevissime note.

Il codice Brucianus consta di due manoscritti distinti l’uno dall’altro e non hanno alcuna stretta relazione tra loro per il materiale scrittorio, per la scrittura e per il contenuto;

 ad essi poi si aggiungono alcuni frammenti;

 il codice è così un insieme di documenti posti l’uno dopo l’altro;

  disposizione che  dà  luogo  a  ripetizioni  e  a  mancanza  di continuità.

Il primo manoscritto comprende 47 fogli papiracei cioè 94 pagine, ma tre fogli sono mancanti;

 l’ordine della sequenza e la divisione fu dato  dallo Schmidt, al quale risale anche il titolo oggi corrente  di «Primo e Secondo dei libri di Jeu», titolo che non ricorre mai nel codice Brucianus, si legge invece in Pistis Sophia dalla quale fu preso, dato che questi testi – sia secondo lo Schmidt che secondo altri – derivano da uno stesso ambiente gnostico encratito;

 solo il primo testo reca, alla fine, il titolo  «Libro del grande  Logos secondo il Mistero»;

  si parla  dunque  dei due  libri  di  Jeu,  sebbene l’espressione non appaia in nessuna pagina del codice, ma in Pistis Sophia.

Il Primo libro di Jeu presenta, all’inizio, un dialogo tra Gesù e i suoi discepoli.

«Vi ho amato e ho voluto darvi la vita.

Il Gesù vivente che conosce la verità», sono le parole messe a capo di tutto lo scritto che prosegue, graficamente staccato:

 «Questo è il libro delle gnosi del Dio invisibile, per mezzo dei misteri nascosti i quali indicano la via alla stirpe eletta… Gesù, il vivente, ha insegnato ai suoi apostoli:

 – Questa è la dottrina, nella quale c’è tutta la conoscenza… – Beato colui che ha crocifisso il mondo, e non ha permesso che il mondo crocifiggesse lui… Signore, insegnaci la  via  per  crocifiggere il  mondo, affinché  non crocifigga noi, affinché noi non veniamo distrutti e non perdiamo le nostre vite… Colui che ha crocifisso (il mondo) è colui che ha trovato la mia parola e l’ha portata a compimento conforme alla volontà di colui che mi ha mandato».

Ma questo tono piano, dopo una lacuna, cambia, e l’argomento si focalizza sul Padre, su Gesù, e – soprattutto – su Jeu, la sua origine, le sue emissioni, nomi, segni, diagrammi, sigilli, numeri mistici, ecc.;

 e termina con un lungo inno rivolto da Gesù a Dio, suo Padre;

  e dopo ogni strofa gli apostoli rispondono:

  «Amen Amen Amen, tre volte, o Dio inaccessibile».

Dopo l’inizio sull’efficacia dei misteri dopo la morte, il Secondo libro di ]eu presenta Gesù che prosegue le sue rivelazioni sul «tesoro della luce» ;

  descrive come, dopo la morte  dell’uomo,  i «ricevitori» del tesoro  pilotino  la  sua  anima  fuori  del  corpo, la  facciano passare attraverso  le regioni invisibili e la conducano fino al «tesoro».

«In verità io vi dico e comando di eseguire il mistero dei cinque alberi, il mistero delle sette voci, e il mistero del grande nome…

Chi li eseguirà non avrà più bisogno di nessun altro mistero del regno della luce, a eccezione del mistero della remissione dei peccati.

Ogni uomo che vuole credere nel regno della luce, è necessario che eseguisca, una volta sola, il mistero  della remissione dei peccati».

È descritto un singolare rito per il conferimento di ognuno dei tre battesimi (di acqua, di fuoco, di Spirito santo) ed è caratteristico il precetto encratita, prima del battesimo di acqua:

 uomo e donna devono già avere estinta la maggior parte della cattiveria, né l’uno né l’altra devono più avere rapporti sessuali;

 finalmente è descritto il viaggio delle anime nell’aldilà, con i sigilli, i numeri e le parole d’ordine necessarie allorché arrivano presso ognuno dei dodici eòni.

Nella seconda parte del codice Brucianus, o Testo gnostico senza titolo, abbiamo un’opera nettamente distinta dai «libri di Jeu», è infatti la meditazione di un filosofo gnostico che per molti versi si inserisce nella  corrente  dei  Barbelognostici e  Sethiani.

  Manca  l’inizio,   la sequenza delle pagine non è sicura e, avvicinandosi alla fine , il testo è tormentato da parecchie lacune;

 se ne può tuttavia tracciare le grandi linee.

All’inizio pare si abbia una descrizione dell’Essere supremo, Dio e Padre dell’universo:

 «padre del tutto… la prima grandezza… re degli intaccabili… sorto da sé… generato da sé… la prima sorgente»;

 il suo primo pensiero genera un figlio, un Uomo (Anthropos) fantastico:

 «la luce dei suoi occhi penetra i luoghi delle pienezze (pleroma)… la parola della sua bocca penetra ciò che è sopra e  ciò che è  sotto…  suo nome  è  demiurgo, padre, logos, sorgente, intelletto, uomo, eterno, infinito…»;

 è padre e madre di se stesso e il suo pleroma avvolge i dodici abissi:

 «come gli uomini bramano di vedere lui, così i mondi esterni guardano a lui, come si guardano le stelle del firmamento nella notte…».

Dal primo  figlio si passa alla  formazione del secondo luogo, o secondo demiurgo:

 «con l’alito della sua bocca egli ha creato… ciò che non esiste.

Per sua volontà, questo venne all’esistenza… egli dona la vita agli eòni in ogni tempo».

Un altro luogo sono le tre paternità;

 un terzo luogo, nel cui mezzo ce una figliolanza detta «Cristo, l’esaminatore.

Questi esamina ognuno e lo sigilla con il sigillo del Padre… Per mezzo suo fu fatto tutto…».

Circondato dalle dodici paternità emerge Seth del quale segue una lunga descrizione non priva di mistica poesia;

 da una scintilla di Seth procede l’Uomo  vero, la luce raggiunge la materia;

 il testo ritorna all’immensa paternità della quale rileva le cinque potenze:

«Amore… uscito da lei;

Speranza: per mezzo suo si è sperato nell’Unigenito Figlio di Dio…;

Fede:  per mezzo suo si è creduto nei misteri…;

Gnosi: per mezzo suo si è conosciuto il primo Padre…;

Pace: per mezzo suo è stata concessa la pace…;

  … Questa è la profondità senza limiti e in essa vi sono 365 paternità, per mezzo delle quali è stato diviso l’anno…».

Il testo prosegue con l’intervento di Seth che invia il Logos, e con l’intervento di Sofia;

 tra inni e riflessioni.

Questo interessante testo gnostico si avvia alla fine, purtroppo tormentato da lacune.

Da esso, tuttavia, ritengo utile stralciare ancora alcune espressioni che lo caratterizzano.

«Quando la materia divenne calda la madre lasciò libera la moltitudine di forze che erano in lei (cioè il suo primogenito).

Esse crebbero come erba ed egli le divise in generi e specie.

Egli diede loro la legge di amarsi a vicenda, di onorare Dio, di lodarlo, di indagare chi è e che cosa è, di ammirare il luogo, stretto e doloroso, d’onde sono uscite, ma di non farvi più ritorno, di seguire invece colui che diede loro la legge».

Dall’inno di lode della madre al primo padre, all’autopadre:

 «Tu solo sei colui che ognuno cerca, ma non ti hanno trovato… Per tutti, tu sei il loro luogo».

«Tu sei ciò di cui tutti… hanno bisogno».

«Tu sei colui che ha  fatto  conoscere loro che li hai generati e  creati nel tuo  corpo incorporeo, poiché tu hai prodotto l’uomo nel tuo intelletto, sorto da solo, nella tua mente e nel tuo pensiero perfetto…».

«Tu solo hai ordinato all’uomo che si manifesti, gli hai ordinato che impari a conoscersi (e a conoscere) per mezzo suo che sei tu che l’hai creato».

«Io ti  supplico di  dare  ordine  alle  mie  specie e  ai  miei rampolli, che nel tuo nome e nella tua potenza ho fatto fremere di gioia… dammi forza affinché io faccia conoscere ai miei rampolli che sei tu il loro Salvatore».

Probabilmente   sono   parole   del   Cristo   risorto   le   seguenti:

«Perseverate nella mia parola, e io vi darò la vita eterna, vi manderò delle forze, vi consoliderò con spiriti forti, e vi darò un potere come volete.

Nessuno vi potrà trattenere da ciò che desiderate.

Produrrete, in vostro favore, eòni, mondi, cieli così che vengano spiriti intelligenti e abitino in essi.

Voi sarete dèi, conoscerete che provenite da Dio, vedrete che Dio è in voi e abiterà nel vostro eòne».

Un elevato inno all’uomo pleromatico, pone termine a questo scritto.

Un’altra   serie   di   scritti   gnostici   molto   importanti,   e   ben rappresentati in questa raccolta, ci era conservata nel codice Berolinensis Gnosticus ,  ma la sua prima pubblicazione risale soltanto al 1954 e ad essa si ritornerà a suo luogo.

Mi piace terminare  questa carrellata con una testimonianza della grande diffusione a Roma dello gnosticismo nell’epoca che ci interessa;

 le testimonianze, in vero, sono numerose (monumentali, epigrafiche, e affreschi), e  tra  esse  ne  scelgo  una  schiettamente  valentiniana:

 l’epitaffio di Flavia Sofia e, per meglio ambientarlo, ecco un testo di Ireneo:

  «Altri (valentiniani) praticano  il rito  della “redenzione” sui morenti allorché si trovano nel loro ultimo momento.

Versano sulla loro testa olio e acqua, o l’unguento mescolato all’acqua, fanno su di loro le invocazioni già menzionate, affinché diventino inafferrabili e invisibili agli arconti e alle potenze, e il loro uomo interiore possa salire al di sopra degli spazi invisibili, abbandonando il corpo all’universo  creato e lasciando l’anima (psichica) presso il demiurgo».

Ed ecco la versione del Pepitaffio greco che solo ora trova la sua vera interpretazione :

«Tu, infiammata dal desiderio della luce paterna, sorella e sposa, mia Sofia, Unta nei bagni del Cristo con unguento sacro, imperituro, ti sei affrettata a contemplare le divine facce degli eòni, il grande Angelo del grande Consiglio, il figlio vero, Correndo verso la Camera Nunziale, e slanciandoti, immortale, verso il seno del Padre».

Fin qui quanto si sapeva sullo gnosticismo prima della scoperta dei nuovi manoscritti.

 

a cura di Luigi Moraldi

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